- Categoria: Ricerche a scuola
Ma come fanno i marinai? Una ricerca sulle assenze ingiustificate nella scuola superiore - Questioni di metodo
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Questioni di metodo
La scelta metodologica, in una indagine siffatta, non è neutra. Il ricercatore è chiamato, prima ancora che metta mano alla strumentazione euristica, a operare con chiarezza una valutazione. Può aderire alla visione adulta, e considerare l’assenza ingiustificata dentro un ventaglio di categorie esplicative, che vanno dall’accettazione bonaria di qualche pausa di libertà che non pregiudica l’insieme del processo formativo, fino al richiamo allarmato della sottrazione all’impegno scolastico come segno prognostico di disagio e, nei casi estremi, di abbandono. Scegliendo la visuale adulta la strumentazione di indagine vira necessariamente verso il quantitativo, e non disdegna, in fase di discussione, psicologismi ormai diffusi e una normatività a mezza strada tra i buoni consigli delle riviste femminili e il paternalismo parrocchiale.
In questo senso l’attenzione si posa sulla frequenza: assenze ripetute e prolungate sono più allarmanti rispetto a quelle sporadiche o contenute all’interno di cornici socialmente condivise. Banale, ma pochi hanno da obiettare davanti ai ponti arbitrariamente prolungati, alle assenze in concomitanza di feste patronali, compleanni e gitarelle: insomma, non solleva preoccupazione che lo studente si sottragga alle lezioni per compiere azioni che rientrano a pieno titolo nell’orizzonte adulto.[3] Non suscita scandalo, e ne discuteremo in seguito, che le assemblee di istituto siano disertate da un buon numero di adolescenti, che pure avrebbero tutto l’interesse a esercitare un diritto, poco sostenuto, alla discussione pubblica.
Se il sottrarsi al marchio scolastico mostra continuità con i modelli dominanti, se è propedeutico alla furbizia spicciola dell’impiegato in pausa brioche e del dottore momentaneamente fuori stanza, non mette in pericolo il buon funzionamento del dispositivo ma, anzi, ne permette la neutralizzazione dei conflitti latenti.
Generalmente un modesto tasso di marachelle è ritenuto fisiologico, e rientra in quella politica dello zuccherino che Benjamin ha, causticamente, chiamato pedagogia coloniale [4], ossia l’insieme di pratiche tese, anche con provvisorie concessioni di trasgressione controllata, a sottomettere il soggetto in formazione a un sistema implacabilmente determinato a perpetuare se stesso.
Del resto l’approccio quantitativo è, in questo campo, poco attrezzato perfino a descrivere la frequenza del fenomeno. Siamo di fronte a livelli nascosti, negoziati sottobanco e fisiologicamente refrattari a mostrarsi in piena nudità.
L’assenza voluttuaria è molto spesso coperta da giustificazioni formalmente ineccepibili o ritenute tali per comodità di gestione, e ognuno conosce bene i mille camuffamenti con cui i ragazzi sono capaci di mettere la toppa alla birichinata. Imitare la firma del genitore o puntare sull’inerzia del docente tenuto, al rientro, a certificare la giustifica; accumulare assenze intermittenti per coprirle tutte, come un assegno postdatato, con un’unica cedola; si arriva perfino, per i più intraprendenti, a risultare dentro l’edificio pur avendone guadagnato subdolamente l’uscita.
Si aggiungano le assenze parziali: uscite anticipate e ingressi ritardati, ore intere di lezione passate ai bagni, in palestra o in qualsiasi anfratto di decantazione disponibile nell’istituto. Ancora, si considerino i malori intestinali, gli scoppi di pianto irrefrenabile e tutta la varia gamma di accidenti che puntano a sottrarsi alla normale routine scolastica, ivi compresi i casi estremi, e che hanno fatto discutere, di allagamenti, incendi e allarmi bomba, anch’essi pervicacemente orientati ad ottenere la sospensione delle lezioni. È un fenomeno difficilmente quantificabile, forse volutamente non quantificato perché potrebbe stridere con i modelli oggi in voga della scuola azienda o, alternativamente, della scuola comunità armonica. Come in tutti i consessi umani, la verità è nota localmente: i docenti esperti hanno imparato a distinguere la cosiddetta assenza strategica da quella normale, e gli stessi protagonisti del piccolo sabotaggio non mancano di parlarne con compagni di classe e, talvolta, godono perfino nel farsi vedere all’uscita, dopo una intera mattinata trascorsa a zonzo.

