Stop the genocide poster

Far disegnare i bambini in modo spontaneo

L'Uovo dell'Arcobaleno è stato deposto il 15 maggio del 2010 praticamente al termine dell'anno scolastico che vedeva la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, di Sepulveda, al centro del percorso educativo-didattico. Un anno, sin dall'inizio, attraversato da un uovo, quello di Kengah, mamma gabbiana morente, affidato alle cure del gatto Zorba a condizione di rispettare tre promesse: la prima di non mangiare l'uovo; la seconda di averne cura fino alla schiusa e la terza di insegnare al piccolo a volare.
Un po' sulla falsa riga del cappello non cappello de Il Piccolo Principe e di come la visione adulta banalizzi ciò che nei bambini e nelle bambine è invece espressione profonda di vissuti, Martina, 5 anni, ha rappresentato, con l'Uovo dell'Arcobaleno, l'esperienza corporea, relazionale, cognitiva e affettiva di ciò che ha dato vita ad una piena e autentica ricerca di senso.

Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste primordiali, intitolato "Storie vissute della natura", vidi un magnifico disegno. Rappresentava un serpente boa nell'atto di inghiottire un animale. Eccovi la copia del disegno. C'era scritto: "I boa ingoiano la loro preda tutta intera, senza masticarla. Dopo di che non riescono più a muoversi e dormono durante i sei mesi che la digestione richiede". Meditai a lungo sulle avventure della jungla. E a mia volta riuscii a tracciare il mio primo disegno. Il mio disegno numero uno.
Era così:perrone_schettino1
Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava.
Ma mi risposero: " Spaventare? Perché mai, uno dovrebbe essere spaventato da un cappello?" .
Il mio disegno non era il disegno di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante.
Affinché vedessero chiaramente che cos'era, disegnai l'interno del boa. Bisogna sempre spiegargliele le cose, ai grandi.

Pur lavorando da lunghissimo tempo nella scuola dell'infanzia e avendo dato nel 2008 il nome di Scarabocchio di Sofia al Progetto di Circolo de Il filo di Sofia (1). Pur credendomi immune dalla leggerezza dei giudizi disattenti, dalla superficialità e dalla banalità dei frettolosi sguardi adulti, accadde che rimasi estremamente colpita quando, davanti ad un disegno spontaneo consegnatomi per essere titolato e poi inserito nella mostra del Concorso Ghirlando (2), lo scambiai per un esercizio, si di abile fattura, ma pur sempre un semplice miscuglio di colori e che accolsi con la frase di rito:
"Che bello, cos'è?" perrone_schettino3
Con mio enorme stupore seppi che si trattava dell'Uovo dell'Arcobaleno!
Come gli adulti descritti da Antoine Sainte-Exupery, mi sentii improvvisamente "troppo adulta", troppo distante dall'immediatezza, profondamente spontanea, espressa con il massimo della semplicità dal genio artistico di Martina, che si era venuta a trovare, come ne Il Piccolo Principe, nella condizione di dover pensare: "Bisogna sempre spiegarle le cose ai grandi" e aggiunse: "Prima c'è l'uovo e poi nasce l'arcobaleno!"


