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Cecità congenita, cecità tardiva ed ipovisione. Implicazioni cognitive, comportamentali ed emozionali, suggerimenti metodologici - Disabilità visiva totale congenita: implicazioni cognitive e comportamentali

 

DISABILITÀ VISIVA TOTALE CONGENITA: IMPLICAZIONI COGNITIVE E COMPORTAMENTALI

a) Cecità legale, cecità totale e ipovisione

La disabilità visiva totale, congenita o insorta nei primi mesi di vita, ha implicazioni significative su tutto ciò che concerne l'elaborazione cognitiva dello spazio. Essa determina una sensibile riduzione della motivazione all'esplorazione dell'ambiente (O'Donnel., Livingston., 1991), e dei ritardi in alcuni settori dello sviluppo cognitivo e nello sviluppo motorio, (Hatwell, 1992, Ferrel, 1986) con conseguenti difficoltà di orientamento nello spazio e quindi nell'acquisizione dell'autonomia. L'assenza del feedback visivo ha certe ripercussioni sull'apprendimento della comunicazione non verbale, che è principalmente mediata dai processi di imitazione, e comporta peculiari difficoltà nel percorso di apprendimento della competenza sociale. Alcuni ricercatori hanno messo in evidenza che la mancanza di percezione visiva pone frequentemente il soggetto di fronte a situazioni sociali potenzialmente frustranti ed in tali circostanze Rickelman e Blayloc (1983) hanno rilevato nei non vedenti una carenza nella competenza sociale con significativa presenza di atteggiamenti passivi o aggressivi nella relazione interpersonale.
Lo stato di cecità o ipovisione grave inibisce il movimento, limitando così l’attività esplorativa e ritardando la formazione di rappresentazioni spaziali dell’ambiente e dilazionando nel tempo il raggiungimento di alcune tappe dello sviluppo sensomotorio. (Fig. 1).

b) La natura degli handicap cognitivi e spaziali implicati dalla cecità totale

 

Alcune importanti scoperte scientifiche

Dalle ricerche di Ivette Hatwell (1966, 1992) sono emerse chiare indicazioni sull’entità e sulla natura dei ritardi e delle problematiche sopra menzionate. A titolo informativo vengono di seguito riassunti i principali risultati degli studi e delle indagini di psicologia sperimentale svolte dalla Hatwell e da altri autori; studi essenziali per capire le specificità conoscitive e comportamentali dei ciechi congeniti. L’autrice evidenzia che, grazie ai progressi realizzati nella conoscenza dei vari sistemi percettivi, è possibile oggi valutare meglio la natura delle difficoltà (dell’handicap) associato alla minorazione visiva congenita. Ecco i principali risultati di questi studi sulla percezione.

1. Per quanto concerne la visione è stata resa nota l’esistenza di due sistemi visivi distinti: un sistema focale, specializzato nella discriminazione fine e nella rilevazione del colore, ed un sistema periferico. Il primo sistema risponde meglio con una intensa illuminazione ed è costituito dalla presenza di recettori chiamati "coni" (da 6 a 8 milioni); il secondo è sensibile soprattutto al movimento ed è formato da una prevalente presenza di recettori chiamati "bastoncelli", i quali, come è noto, reagiscono alle basse intensità luminose, ma non consentono la discriminazione dei colori. Il sistema periferico è inoltre implicato nell’attivazione e nel mantenimento del tono muscolare. La mancanza di un flusso sensoriale continuo spiega l’ipotonia nei neonati ciechi, il capo chino in avanti ed il frequente uso degli arti inferiori per la prensione e l’esplorazione piuttosto che per mantenere la posizione eretta (Bullinger, Mellier, 1988).

