- Categoria: Studi e articoli sulla disabilità
- Scritto da G. Dell'Osbel, F. Veglia, R. Richero
Cecità congenita, cecità tardiva ed ipovisione. Implicazioni cognitive, comportamentali ed emozionali, suggerimenti metodologici - Disabilità visiva ed emozione: due brevi storie di vita
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DISABILITÀ VISIVA ED EMOZIONE: DUE BREVI STORIE DI VITA
Le implicazioni sociali e psicologiche delle disabilità visive non si esauriscono certamente con le poche considerazioni riportate nelle pagine precedenti. Molti aspetti importanti non sono stati nemmeno accennati. Alcuni sono di estrema rilevanza per avere un quadro il più possibile completo ed integrato delle conseguenze emozionali e sociali della cecità. D’altro canto la vita della persona con disabilità visiva, sebbene connotata da un maggior numero di difficoltà rispetto a quella dei vedenti, non è necessariamente triste e priva di soddisfazioni: molte persone non vedenti sono pienamente realizzate e felici della propria vita e delle proprie esperienze, anche se da uno studio sullo stereotipo del cieco sembra emergere che chi vede ha dei ciechi un’opinione più ottimistica di quanto essi stessi non abbiano di sè (Fig. 4) (Doxa, 1993).
Concludiamo questo lavoro riportando due brevi storie di vita che, ci auguriamo, possano offrire al lettore alcuni nuovi spunti per riflettere su aspetti della minorazione visiva che non sono stati affrontati nelle pagine precedenti. Tali aspetti riguardano le possibili conseguenze psicologiche, emozionali e comportamentali dell’ipovisione e delle patologie che portano gradualmente alla perdita della vista. Può capitare, a volte, che entrambe le situazioni di disabilità visiva citate, non vengano immediatamente riconosciute come tali, nemmeno dalle persone più vicine a chi ne è colpito.
Storia di Vanda
16 anni, allieva del corso di formazione professionale per centralinisti non vedenti
"Quando frequentavo le elementari legavo con tutti, sia con i compagni che con la maestra; i problemi visivi non mi davano ancora grosse preoccupazioni, benché vedessi già poco, non ero soggetta a grosse perdite nell'arco di poco tempo e riuscivo ancora a leggere e a scrivere, poi incominciai a sentire spesso dei dolori alla testa e quando iniziai la prima media la mia vista diminuì sempre di più.
Nel giro di pochi mesi mi rimase 1/50, in seguito mi trovai esonerata da alcune materie scolastiche, dovetti imparare nuovi metodi di lavoro, tra cui dattilografia per quanto riguarda lo scritto e per le letture ricorsi all'aiuto del registratore.
Tutti questi cambiamenti mi frustrarono e sopraggiunsero problemi di socializzazione: evitavo di dover uscire di casa per non incontrare amici o compagni di scuola, non partecipavo più a nessuna attività e mi chiudevo sempre di più in me stessa; nella seconda media mi affiancarono una insegnante d'appoggio nelle ore scolastiche. In quell'anno iniziai le pratiche per ottenere un videoingranditore; ma il tempo passava e non ottenevo alcuna risposta, poi finalmente a giugno ricevetti dall'U.S.L. quanto richiesto. Questo in gran parte risolse i problemi di lettura ma rimasero quelli di solitudine.
La terza media passo senza molte novità poi mi iscrissi al corso professionale per centralinisti.
Durante le elementari pensavo al mio futuro e mi vedevo con qualche titolo di studio, per esempio maestra d'asilo, sempre in contatto con i bambini piccoli, mi sarebbe piaciuto curarli, pulirli ed impegnare il loro tempo insegnando cose utili; ma più crescevo più avevo difficoltà.
Con i miei problemi visivi non sarei stata in grado di badare a dei bambini, non avrei potuto proteggerli dai molti pericoli che sono in agguato, così dovetti rinunciare ai miei sogni e alle mie speranze.".
Storia di Angela
42 anni, allieva del corso di formazione professionale per centralinisti non vedenti.
In tutta la mia vita sono stata fortemente condizionata per non dire ossessionata dalla vista. Già da bambina, ricordo, che i miei familiari, questo succedeva in campagna d’estate, mio padre era un agricoltore, mi dicevano: "Guarda, sta arrivando papà, (o una qualsiasi altra persona della famiglia). Gli altri che stavano vicini a me si stupivano quando dicevo che non vedevo nessuno. Alla fine, stanca delle loro insistenze, dicevo che li vedevo anch’io, ma in realtà non vedevo proprio nessuno.
Adesso la mia situazione visiva è molto più compromessa. A volte penso che mi piacerebbe vedere, la sera, il mio bimbo che dorme nel suo lettino senza questi maledetti occhiali. Comunque non vedo se i suoi occhi mi guardano fissi o se dorme; questo mi fa stare terribilmente male.
E come sarebbe stato bello poter guidare l’auto; ma si sa, nella vita non si può fare sempre ciò che si vuole e bisogna sapersi accontentare.
Per anni ho fatto di tutto per sfuggire gli altri. Ad un certo punto ho avuto una strana reazione: gli altri mi facevano paura. Tuttavia, allora, non ero cosciente di questa emozione; nelle varie occasioni avevo più semplicemente delle forti reazioni di vomito.
Attualmente vivo una vita molto serena, con la mia famiglia; e mi sono resa conto che non sono stati gli altri a discriminarmi ma sono stata io ad escludermi; credo di aver sofferto di un complesso di inferiorità!.
Con la nascita del mio bambino sono comunque cambiata: mentre prima mi adagiavo ed ero sempre indecisa, adesso sono molto più combattiva e decisa. Mi sento molto più forte ed affronto meglio le difficoltà che incontro durante il mio cammino quotidiano.

