- Categoria: Studi e articoli sulla disabilità
- Visite: 20136
I bisogni educativi speciali tra integrazione, inclusione e progettualità - Costruire percorsi educativi integrati: il ruolo del Pedagogista Clinico
Article Index
V. Costruire percorsi educativi integrati: il ruolo del Pedagogista Clinico
Nei paragrafi precedenti ho più volte suggerito la necessità di una figura specialistica che faccia da mediazione e raccordo tra i vari professionisti, operatori, assistenti e tutte le persone che interagiscono con il soggetto handicappato. Nel corso di questo capitolo andrò a delineare caratteristiche e specifici ambiti di possibile intervento di questa figura essenziale, individuandola nel Pedagogista Clinico.
La figura del Pedagogista Clinico ha un ruolo fondamentale nel percorso di integrazione della persona portatrice di handicap non solo per i possibili specifici interventi con il singolo ma proprio in quanto figura-ponte tra i molteplici specialisti/operatori/assistenti e insegnanti che ruotano attorno al disabile nei suoi diversi contesti di vita: a scuola, a casa, nell’extra-scuola, nell’inserimento lavorativo ove possibile. La presenza di una figura specialistica di mediazione e raccordo e che parla linguaggi comuni ai vari specialisti è innanzitutto garanzia di qualità degli interventi, che altrimenti molto spesso rischiano di essere dispersivi, confusivi e disorientanti sia per il soggetto che per la sua famiglia. Le competenze relazionali, metologiche e psicopedagogiche del professionista in pedagogia clinica contribuiscono alla conoscenza reale e globale del soggetto e quindi al porsi delle aspettative e degli obiettivi adeguati, dunque favorisce la progettazione di interventi adeguati che portano alla creazione di sinergie tra le diverse figure, dove ovviamente viene garantita e sottolineata la professionalità specifica di ognuno ma all’interno di un comune percorso progettuale che non perde mai i vista la globalità finale del soggetto e delle sue relazioni.
L’ intervento nella scuola
In ambito scolastico la figura del Pedagogista Clinico trova molteplici e importanti campi di azione, non solo per quanto riguarda le specifiche problematiche legate all’handicap, ma più in generale per attivare tutta una serie di riflessioni, interventi ed esperienze che favoriscano un miglioramento della qualità della vita scolastica sia per lo studente che per i docenti e i genitori, intesi sia come singoli che come gruppi.
Molto importante è a tal fine l’attivazione di un Servizio di Supporto e Consulenza Psicopedagogica. Il Pedagogista Clinico si pone qui come risorsa utile al fine di sviluppare un'adeguata abilità comunicativa e di agevolare relazioni positive ed efficaci tra studenti, insegnanti, genitori e altre figure educative o professionali, all’interno di un vero e proprio Servizio pensato e strutturato come strumento per il docente, per l’alunno e per i genitori, e si caratterizza per una fondamentale valenza preventiva, protettiva, di supporto e di collegamento con il territorio laddove necessario.
Nel caso di alunni con patologie gravi, il supporto di un professionista psicopedagogico garantisce la possibilità di concretizzare percorsi specifici e mirati di integrazione e inclusione. Le principali aree di intervento sono rivolte ai docenti, all’alunno, al gruppo classe, ai genitori e agli operatori e specialistici che seguono l’alunno fuori dalla scuola. Possiamo distinguere:
- attività di consulenza specifica per gli insegnanti, ma anche per i genitori;
- attività di formazione continua specifica per il personale docente (non solo l’insegnante di sostegno), ma sarebbe utile che anche il personale non docente che ha contatti diretti con gli alunni venga adeguatamente “formato” circa le caratteristiche e modalità di rapportarsi ad un alunno che ha un disturbo importante quale un disturbo pervasivo dello sviluppo;
- partecipazione all’équipe di riferimento per il P.E.I., garantendone un costante monitoraggio;
- fornire competenze specifiche e fare da coordinamento, per la valutazione, verifica dei percorsi educativi e delle competenze acquisite dall’alunno;
- interventi di facilitazione che portino ad accoglienza e partecipazione delle famiglie e che vedano il coinvolgimento e l’integrazione degli interventi svolti anche fuori dalla scuola (il bimbo è uno, intero, lavorare senza perdere di vista questo concetto globale porta ad attivare sinergie e a far si che lo stesso soggetto e la sua famiglia non si sentano disorientati e “spezzettati” tra figure diverse e distanti ma senta di essere parte d una rete che agisce per raggiungere obiettivi comuni);
- interventi sull’intero gruppo classe, sia per l’integrazione del bimbo portatore di handicap attraverso attività di piccolo e grande gruppo, sia perché anche gli altri bimbi siano preparati alla relazione e non spaventati.
