- Categoria: Riforme della scuola
La scuola parallela e la sua fenomenologia - I Dirigenti
Article Index
3. I Dirigenti - genesi e fenomenologia
Focault scriveva che «la fenomenologia del potere si esplica nella relazione tra conoscenza, sapere e dominio e non riguarda solo l’esercizio a volte “brutale o suadente dello stato”, in quanto le nuove tecniche di comando si esercitano dentro i micro-spazi, nei corridoi e nelle stanze degli enti dove regna la burocrazia. Il potere si svolge nel “dirigere la condotta dell’altro”, «sono […] relazioni che possono essere riscontrate a livelli diversi, sotto forme diverse». «Si tratta di cogliere il potere nelle sue […] ultime terminazioni, là dove diventa capillare, […] cioè il potere nelle sue forme ed istituzioni più regionali, più locali, soprattutto là dove, […] si prolunga […] s’investe in istituzioni, prende corpo in tecniche […] d’intervento materiale, eventualmente anche violento». «Siamo sottomessi alla verità (che si) fa legge […]. Dopotutto, siamo giudicati, classificati, costretti a compiti, destinati ad un certo modo di vivere o di morire in funzione dei discorsi veri che puntano con sé effetti specifici di potere» (M. Foucault, Microfisica del potere, Einaudi, Torino).
Al di là della configurazione giuridica partorita nel tempo da diversi tecnici e politici, gli effetti hanno reso visibile lo svuotamento culturale di tutte le soggettività giuridico-scolastiche. Il dirigente scolastico[xi] è una testa che non sta più sulle spalle, ma che ha sulla sua testa il peso delle spalle, composto da burocrazia e da false riforme.
Non si riesce più a comprendere il ruolo del dirigente che giornalmente va inventato per poter ancora svolgere la propria funzione. La regolazione legislativa e il correlato giuridico annesso nel tempo, composto da leggi e contratti hanno prodotto una figura rovesciata, una soggettività giuridica complessa senza particolare specificità. Complicato è diventato chiarire la figura del dirigente e non a caso un esperto di legislazione scolastica ha sostenuto che la regolazione giuridica per ciò che attiene alla funzione del dirigente «appare notevolmente frastagliata, disorganica, stratificata nel tempo e nei contenuti, poco chiara, di difficoltosa ricostruzione interpretativa»[xii].
Il preside non esiste più, è un’immagine ormai alterata e mozzata, una figura giuridica che dipende dalla rappresentazione degli altri. Alcuni esperti ritengono che la figura del dirigente, come risulta dall’insieme delle riforme, apparterrebbe ad una casta sovrastante, distaccata dalle altre figure professionali operanti nella scuola. Una casta comprensiva di altre figure, gelatinosa, a volte fluida e impalpabile ma viva e attiva, una specie di rango informe, composto da alcune soggettività sempre ubbidienti per aver rinunciato ad esercitare il senso critico.
La figura del preside in passato costituiva un punto costante di riferimento per la didattica, per lo spessore culturale, per le qualità umane. Per la scuola parallela il dirigente è un tuttofare e nell’indeterminatezza deve solo dirigere l’azienda, ma l’azienda-scuola non produce e non distribuisce merci, perciò è obbligato a continue relazioni, a procacciare rapporti e contatti esterni e interni.
Le funzioni del dirigente sono state modificate, s’incentrano sull’organizzazione e sull’amministrazione[xiii], l’aspetto didattico è optional, è una possibilità poco definita. Le sue mansioni includono relazioni con i sindacati, con gli organi collegiali, con gli enti locali attivi sul territorio, tendono alla cosiddetta ottimizzazione delle risorse materiali e didattiche, hanno l’obbligo di garantire i presupposti di salute e sicurezza del personale scolastico. Un qualunque avvocato, magari specializzato in diritto amministrativo, potrebbe sostituire efficacemente la figura del dirigente che, in un passato non molto lontano, con intelligenza e saggezza aveva, insieme ai docenti, garantito la qualità di una certa scuola. La scuola di un passato non lontano, anche se classista e isolata, era riuscita a formare il fior fiore di ingegneri, avvocati e docenti, non aveva conosciuto slogan come meritocrazia che scambia la dote di una persona con le dotazioni, la preparazione con la destrezza, l’insieme del bureau con la cultura[xiv], la professione con la carriera. Il dirigente non si cura più di didattica, il suo compito è orientato al prodotto scuola, alla retorica di emissioni fonetiche quali efficacia e efficienza del servizio ripetute in ogni occasione. La logica della scuola-azienda ha fatto emergere figure inedite che si appongono al docente-progettista. Ovviamente, nelle scuole non mancano eccellenti dirigenti contrassegnati da comportamenti democratici, da inconfondibile finezza, rettitudine, ma simili condotte sono legate alla soggettività del soggetto, tuttavia il marasma dell’articolato legislativo non aiuta a produrre atteggiamenti orientati all’onesta relazione con l’altro.
