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Cecità congenita, cecità tardiva ed ipovisione. Implicazioni cognitive, comportamentali ed emozionali, suggerimenti metodologici

Le implicazioni psicologiche e comportamentali della cecità congenita, della cecità insorta e delle varie tipologie di ipovisione sono state oggetto nel tempo di ricerche psicologiche via via sempre più impegnate, approfondite e specifiche.

In Italia le pubblicazioni scientifiche e divulgative a contenuto pedagogico e psicologico riguardanti i ciechi e gli ipovedenti, sono andate moltiplicandosi soprattutto in seguito alla svolta dei primi anni 70, quando iniziarono le prime coraggiose esperienze di integrazione scolastica dei non vedenti. L'istituzione dei corsi di laurea prima in Psicologia e più tardi in Scienze dell'Educazione, unitamente ai numerosi corsi di specializzazione per educatori specializzati, ha nel tempo certamente contribuito a creare una maggiore diffusione delle conoscenze scientifiche relative alla disabilità visiva; sia di quelle maturate all'interno degli istituti per ciechi, sia di quante venivano via via prodotte all'interno delle università stesse. Un maggior numero di insegnanti ed educatori si è potuto interessare di temi pedagogici e riabilitativi che riguardano la disabilità visiva, e ciò ha consentito anche un considerevole avvicinamento fra i due mondi, quello dei vedenti e quello dei ciechi, prima certamente più separati e distanti. 
Le poche pagine che seguono hanno l'obiettivo di mettere a fuoco principalmente alcuni degli aspetti problematici relativi alle implicazioni cognitive, comportamentali ed emozionali della disabilità visiva grave. Ad una prima parte descrittiva dello stato di cecità, segue una seconda di natura più teorica che reca, molto sinteticamente, alcuni fondamentali studi sulla natura degli handicaps dovuti alla disabilità visiva congenita. Più avanti si danno indicazioni metodologiche ed esempi pratici per migliorare la qualità della vita delle persone in situazione di handicap visivo. Chi è interessato ad approfondire i temi accennati in questo breve lavoro o ad estendere la propria formazione, potrà trovare alcune utili indicazioni nella bibliografia allegata.

 

 

Alcune credenze che stentano a morire

"Il sesto senso, o senso degli ostacoli, o senso della distanza è veramente la provvidenza per i ciechi, quello che li fa presti e sicuri, unitamente all'udito, a camminare nei luoghi abituali, a riconoscerne di nuovi, ad aggirarsi a volte con meravigliosa disinvoltura, anche per strade e sentieri difficili. E' questo senso che ci fa avvertiti di molti ostacoli, che ci si posano davanti e vicino ai quali passiamo. Per mezzo di esso distinguiamo i rami e le sporgenze nei muri, se le imposte delle porte e degli usci sono aperte, semiaperte o chiuse, si distingue a maggiore o minor distanza un cippo, un albero; si può distinguere una siepe da un muro, un muro da un cancello. Può uno, camminando per la strada, accorgersi degli ostacoli ai quali passa vicino, se percorre un ponte, se passa sotto un albero ecc. Talvolta fa segnalare gli ostacoli con tanta evidenza, da sembrare proprio di vederli e financo di distinguerne la forma nei sommi capi. A me è parso una volta di riconoscere un carro girandogli attorno senza saper prima qual cosa fosse. Giova però sapere che questo benefico senso non si trova nel medesimo individuo sempre con uguale intensità...e...non solamente i ciechi non posseggono il sesto senso sempre nel medesimo grado e vivezza, ma sono di coloro , fra essi che ne sono quasi privi. Allora, per dirigersi, costoro si servono dell'udito e del senso muscolare, validi mezzi, ma insufficienti per trovare e riconoscere la meta dei propri passi ...i sordociechi hanno fine questo senso e forse più dei ciechi...e per affinare il sesto senso...nel camminare (ai bambini ciechi-ndr-) non gli si permetta di appoggiarsi ai muri...gli si pongano d'innanzi ad arte, degli ostacoli; al fine di persuaderlo che egli può con l'attenzione avvertire gli inciampi che eventualmente si trovassero sul suo cammino." (Brossa, 1916).
Con il "senno di poi", potremmo ragionevolmente affermare che il metodo del Brossa, più che costruire competenza percettiva ed autonomia, avrà in molti suoi allievi sicuramente aggiunto all'handicap della cecità ulteriori sofferenze: stati di ansia anticipatoria, stati di ipertensione, comportamenti di evitamento sistematico, inibizione del comportamento esplorativo e, in chi poi non riusciva a superare nessuna delle prove suggerite (perché privo, ahimè!, del sesto senso), marcate sensazioni di scarsa o nessuna autoefficacia, sensazioni di impotenza, con conseguenti possibili stati di depressione, perché oltre che privo della vista era purtroppo privo anche del "sesto senso". Non è poi così infrequente ancor oggi sentire persone, anche di una certa cultura, che sostengono che i giovani non vedenti devono imparare da soli a muoversi e a spostarsi nell'ambiente; l'aiuto esterno sembra, a queste persone, una protezione che impedisce l'esperienza diretta. La frase che ricorre è : "lascialo, deve andare da solo, deve imparare, deve...deve...". Occorre invece, come è noto, avviare la persona che non vede all'autonomia con gradualità, con gli aiuti e gli incoraggiamenti necessari, attenuando via via l'aiuto fornito, migliorando le competenze percettive, costruendo abilità di autocontrollo, autoregolazione emozionale, aiutando i genitori dei bimbi non vedenti a diventare delle "basi sicure" per i propri figli con disabilità visiva. (Bowlby 1988, Izard E. et al. 1998).