Tutto ciò ha un forte valore non solo per la qualità che in questo modo diamo all’integrazione di quel particolare bimbo, ma anche ad un livello più ampio, perché crea cultura dell’inclusione. Fa sì che le famiglie si sentano accolte e partecipi, parte integrante di quell’azione sinergica di più attori che rende possibile l’attivazione di percorsi di progettualità. Diviene allora anche prevenzione, per tutte le situazioni in cui handicap significa inevitabile destino di dolore, disagio, chiusura di tutta la famiglia.
Molto importante è lavorare anche sul lungo termine, intendendo con ciò il curare e predisporre i dovuti interventi per il momento dell’ingresso dalla scuola d’infanzia alla scuola dell’obbligo. L’inserimento diviene un processo da costruire nel tempo e dovrà essere adeguatamente strutturato e supportato. Come previsto dalla Legge del diritto allo studio e dalla Legge quadro 104/92, il bambino ha il diritto/dovere di frequentare la scuola dell’obbligo.
Lavorare con la famiglia
La famiglia di un bambino speciale viene spesso fagocitata da un sistema di specialisti, che usano parole dal peso enorme, che sballottano il soggetto e la famiglia tra cicli di osservazione, terapie e trattamenti che finiscono per disorientare e generare solitudine.
Troppo spesso manca una adeguata modalità di lavoro di rete, e soprattutto una modalità di presa in carico, che divenga risorsa per la famiglia, in termini di adeguato percorso di sostegno psico-sociale permanente che le permetta di capire, conoscere, partecipare. Nella mia diretta esperienza professionale mi sono trovata e continuo a trovarmi troppo spesso di fronte alla profonda solitudine di molte famiglie con bambini affetti da handicap gravi e in particolare da disturbi dello spettro autistico. Una solitudine che crea disagio e rischio di disfunzionalità. Una solitudine che si lega strettamente da una sorta di smembramento che i servizi specialistici operano sull’idea unitaria di bambino attraverso interventi e figure molteplici che la famiglia vive come parti staccate di un tutto che non riesce a contenere.
La situazione diviene più delicata se ci sono altri figli. Mi pare evidente la necessità di includere i fratelli e le sorelle nel percorso terapeutico del bambino handicappato. Ciò non significa necessariamente una presa in carico terapeutica, ma pensare alla loro presenza e ai loro eventuali bisogni.
Se il soggetto ha un disturbo autistico, la fratria si rivela in genere più sensibile al rifiuto relazionale, alla rigidità di certi comportamenti, all’assenza comunicativa, alla pervasività di certi comportamenti stereotipati dell’handicap. È importante che fratelli e sorelle possano disporre di luoghi propri in cui poter esprimere la loro tristezza o la loro angoscia davanti a un fratello che non risponde loro, che non entra in relazione. È importante che partecipino ad attività familiari in assenza del bambino malato. È indispensabile allora creare dei luoghi e dei momenti protetti, qualche sera e qualche fine settimana, in cui i genitori possano essere interamente disponibili per la fratria sana. La domanda di salute dei fratelli può anche cambiare in funzione dell’età e delle fasi del ciclo di vita di quella famiglia.
I possibili ambiti di intervento del Pedagogista Clinico con la famiglia di bambini con handicap rispondono a tutti i bisogni che ho precedentemente indicato e possono assumere varie modalità, dalla facilitazione come educazione ai compiti evolutivi, al counseling, al supporto psicopedagogico, fino a percorsi integrati tra momenti frontali-collaborazione con la scuola-attivazione delle risorse del territorio.