L'uovo dell'arcobaleno

Improvvisamente non avevo più tra le mani un semplice foglio ben riempito di colore, non era più un semplice passatempo di abile destrezza e manualità, non era neanche una copia di un unico gesto ripetuto quasi all'infinito. Avevo tra le mani un'opera d'arte unica, profondamente artistica, espressiva e rappresentativa di una grande riflessione sulle esperienze e sui vissuti, trasformati e trasferiti fantasticamente su un foglio bianco. Degna opera artistica, del nome di grandi maestri.
Una lunga traccia filata di esperienze psicomotorie relazionali aveva fatto vivere a Martina le tappe della storia. Dalla deposizione fino al prendersi cura dell'uovo. Dalla schiusa alla ricerca del nutrimento adeguato. Dal difficile compito della scoperta e del riconoscimento di una evidente e grande diversità, fino alla ricerca della strategia per riuscire a far spiccare il volo alla piccola gabbianella Fortunata. Nel laboratorio grafico il percorso si era soffermato sul contrasto bianco (Fortunata) e nero (gatto Zorba), giorno e notte, vita prenatale e nascita. Il tutto era stato poi racchiuso e concretizzato nella realizzazione individuale de Il libro della vita, dove foto e disegni illustravano l'arco di tempo che andava dalla gravidanza ai loro primi anni di vita. Un altro spunto importante di esperienze le aveva ricevute nel percorso grafico sulle luci e le ombre in preparazione della visita alla mostra "Caravaggio" presso Le Scuderie del Quirinale a Roma dove le creature, osservando le opere del grande maestro, scoprirono autonomamente l'espressione "mette in luce".

Martina ha saputo rielaborare l'esperienza e l'ha trasferita in un nuovo contesto, l'ha applicata ad un aspetto della realtà che non era stato preso in considerazione. Dove nasce l'arcobaleno? Dove nascono i colori? Queste implicite domande danno la dimensione della capacità che possiedono i bambini di essere nella domanda di senso. Di come il dialogare, tanto ricercato nei percorsi del filosofare verbale e adatti ai bambini più grandi, trovi proprio in queste modalità di educazione scolastica l'approccio che consente, prima di tutto, di trovare un senso di profonda percezione di sé come possibilità personale di dialogo e si trasformi da intima rappresentazione ad espressione corporea e grafico-pittorica.
Non è meraviglioso come le infinite tracce racchiuse nell'Uovo si intersechino, si sovrappongano così strettamente le une alle altre fino a formare L'uovo dell'arcobaleno?

Una riflessione da mettere sul Filo:


Lo straordinario viaggio simbolico del me corpo, alla traccia lasciata sul foglio

Quando la vita inizia il suo percorso corporeo, inizia contemporaneamente nell'essere umano l'esperienza legata alle sensazioni, alle percezioni di un essere in continua relazione con ciò che lo circonda.
La relazione che dapprima è completamente avvolgente ed esclusiva, privilegiata, embrionale e uterina, dipendente, con la nascita incomincia a registrare e a ricevere l'imprinting dal contatto sensoriale corporeo e dalle percezioni che da esse dipendono. Mi chiedo: quanto dell'esperienza prenatale c'è nel disegno dell'uovo dell'arcobaleno di Martina?
Mi incanta la sua rappresentazione simbolica e luminosa. Martina è riuscita a rappresentare, nel gioco grafico di colori con-fusi e racchiusi, la potenza-uovo che origina un essere distinto e differenziato: l'arcobaleno.

"A narrare il mutare delle forme in corpi nuovi mi spinge l'estro" sono le parole che aprono la grande opera di Ovidio (3) Le metamorfosi volendo narrare il passaggio dal Caos primordiale "di cose mal combinate tra loro" ... e dove ... "niente aveva una forma stabile" per poi arrivare al Cosmo ordinato. Oppure penso alla stella danzante di Nietzsche. Forse è questo l'approccio educativo attraverso l'infanzia della filosofia che Kohan nel suo testo Infanzia e filosofia descrive come "La sola cosa che la filosofia come esperienza esige è un gruppo di persone che prendano sul serio questo proposito di problematizzare se stessi e ciò che li circonda" (4). Ed è importante che ciò avvenga nelle strutture educative scolastiche, perché indica la qualità di attenzione e rispetto per la dignità del pensare di tutte le persone, siano esse bambini o adulti e fa sì, come in questo caso, che lo spiazzamento adulto sia fonte di ulteriori riflessioni e scoperte. Perché, insieme a Kohan, mi piace domandarmi "...che cosa vogliamo fare in maniera seria e gioiosa con la filosofia?" (5).

