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Ma come fanno i marinai? Una ricerca sulle assenze ingiustificate nella scuola superiore - Storie (prima parte)


Modica quantità

S.: “Il segreto nel saltare la scuola è resistere alla tentazione di eccedere. Se il numero delle assenze si fa alto, arrivano guai, sia a scuola che in famiglia. Per questo io le faccio solo quando è veramente necessario”. Saggezza spicciola, questa, che testimonia come gli adolescenti meno esagitati abbiano imparato a convivere sia con la norma che con la trasgressione: esercitano una calcolata pianificazione di costi e benefici, in modo da osservare una condotta che è volta essenzialmente a non pagare alcun prezzo. Manca la passio, in questo esercizio della modica quantità; si rifuggono il guizzo e l’eclatanza e si rincorre l’accomodamento, quella sorta di estraneità a se stessi che, in nome del piccolo cabotaggio, prepara già l’ingresso nella maggioranza silenziosa.

Prima volta

S.: “Io sono giunto in ritardo: sentivo i miei amici mettersi d’accordo per il giorno successivo, ma non me la sentivo di unirmi a loro. Poi un giorno, senza che lo avessi pianificato, mi sono trovato in direzione opposta rispetto al portone della scuola. Ormai era fatta”. Qui convergono due spinte: l’arbitrio del singolo si confronta con l’automatismo sociale, riproducendo quella dialettica che pone ciascuno contemporaneamente dentro e fuori le appartenenze. Marinare la scuola è scelta personale, che può essere accuratamente progettata o investita della stessa funzione di un rito iniziatorio, e allo stesso tempo evento che accade, riflesso involontario che si respira attorno alle atmosfere scolastiche, come un varco che prima o poi bisognerà attraversare.

Anonimati
 

S.: “Molte volte mi assentavo da solo, e allora la preoccupazione maggiore era quella di non farsi vedere da parenti o insegnanti. Me ne stavo tutta la mattinata in stazione, ad aspettare un immaginario suono della campanella”. Nascondersi tra la folla: i non-luoghi sono contenitori ideali per i transfughi dell’identità, e gli studenti in buon numero bidonano la scuola per vivere quelle stesse ore come in attesa fluttuante, sospesi in un anonimato che è speculare a quello dentro l’edificio scolastico. Esserci, non esserci, solleticare il nulla attraverso i luoghi della moltitudine. Bisognerebbe spiegare a questi ragazzi che già Simmel, Kracauer e Benjamin [6] avevano notato, a loro modo, quanto i luoghi ferroviari siano paradigmatici della modernità.

Sotterranei
 

S.: “Nel mio gruppo abbiamo uno scantinato, che al mattino serve per quanti saltano la scuola. È come disporre di un luogo personale, non raggiunto dalla sorveglianza di adulti…”. Metafora efficace, questa dello spazio adolescenziale che cerca nel sottosuolo riparo dallo sguardo adulto. Si tratta anche di sottrarsi alla luce posticcia di una pedagogia che emargina quelle componenti affettive ed emotive che periodicamente vincono la latenza ed esplodono in magma, effluvio bisognoso di interrarsi al di sotto del visibile perché, in superficie, desta sospetto e immediato richiamo all’ordine. Che i ragazzi si rinchiudano in penombre vietate agli adulti appare una legittima difesa, considerando anche che gli istituti scolastici non prevedono una toponomastica dell’anfratto né aree di meditazione.

Pedagogie psichedeliche

G.: “Non credo lo dirò mai a mio figlio, ma trenta anni fa marinavo la scuola per andare ad ascoltare i dischi dei Pink Floyd. Non so spiegarlo, ma ho avuto spesso la sensazione di avere imparato più e meglio da quei dischi che da anni di studi scolastici”. I genitori custodiscono segreti che l’adesione alla norma e al ruolo non permettono di rivelare. Coloro che hanno vissuto i tumulti del decennio ’67-’77 non trovano le parole per raccontare ciò che hanno attraversato. I più tacciono, e solo qualcuno scopre improvvisamente che anche i figli, al chiuso di una stanza o in un manipolo di fedeli coetanei, ascoltano gli stessi dischi, e percorrono a ritroso quelle atmosfere che una volta hanno fatto sobbalzare. Bisognerà pure chiedersi, prima o poi, chi ha messo il bavaglio al racconto intergenerazionale, chi ha decretato l’esilio e la rimozione di una storia ormai annichilita dal pervasivo chiacchiericcio delle masse finto gaudenti.