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La scuola parallela e la sua fenomenologia - Dentro il funzionamento

 

2.2 Il Collaboratore

Tra il dirigente e i docenti esiste una terza figura, il collaboratore[vi], la cui mansione è legata ad una legge che ha fatto sì che i dirigenti scegliessero i collaboratori. C’era una volta il vicepreside eletto democraticamente nel collegio dei docenti, ma da una scaturigine elettiva e fiduciaria per legge si è transitati alla figura del collaboratore vicario, autonomamente scelto dal dirigente senza elezione[vii], ed anche tramite una designazione del dirigente posta al parere, non vincolante, del collegio.
Per una “riforma” prodotta da “tal altro riformatore” il collaboratore è nominato ormai direttamente dal dirigente. Tuttavia la nota min. 3 luglio 2002, prot. 1733 considera la possibilità (…?) di avvalersi di un «contributo di collaborazione da parte del Collegio dei docenti». Il dirigente non può essere affiancato da un docente che non sia diretta espressione della volontà del capo, che in realtà non è più parte della scuola ma un correlato sovrastante. Il collaboratore si qualifica in unità di intenti con il vertice, a differenza del vicepreside che fungeva da cerniera tra presidenza e docenti. Chi collabora con il preside non deve assolutamente esternare opinioni né giudizi, anche se a giusta ragione, previa le dimissioni. Il collaboratore non è un vice ma un altro suddito tra i tanti. Tra le parti è bene che tutto sia in regola perché il capo dell’azienda non può non aver ragione; il capo ha sempre ragione, anche se a volte ha torto. Nella scuola, fatta ad immagine e somiglianza dell’azienda, devono anche esistere le figure intermedie, un terzo termine, esperto nell’arte del bureau che costituisce l’altra faccia della scuola. Con il pretesto dei bisogni scientifici e delle “proposte emergenti” il terzo termine ha una certa protezione da parte di chi trova, direttamente o indirettamente, giovamento.

I docenti approvano quasi tutto, esporsi con un voto contrario in collegio non sarebbe ‘ragionevole’ né funzionale. Nei collegi la discussione, la riflessione critica e propositiva, il dibattito intelligente sono sempre più interpretati dai dirigenti-burocrati come manifestazioni negative o inutile perdita di tempo e sono sempre di meno i dirigenti che tollerano il dialogo, la discussione e la libertà di pensiero.

Bisogna essere al passo con i tempi. La modernità o meglio la post-modernità impone un nuovo modo di concepire il fare: dalla programmazione didattica si deve transitare all’amministrazione del progetto, alla progettazione prevista dal DPR 275/99. Nel 2007 un ministro avanzò la giusta idea di privilegiare «chi fa la didattica in classe invece di correre dietro a progetti che spesso sono superflui»[viii] ma la dichiarazione nel tempo non ha sortito effetti positivi perché le cose a scuola non sono cambiate.

2.3 Il P.O.F

Il Piano dell’offerta formativa (POF)[ix] rappresenta la vetrinetta (cornice della scuola-azienda), svolge la parte inutilmente esibitiva a far bella mostra, vuol essere il meglio della scuola, un insieme articolato di metodi, progetti, obiettivi …, progetti svolti tutti con successo.
Il POF è la diretta esplicazione dell’autonomia e della progettazione delle singole unità scolastiche (Legge 15.03.1997, n. 59) e deve rappresentare «il documento fondamentale costitutivo dell’identità culturale e progettuale […] esplicita la programmazione curricolare, extracurricolare, educativa ed organizzativa che le singole scuole adottano nell’ambito della loro autonomia». Il POF riveste il ruolo di una esposizione estetica dell’identità della scuola poco o per niente identificativa non per colpa dei docenti ma per lo spirito della legge stessa che esigeva un’identità culturale, una sorta di diversità tra istituti ubicati nello stesso territorio a pochi chilometri di distanza e con docenti e dirigenti che non potevano tracciarsi un’identità differenziale. Tutti i POF in realtà si somigliano e non potevano presentarsi diversamente.

Il Piano dell’offerta formativa a distanza di pochi anni si è trasformato in packaging con l’esibizione di aspetti materiali e immateriali volti a indirizzare la potenziale utenza. La direttiva POF rispecchia la logica del nihil admirari, rappresenta solo “la cornice unitaria” dall’insieme contenutistico omologato e indifferenziato come in una notte in cui tutte le vacche sono nere. Per effetto del D.P.R n.275/1999 è un composto ben confezionato, appunto una cornice, che deve catturare l’attenzione del lettore con l’intento di conquistarlo indipendentemente dai suoi interessi culturali, dalle sue naturali disposizioni.
Il POF è l’esempio di svolgimento parallelo, venuto alla luce per migliorare e soprattutto snellire la burocrazia scolastica ma di fatto ha inchiodato la scuola al cerimoniale, alla benedetta metodica del “copia-incolla-stampa” che rispetto all’abnorme accozzaglia burocratica è l’unico modo che ha realmente semplificato e rivoluzionato il lavoro dell’impiegato.
Per legge e per il bene della “scuola al passo con i tempi”, l’autonomia avrebbe prodotto la cosiddetta diversificazione e l’efficienza e l’efficacia del servizio scolastico, nonché l’introduzione di tecnologie innovative. Infatti, la formazione e l’aggiornamento sono solo in funzione dell’addestramento tecnico utile per conoscere le nuove tecnologie, meglio se comprovate e certificate da agenzie esterne. La certificazione di competenze ha un costo per la scuola e per il personale, ma il paradosso sta nel concetto di “certificazione di competenze” per la semplice ragione che il possesso attestato di eventuali competenze si presenterebbe come un di più rispetto alle competenze specifiche di alcuni docenti, conseguite nel corso degli anni in base all’esperienza personale. Tuttavia, ciò di cui si è a conoscenza non ha alcun valore se non è attestato da qualche agenzia che si interfacci con l’azienda-scuola per convalidare burocraticamente che il docente è di livello …

2.4 Le degenerazioni dell’azienda-scuola. Diversificazione o dispersione?

La figura intermedia rappresenta l’altra alterazione scolastica, convalidata e sublimata dalla legge che prevede figure diversificate. L’autonomia ha fatto un altro miracolo, ha prodotto il docente procacciatore di rapporti esterni con vari enti, agenzie ... che non sceglie la scuola per la validità, la serietà e l’ambiente positivo né per la vicinanza dal domicilio. La preferenza di una determinata scuola dipende dalla possibilità di un’esplicazione “progettifica” fine a se stessa.

La scuola fatta azienda non ha prodotto la qualità dell'istruzione, tanto meno la diversificazione[x] ma solo dispersione e subordinazione tra funzioni del personale, una condizione d'inferiorità che ha generato la “corte di postulanti tra insegnanti”. Tali dinamiche hanno favorito condizioni di sottomissione, unitamente al disprezzo per l’effettivo lavoro in classe, hanno promosso mansioni e servizi succedanei non centrali, del tutto estranei all’autentica formazione e all’istruzione.

Al degrado della scuola va aggiunta l’apprensione del personale scolastico per il continuo proliferare di riforme difettose che rappresentano un vero problema. La scuola, se composta da docenti responsabili e preparati, sa proteggersi con un automatismo interno, si muove come un motore immobile. I docenti a volte si comportano come monadi, ogni monade segue l’azione prestabilita delle altre monadi una specie di armonia prestabilita o un automatismo inerziale, l’input, spesso negativo, è avventizio.