Il valore pedagogico del disegno spontaneo o "senza committenza"

Riprendo lo scritto di Marina Perrone per sostenere, attraverso una visione fenomenologica, che ogni bambino ha un diverso modo di considerare l'arte e il suo stile individuale nel disegno, caratterizzato da gusti particolari per i colori, le forme, le grandezze, la spazialità realizzando, in tal modo, un genere personale di espressività.
Y. Pappas sostiene che "far disegnare un bambino ci appare come uno dei metodi più significativi di cui possiamo disporre per avvicinarci all'animo infantile.
Senza dubbio, essendo la nostra conoscenza quello che è, restano in noi molti segreti inaccessibili, ma è proprio in essi che risiedono l'originalità e la libertà di ognuno.
Non è male che questa originalità e questa libertà si manifestino per tempo: esistono nella vita del bambino tante occasioni per inaridirle" (6).
Il bambino attraverso il disegno fa emergere il proprio mondo personale, quello più creativo, quello più autentico che non sottosta a regole e divieti. Anzi è possibile sostenere che il disegno infantile si esprime attraverso forme innate, basate su strutture neuromentali fondamentali, che si possono percepire nel gioco di una costruzione psichica.
Secondo A. Stern (7), tutti i bambini del mondo e tutti gli esseri umani lasciano tracce grafiche qualunque sia il contesto ambientale e culturale in cui vivono, perché il disegno non è soltanto uno degli strumenti della comunicazione umana ma è, originariamente, un atto compiuto per una necessità interiore che non produce un'opera d'arte o una comunicazione, ma basta a se stesso e dà un piacere sconosciuto perché con questa traccia viene liberata una ritenzione molto antica. Essa è la manifestazione materiale della memoria cosiddetta organica (memoria degli avvenimenti della formazione dell'organismo) che viene ancora prima della ritenzione mnestica che è la capacità di ricordare ciò di cui si ha esperienza.


La formulazione secondo A. Stern

In linea con questa prospettiva, A. Stern definisce "Formulazione", l'insieme di segni che nascono dalla loro concatenazione e, dopo numerosi studi, è pervenuto alla considerazione che essa è un sistema coerente ed universale, non limitata ad un'età particolare, che accompagna l'uomo in tutti i cicli della sua esistenza. Secondo lo studioso francese, la Formulazione è legata al codice genetico e rappresenta l'unico mezzo d'espressione della memoria organica; sicché, nel momento stesso in cui rappresenta le sue prime immagini, il bambino ci offre anche uno strumento per comprenderlo meglio, assai più di quanto non consenta il linguaggio, strumento che il bambino impara presto a controllare, a seconda delle reazioni dell'adulto nei suoi confronti e che richiede, per esprimersi a fondo, ben altre finezze di quelle di cui egli può disporre.

Per imparare a comprendere ciò che i disegni rivelano, bisogna innanzi tutto domandarsi cosa disegnano i bambini.
J. H.Di Leo indica in sei punti per rispondere a questa domanda (8). I bambini disegnano:
1. Quello che è importante per loro: in primo luogo le persone, quindi gli animali, le case, gli alberi;
2. una parte, ma non tutto di ciò che essi conoscono dell'oggetto;
3. ciò che si ricordano in quel momento;
4. l'idea colorata dai sentimenti;
5. ciò che è visto;
6. una realtà interiore, non ottica.