Il Dirigente-affarista è la tipica espressione di una scuola sempre più trasformata in srl. Il dirigente dell’azienda-scuola ha sposato il pragmatismo, la tautologia apodittica del fare per il fare, ha preso alla lettera, cioè “materialmente”, il concetto di scuola convertita in azienda. Dalla scuola pubblica si è transitati ad una scuola con una caratterizzazione fortemente privatistica. Come in un’azienda vanno pianificati i collegamenti tra imprese e utenza che addirittura viene contattata a casa e gli utenti vanno catturati con promesse, effetti scenici anche grazie alla metodica del packaging. Per la logica del mercato la qualità della scuola dipende dalla quantità dei mezzi, delle funzioni, degli obiettivi e dei contenuti predisposti secondo la logica del marketing misto al fine di influenzare l’accoglimento del prodotto, la distribuzione e la promozione. Per la logica del marketing la pubblicità è la regola e si opera in base all’effetto scenico: manifesti, spot televisivi, coloratissimi e vistosi tabelloni pubblicitari rivestono la scuola in cui vengono esposte locandine inneggianti a progetti con il patrocinio di …. La pubblicità è l’anima del commercio e per un’azienda la pubblicità non è mai troppa. Le nuove figure aziendali concepiscono la scuola alla maniera di semplice vetrina, anche se nella realtà delle cose non c’è quello che si propaganda, comunque l’effetto scenico deve suscitare la stupefazione.
Il dirigente-affarista è l’apoteosi globale, la sublimazione del fare senza fare scuola, è il leader della scuola parallela. Pertanto i soggetti scolastici sono solo mezzi per poter estendersi e controllare il territorio e per impegnarsi ad attivare il marketing.
Certi comportamenti scolastici, senz’altro scorretti non dipendono da una patologia ascrivibile ad alcuni docenti e dirigenti, bensì da una grossolana visione dell’autonomia scolastica. È stata questa a provocare comportamenti che stanno distruggendo tutto ciò che di buono c’era nella scuola. Bisogna, quindi, non incentivare economicamente il mercato del progetto perché non comporta affatto, salvo rare eccezioni, un miglioramento dell’offerta formativa.
Oltre al dirigente-affarista è emersa la figura del tirannosauro/a, altra manifestazione della scuola autonoma e effetto della spoliazione dell’identità. Una figura priva di autonomia morale. Il tirannosauro si sente il “datore” non solo di “lavoro” ma anche di vita e di morte psichica e spirituale. È l’oppressore, culturalmente inconsistente, che opera con il dono dell’onnipotenza e onnipresenza nell’assoluto e incontrastato controllo. Il suo fare ordinario nella scuola è insensato e improduttivo. Si avrebbero migliori risultati se non facesse niente per il bene della scuola nella sua interezza. La riservata, che si presenta come “atto dovuto”, è il suo unico mezzo per sentirsi capo e il capo nell’accezione negativa deve incutere “paura” ai “subordinati”. Utilizza di solito un gruppetto di docenti adulatori, la corte adulatrice,per vincere la morte didattica e soprattutto la sua estrema solitudine. Ha concepito l’autonomia scolastica alla maniera assolutistica di “l’ècole c’est moi”. A volte ostenta benevolenza, ma tale atteggiamento è un espediente per sentirsi dispoticamente elargitore di diritti concepiti, all’uopo alla maniera di favori. La legalità è intesa come una volontà protettiva affinché possa esibire sensibilità e comprensione. Nell’amicizia, nell’atto donativo perpetra l’onnipotenza per il suo sentirsi dio. Ideologicamente laico o clericale, ateo o falsamente credente, non crede in realtà in niente perché lui si sente dio e non può ammettere altra divinità che la sua stessa soggettività. Il tirannosauro si avvale dell’occhio del “grande fratello”, cioè della corte adulatrice attiva nell’adorare il capo e sorvegliare le menti critiche di alcuni docenti e ragazzi più attivi culturalmente e tutto per il “bene” della scuola.
Altra conseguenza di degrado scolastico è la figura del perditempo generalmente demotivata, meno pericolosa di quella del tirannosauro. Il perdigiorno si vivifica tramite i cortigiani che si presentano come i custodi della scuola, gli adulatori in pubblico del preside mancante, ma anche come i denigratori della presenza-assenza del capo nei rapporti privati con i docenti. Il perditempo non conosce niente della scuola, di solito proietta se stesso e il suo non-essere in qualche collaboratore che di fatto rappresenta il capo materialmente e formalmente.
Tra la tipologia del tirannosauro e quella del perditempo esiste una certa analogia esplicantesi con un terzo termine, la corte, cioè un’identità composta da componenti non inquadrabili giuridicamente e tuttavia configurabili come effetto naturale e al contempo distorto della legislazione scolastica, un’entità informe priva di qualità culturale e morale. È attiva nel suo espellere moralmente, didatticamente e culturalmente tutto ciò che è nobile nella scuola.

