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La scuola parallela e la sua fenomenologia - La scuola azienda e gli effetti dell’autonomia

 

2. La scuola azienda e gli effetti dell’autonomia

Le personalità giuridiche devono sopravvivere con l’immane sforzo di sottoporsi alla burocrazia per essere rispettose della “legge”, ma all’interno delle “riforme”, spesso discutibili, è impossibile individuare un filo conduttore che possa dar senso a tutto ciò che risulta insensato. Il ”rispettoso” della legge rischia di trasformarsi in “burlone” un po’ geniale e un po’ beffeggiatore: sguazzare nel mare torbido della burocrazia suscita la libidine del “giurista avventizio”, eccitato nel concepire la legge come una libera produzione. La legge da contenuto tecnico scientifico si converte in ‘arte’ e la buona intenzione del lettore si trasforma in disincanto e fallimento. La legge diventa libera espressione dell’interpretante. La “città” governata da leggi certe, quell’ideale forma di bellezza di giuste leggi, è irrimediabilmente adulterata.

È la legge sull’autonomia la causa del degrado scolastico oppure la sua interpretazione distorta che ha prodotto tutti i mali presenti nella scuola?

2.1 Competitività e collaborazione

Il modello competitività, da tempo entrato nel mondo della scuola, si dice sia collegato all’autonomia scolastica che avrebbe dovuto garantire agli istituti scolastici più qualità e produttività[ii]. Autonomia e competizione sarebbero, quindi, due concetti correlati secondo una possibile coappartenenza (?). Una specie di dialettica dello scambio: la collaborazione si attuerebbe con la concorrenza e viceversa (?).
Taluni sono dell’avviso che la competizione non va intesa alla maniera di concorrenza tra le scuole per garantirsi una certa visibilità e immagine, ma in base ad un’effettiva collaborazione per migliorare la qualità culturale. Una concorrenza nella collaborazione tra diversi istituti scolastici che avrebbe sviluppato il principio della collaborazione per il cambiamento vantaggioso del servizio[iii]. Nobile intenzione!? Ma la sintesi di concorrenza e collaborazione è pura finzione, è l’alchimia di una concorrenza falsamente collaborativa che non ha prodotto effetti positivi.
La concorrenza non racchiude solo il falso rapporto tra gli istituti secondo la visione ottimistica di una mano invisibile smithiana per la quale l’interesse del singolo si risolve nell’interesse generale, ma soprattutto racchiude il contrasto tra i docenti dello stesso istituto. Nel 2002 un professore universitario anticipò una “profezia” che annunciava la dispersione scolastica e l’alterazione delle nuove figure giuridiche che si sarebbero servite di «strumenti per rendere ubbidienti gli insegnanti al Dirigente. Si inventano funzioni […] e che vengono praticamente assegnate dal Dirigente. Tale dirigente si costruisce una corte di postulanti tra insegnanti pagati sempre miseramente. Questa corte è quella che gli dà sempre maggioranze nel Collegio Docenti. La democrazia nella scuola si allontana sempre più. Non è solo questo l'effetto di queste famigerate funzioni. E' anche quello di iniziare la guerra tra i "poveri". Ogni insegnante guarda il suo collega con il sospetto che stia manovrando per accaparrarsi egli stesso quella funzione»[iv].

La relazione e collaborazione devono essere premiate, ma in cosa consiste la “collaborazione” del docente? Soprattutto nell’inventarsi progetti, quindi nell’esercitarsi nella scuola parallela curando le relazioni (in questi casi si usa il termine interfacciamento) con altre scuole eventualmente sensibili alla logica progettifica. Organizzare convegni e riunioni con i politici di successo e con altre “importanti figure” è fondamentale per l’immagine della scuola. Bisogna che il personale scolastico sappia spendersi nella relazionalità specie se incentrata su personaggi di “pubblico interesse” affinché l’istituto possa ostentare motivazioni culturali e sociali. La scuola deve essere valutata per la sua presenzialità. La ricerca quotidiana, fatta di studio, approfondimento, ricerche scientifiche, è lavoro inutile, non tematizzabile, non valutabile, la riflessione su … è perditempo. L’aggiornamento a casa? Non è concepibile. Invece le riunioni pomeridiane per inventarsi di tutto e di più sono necessarie soprattutto per quei dirigenti che amano sentirsi “prime donne” e farne sfoggio.

La scuola-progetto doveva sottendere una scuola aperta alla società e il sociale dentro la scuola. Splendide intenzioni rimaste solo sulla carta. In realtà la scuola ha dovuto assimilare, per colpa di un ordinamento legislativo distorto, l’impianto sistematico del business per un’eventuale promozione di alcuni insegnanti e/o dirigenti ossessionati dalla carriera, dall’ascesa non professionale ma esclusivamente burocratica.

La prima malattia della scuola per F. Frabboni dipendeva dall’isolamento e dalla segregazione, dalla scuola separata dal territorio socioculturale, da una visione autarchica e solipsistica del docente «intrappolato dentro l’aula nella mistica idealistica della relazione maestro-allievo»[v]. Contro il Frabboni del Manuale di didattica generale sarebbe auspicabile che la scuola incentrasse la didattica sulla classe aperta e sul confronto cultuale tra il docente e i giovani alunni che solitamente non hanno più il tempo di studiare presi come sono da relazioni e impegni extrascolastici.
L’intenzione del cultore di didattica teoretica si è concretata? L’appello per un’eventuale apertura della scuola italiana è stato disatteso?
I dirigenti con alcuni docenti si sono interfacciati con il territorio socio-culturale, ma il sociale e il culturale si esplicano essenzialmente attraverso la progettazione, la pubblica relazione sempre burocratica o tramite agenzie “tuttofare” statali o private. Raramente la scuola si apre al sub-cosmo sociale e culturale, alle problematiche delle famiglie sempre più soverchiate da questioni economiche. La scuola di rado si occupa dei problemi dei giovani, del loro malessere esistenziale e materiale. I tempi scolastici sono corti ed invece bisognerebbe dare più tempo e spazio a tutti quei ragazzi schiacciati da dinamiche fuorvianti, altamente diseducative prodotte dalla logica spietata del mercato, del consumismo, dal modello infido della politicanza, dai falsi miti propinati da certe agenzie mediatiche.
Il problema dipende dal modo d’intendere l’apertura socio-culturale. Per la scuola parallela l’isolamento didattico sarebbe stato superato con la filosofia spicciola, falsamente pragmatica, del fare per il fare, un modus operandi che ha prodotto intrecci con le università, con il territorio solo per il fine progettifico.

Perché non pensare ad un modo diverso di concepire il progetto? Perché negli istituti scolastici non si organizzano progetti pomeridiani di durata annuale per incrementare le conoscenze e le abilità di indirizzo? Non solo corsi di eccellenza ma soprattutto di rinforzo per quelle discipline che come la matematica rappresentano la caporetto della scuola italiana. Anziché “aprirsi” ai postulanti spasmodici del progetto o ai progetti di valutazione burocratica perché non pensare ad un New deal scolastico arruolando giovani laureati in matematica, chimica, fisica …, utilizzandoli in modo da contenere l’emergenza scuola e la disoccupazione intellettuale.