L'adulto non deve preoccuparsi perciò che le opere infantili siano corrette dal punto di vista formale e tanto meno premiarle per questo, L. Radice (1936) metteva in guardia da una precoce correzione che è "disturbatrice, anzi devastatrice, della intuizione pittorica e del relativo sforzo di estrinsecazione grafica". Insomma, l'adulto, come scrive Perrone, è «troppo adulto, troppo distante dall'immediatezza, profondamente spontanea, espressa con il massimo della semplicità dal genio artistico di Martina, che si era venuta a trovare, come ne Il Piccolo Principe, nella condizione di dover pensare: "Bisogna sempre spiegarle le cose ai grandi" e aggiunse: "Prima c'è l'uovo e poi nasce l'arcobaleno!"». Molti adulti, infatti, incorrono nell'errore descritto dalla Perrone: "lo scambiai per un esercizio, si di abile fattura, ma pur sempre un semplice miscuglio di colori e che accolsi con la frase di rito: Che bello, cos'è?".
L'adulto deve fornire, invece, appropriati mezzi d'espressione e creare un ambiente di vita in cui il bambino sia stimolato a fare esperienze che siano insieme reali ed estetiche.
Come sostiene il pedagogista francese Stern (9), bisogna evitare di imporre ai bambini di "copiare", o ai più piccoli di colorare disegni con contorni già tracciati, con questi mezzi si pensa di attuare la discussa educazione al realismo, in realtà si finisce solo con l'annoiare e a non far emergere la personale creatività e/o spontaneità.

Anche imporre temi d'espressione obbligatori è sbagliato per vari motivi. In generale qualsiasi forma d'imposizione che provenga dall'esterno, senza una motivazione valida, condiziona il bambino bloccandone il flusso creativo. L'espressione artistica è un avvenimento non comune in cui prendono forma esigenze personali, stati inconsci, sensibilità, intelligenza.
In un soggetto in età evolutiva si possono produrre dei disagi, perché la richiesta dell'adulto è superiore alle obiettive possibilità del bambino, ad esempio nel chiedere ad un bimbo, di tre anni di disegnare nei dettagli un omino, quando ancora non avverte l'esigenza o non ne possiede le capacità, non si ottiene altro che di inibirlo favorendo l'insorgere di un senso di soggezione
Se la maggior parte dei bambini è per natura incline al disegno e a trarre gioia da tale attività, non è però detto che tutti i bambini si divertano a disegnare. Anche l'esigere modi d'espressione o temi superati per età o per esperienze, ha conseguenze negative. In questi casi il bambino si fissa su moduli standardizzati e li riproduce meccanicamente, questo tipo di ripetizione stereotipata ha carattere frenante o inibitorio.

Per poter fare esperienze che arricchiscano la sensibilità, il bambino deve poter vivere, quando disegna o dipinge, momenti densi di godimento.
Affinché ciò avvenga è necessario che ci siano alcune condizioni che nella maggior parte dei casi devono essere predisposte dall'adulto.
Il pedagogista F. De Bartolomeis (10) si dice contrario al non intervento dell'adulto, egli ritiene che sia compito dell'educatore intervenire a rafforzare l'influenza dei "fattori favorevoli".


Indicazioni didattiche

Cosa l'adulto può predisporre per sostegnere l'espressione infantile?

  • il materiale artistico: spesso il bambino si scoraggia perché non ha i mezzi adeguati;
  • un disegno di gruppo: l'attività di gruppo è spesso di stimolo alla fantasia;
  • della musica e disegno: la musica è come il colore, molto sentita dal bambino;
  • un ambiente educativo: l'adulto può intervenire sul comportamento espressivo, sia ampliando le conoscenze del bambino, sia influenzandone l'immaginazione.

Secondo Stern l'insegnante, l'educatore, il genitore o meglio ancora il praticien non insegna, non giudica, non fa commentare la traccia, ma è un "servitore"; deve conoscere le leggi della Formulazione. Il praticien, nel Closlieu ha acquisito un'attitudine rispettosa verso la persona e verso la traccia della persona. Comprendere il funzionamento della Formulazione esige un percorso scientifico ed è tutt'altra cosa che interpretare i disegni.
A differenza di De Bartolomeis, Stern indica alcune caratteristiche fondamentali dell'ambiente del Closlieu:

  • un luogo che metta la persona al riparo da pressioni e interferenze;
  • la presenza degli altri, non come spettatori, ma come compagni di gioco che accettano l'emissione, conferendole il suo carattere di non-comunicazione e di normalità;
  • la presenza di un praticien che non giochi il ruolo di figura di riferimento, né quello di destinatario di ciò che viene formulato: il suo ruolo è quello di un servitore.

Un modo per stimolare l'immaginazione della classe è il racconto (11). Sarebbe interessante, per esempio, se dopo il racconto, alla cui costruzione tutti partecipano, i bambini fossero invitati a produrre disegni spontanei. Così facendo, l'insegnante non avrà bisogno di suggerire i temi di rappresentazione, ma l'ispirazione e le intuizioni scaturiranno spontaneamente dal bambino che desidererà illustrare i fatti e le esperienze vissute per approfondirle e conoscere meglio.
La finalità dell'attività di disegno è l'arricchimento emotivo e intellettuale; nell'educazione è principalmente il primo aspetto che va potenziato, perché interessa soprattutto che il bambino si senta realizzato e viva delle esperienze che maturano la sua personalità. Più del prodotto interessa il momento realizzativo in cui il bambino si sente di fare una cosa sua e la vive intensamente.
Dai disegni dei bambini noi possiamo conoscere a quale stadio sia la loro maturazione intellettuale, che cosa essi pensino del mondo e delle persone con cui vivono, che cosa abbiano appreso... Tuttavia ciò che risalta particolarmente dai loro disegni spontanei è la visione concreta d'un mondo che l'adulto ha dimenticato.
"L'infanzia, che pure è alle radici del nostro essere e con i cui occhi un tempo guardavamo al mondo, ci sfugge a tal punto che, per capire i disegni infantili, non ci è più sufficiente guardarli, ma dobbiamo studiarli. Quello che siamo diventati ci nasconde quello che avremmo potuto essere e che portiamo dentro di noi come un vecchio ritratto; ma il mondo è pieno di bambini, di menti vive e intelligenti che possono farci riacquistare con il loro talento il senso della vita, purché nell'avvicinarli non siamo noi stessi a distruggerli" (12).


Una lettura evolutiva

Nell'opera Il disegno infantile – afferma G. Luquet – "ogni momento dell'evoluzione si distacca dal precedente secondo un progresso quasi insensibile, si prolunga più o meno nei successivi, attenuandosi gradualmente [...]. La descrizione che diamo è schematica, la continuità dei differenti momenti di questa evoluzione nella realtà è meno distinta che nell'analisi; la data e la durata di ciascuno di essi variano considerevolmente secondo il bambino preso in esame" (13).
L'interpretazione di G. Luquet si basa sul concetto di realismo del disegno del bambino che ordina gli eventi grafici, che si manifestano nello stesso soggetto individuandone quattro fasi.
Generalmente gli autori moderni fanno delle descrizioni evolutive di concezione e di terminologia più o meno analoghe, aggiungono a queste una fase iniziale denominata dello "scarabocchio". In questa fase il bambino traccia delle forme indipendenti rispetto al significato, questa fase dura per i primi due anni di vita.
Di fatto, si tratta di un'attività grafica non ancora realmente elaborata. Per Luquet le quattro fasi si manifestano secondo la seguente sequenza:

il realismo fortuito Il bambino evidenzia un'analogia più o meno vaga, e spesso impercettibile all'adulto, tra il tratto che sta facendo e qualcosa di reale: dà al segno il nome dell'oggetto.
Durante il 3° anno di vita il ripetersi di queste esperienze viene superato da una "intenzione rappresentativa" che è all'origine delle fasi successive che sono strettamente intrecciate
il realismo mancato
il realismo mancato Questa fase copre l'arco di tempo dai 4 ai 12 anni. 
il realismo intellettivo Il bambino cerca di rappresentare la realtà in modo significativo, ma all'inizio la rappresentanza del mezzo grafico "non è adeguata "rispetto al suo proposito; successivamente l' "intenzione realista" e il "senso sintetico" costruiscono una rappresentazione della realtà riconoscibile, ma in cui "ciò che il bambino dice" sostituisce l'evidenza visiva. Una serie di processi permette il compromesso necessario tra l'uno e l'altro: enucleazione dei dettagli, trasparenza, piano, ribaltamento molteplici punti di vista. Progressivamente il ricorrere a questi processi lascia spazio ad una visione più unitaria.
il realismo visivo Verso il 12° anno di età si instaura la quarta fase, durante la quale sembra vi sia una subordinazione della rappresentazione all'apparenza visiva delle cose; questa caratteristica classicamente viene considerata come il declino del disegno infantile.
Di fatto lo studio dell'espressività dell'adolescente dovrebbe lasciare da parte questo giudizio.

I lavori di Luquet esaminano il disegno dal punto di vista della rappresentazione; e anche se cerca di mettere in evidenza le forme che testimoniano le tappe di una "evoluzione intellettiva", l'esito dei suoi studi costituisce un'originale elaborazione descrittiva; nonostante tali interpretazioni siano datate all'inizio del secolo, esse restano attuali.

A proposito, poi, della interpretazione dei disegni e del gioco dei bambini, a favore di un uso pedagogico di essi, concludo con un brano di Melanie Klein riguardante le interpretazioni "selvagge" che possono essere fatte sul gioco infantile: "Orbene io non mi sono mai azzardata a fare interpretazioni simboliche così selvagge del gioco infantile. (...) Solo se il bambino manifesta ripetutamente in vari modi – per lo più in realtà servendosi di mezzi vari, per esempio giocattoli, acqua o ritagliando, disegnando, ecc. – lo stesso materiale psichico; e rilevo, inoltre, che queste attività sono di norma accompagnate da senso di colpa che si palesa come angoscia o in rappresentazioni nelle quali è insita della sovracompensazione, e cioè in formazioni reattive; se pervengo a rendermi conto che nel complesso di tutto ciò esistono nessi precisi, ebbene, solo allora io interpreto i singoli fenomeni e li connetto all'inconscio e alla situazione analitica" (14).

 



ABSTRACT

L’articolo nasce a seguito di attività di ricerca pilota condotta in 6 Scuole dell’Infanzia Statali della Città di Napoli all’interno delle quali è stata svolta, con insegnanti ed allievi, l’attività di “disegno spontaneo”. Scopo della ricerca pilota che, nel nuovo anno scolastico 2011-12, vedrà la partecipazione di 16 Scuole dell’Infanzia è quello di distinguere fra disegno spontaneo o senza committenza e disegno con committenza nei bambini di età compresa fra i tre ed i cinque anni, confrontandola con la letteratura esistente in ambito sia pedagogico che psicologico. La ricerca pilota ha prodotto anche un Catalogo intitolato “Lo scarabocchio” (edito dall’Associazione Amici del Margherita di Savoia-già Liceo Psicopedagogico) comprendente due articoli a firma dei referenti scientifici (prof.ssa Daniela Cantone, ricercatrice di Psicologia generale presso la Seconda Università di Napoli e il prof. Bruno Schettini coautore del presente articolo) e un DVD con 615 disegni di bambini. La ricerca pilota ha contribuito a problematizzare il discorso sul disegno spontaneo all’interno del mondo scolastico contattato, a fare affinare gli strumenti operativi sul modello del Closlieu del pedagogista francese Arno Stern ed a generare un maggiore interesse scientifico sul tema della Formulazione come unica modalità d’espressione della memoria organica. La ricerca estensiva procederà alla falsificazione del prodotto della ricerca pilota ai fini della costruzione di un modello educativo metodologicamente corretto.

The article is the result of research conducted in 6 kindergartens of Naples, in which were tried, with teachers and children, the activities of "spontaneous drawing." The purpose of the pilot study that in school year 2011-12 will involve 16 schools of the Child is to distinguish between spontaneous drawing and drawing with or without client commissioning in children aged between three and five years, comparing it with the existing literature in both pedagogical and psychological context.
The pilot study helped to problematize the discourse on spontaneous drawing in the world the school, to refine the instruments operating on the model of Closlieu of the French pedagogue the Arno Stern. The complete research will proceed to the falsification of the product of the pilot study for the construction of a methodologically correct educational model.


Note:

1) Il Filo di Sofia è un progetto di circolo che prevede l’attuazione di percorsi di filosofia con bambini e bambine. Tale progetto intende attuare la pratica del filosofare come strumento didattico e come progetto edificante in senso educativo. Referente Prof. S. Bacchetta.

2) Ghirlando Filosofo Giramondo è il nome di fantasia che Stefano Bacchetta, referente del progetto Il Filo di Sofia, ha adottato per presentarsi e presentare ai bambini e alle bambine se stesso come amico di Sofia e poeta. Tutto il percorso è iniziato nell’A.S. 2007-08 con l’arrivo di una lunghissima poesia. Il Concorso Ghirlando ne è figlio. E’ nato nel 2008-2009 su proposta di Giorgia, una bambina di 5 anni che nel tentativo di sfidare Ghirlando in una gara di poesia, voleva catturare tutte le rime così da impedire a Ghirlando di fare le sue. Al concorso hanno partecipato genitori, fratelli e sorelle, assistenti, collaboratori scolastici ed insegnanti. La vittoria chiaramente è stata attribuita al “rimese” come lo definì la nonna di Alice, cioè del linguaggio poetico che trionfò come mezzo comune di espressione del piacere per la condivisione della bellezza e del pensare. Tutti ricevettero un diploma di riconoscimento.
3) Ovidio, Le metamorfosi, Primo volume Libri I-VIII, I grandi libri, Garzanti Editore, Milano 2008.
4) W.O Kohan, Infanzia e filosofia, a cura di C. Chiapperini, Morlacco Editore, Perugia, 2006, pXX.
5) Ibidem, p. XXII.
6) Pappas Y., Lo sviluppo psicomotorio, cit. in "Universo della psicologia", Motta, Vol. III, pag. 1296, I, Milano 1983.
7) Cf. www.arnostern.com
8) J. H. Di Leo, I disegni dei bambini come aiuto diagnostico, Giunti, Firenze 1981, G.Gallino "Presentazione", pag.VI.
9) Cf. www.arnoster.com
10) Cf. De Bartolomeis F., Il bambino da 3 a 5 annie la nuova scuola materna, La Nuova Italia, Firenze 1968.
11) Cf. Schettini B., Fiabazione i narrazione autobiografica fra filosofia e metacognizione, in “Scienze del pensiero e del comportamento” in: www.avios.it/spc.html.
12) Oliviero Ferraris A., Il significato del disegno infantile, Bollati Boringheri, Torino, 1990 pag. 172.
13) Luquet G., Le dessin enfantin, Paris 1927, cit. in "Universo della psicologia", Vol. III, pag. 1296, I, Motta, Milano 1983.
14) Klein M. (1921), Simposio sull’analisi infantile, in «Scritti 1921–1958», Boringhieri, Torino 1983.


Autori: Marina Perrone insegna presso la Scuola dell'Infanzia "Bruno Ciari" del 244° C.D. di Roma. E' supervisore di tirocinio presso la Facoltà di Scienze della Formazione Primaria della LUMSA (Roma). Si occupa di filosofia con i bambini ed è socia dell'Associazione "Amica Sofia", Associazione Italiana per la Filosofia con i Bambini e i Ragazzi, con sede presso il Dipartimento di Scienze Umane e della Formazione dell'Università di Perugia.
Bruno Schettini PhD è professore di pedagogia e vice preside con delega alla didattica della Facoltà di Psicologia nonché Direttore responsabile del Centro di Ateneo per l'Apprendimento Permanente della Seconda Università degli Studi di Napoli.


copyright © Educare.it - Anno XII, N. 2, gennaio 2012