2. La seconda importante scoperta è che le informazioni circa lo spazio (cioè la collocazione degli oggetti, la loro forma, le dimensioni dell’ambiente e così via) sono contenute nella stimolazione visiva (la luce), alla condizione che essa cambi in relazione agli spostamenti del soggetto percipiente o dell’abiente stesso (Gibson, 1966). Pertanto la differenza fra un percettore abile ed uno inesperto sta nel fatto che il primo è in grado di cogliere un maggior numero di informazioni dalla stimolazione visiva rispetto al secondo. Contrariamente a quanto si è indotti a pensare e spesso si sente erroneamente affermare (ossia che con gli occhi si ha una percezione immediata e globale), anche la percezione visiva è sequenziale come il tatto (Neisser, 1976) essa dipende dal movimento ed il movimento si appoggia esso stesso sulla percezione.
Al fine di meglio comprendere le difficoltà di orientamento dei non vedenti, può essere interessante aderire all’ipotesi formulata da Neisser (1976) sul processo percettivo; questi definisce la percezione come un’attività continua e ciclica, nella quale essenziali sono gli schemi anticipatori che preparano il percettore ad accettare determinati tipi di informazioni piuttosto che altri. Questi schemi controllano e dirigono l’attività percettiva. Gli schemi anticipatori sono quelle informazioni già acquisite sull’ambiente che determinano ciò che sarà cercato e raccolto. "La percezione è quindi un processo attraverso il quale viene determinato il significato degli stimoli che ci giungono...un processo ciclico di orientamento, estrazione di caratteristiche, confronto nella memoria, e quindi ulteriore orientamento, estrazione di caratteristiche, confronto. Essa implica un continuo ciclo di questi processi finché non si giunge ad una percezione soddisfacente" (Moates e Schumacher, 1980).
Viene ora naturale pensare che chi vede, o chi ha potuto vedere per un certo tempo, ha potuto raccogliere, sulla struttura e sulle caratteristiche del mondo, un’infinità di informazioni in più, di chi non ha mai visto. Una persona che ha potuto osservare anche solo con uno sguardo una stanza mai vista prima, in pochi istanti di analisi percettiva si appropria di una enorme quantità di informazioni sulla struttura della stanza, sulla collocazione dei mobili, sulle aperture verso l’esterno, e così via. Per costruire una immagine analoga (ma assai meno ricca), il non vedente deve anche lui svolgere la sua analitica esplorazione, ma impegnando un tempo assai più lungo.

3. La scoperta del dominio specifico di competenza di ciascuna delle modalità sensoriali ci consente di capire, come si descrive più avanti, la natura delle maggiori difficoltà dei ciechi nell’ orientamento e nell’organizzazione dello spazio, rispetto a quelle dei vedenti dei ciechi tardivi.

4. La Hatwell evidenzia infine, che le differenti modalità sensoriali sono in parte coordinate fin dalla nascita e che alcune trasposizioni intermodali si presentano assai precocemente; ossia che quanto conosciuto attraverso la vista viene precocemente partecipato ad altre modalità sensoriali e viceversa. Ciò può spiegare le migliori prestazioni in alcuni compiti da parte dei ciechi tardivi rispetto ai ciechi congeniti.

c) Le aree di competenza specifica delle diverse modalità percettive

Le funzioni vicarianti delle modalità non visive

Il sistema visivo

Fra i vari sistemi percettivi, quello visivo è il sistema spaziale per eccellenza. Con la vista abbiamo accesso ad informazioni sull'estensione dello spazio, sul movimento, sulla posizione, sulla forma degli oggetti, nonché sulla loro struttura superficiale (texture). Il volume di spazio che in un dato momento e da una determinata posizione per mezzo dell'energia luminosa raggiunge i recettori della retina è assai grande. Si dice comunemente che attraverso il canale visivo l'uomo assume circa il 90% delle informazioni relative all'ambiente. Con la vista abbiamo rapide informazioni sulle seguenti variabili: altezza, larghezza, profondità, inclinazione, forma, rapporti topologici, tipo di superficie (liscia, rugosa ecc.), direzione del movimento, accelerazione, decelerazione, sostanzialità (oggetto liquido, oggetto solido), colore. Tutto ciò è certamente più che sufficiente per capire quanto possa essere importante possedere un residuo visivo, per quanto limitato esso possa essere.. Anche la sola percezione delle ombre e delle luci può fornire indicazioni immediate che il cieco totale non ha: per esempio sulla direzione che sto percorrendo, in un lungo e monotono corridoio munito di finestre in una sola delle due pareti.

Il sistema uditivo

L’udito è specializzato in tutto ciò che è sequenziale e temporale; (si consideri per esempio l’abilità di processare i segnali sonori della lingua parlata; la peculiare abilità della percezione uditiva di separare e raggruppare sequenzialmente gruppi di parole) le onde sonore esistono solo nel tempo; non c’è normalmente alcun momento singolo in cui uno sente (Neisser, 1976). Il suono raggiunge i recettori sensoriali da tutte le direzioni. Una persona con una ottimale competenza uditiva è in grado di estrarre una significativa quantità di informazioni sullo spazio che lo circonda, analizzando le caratteristiche dei rumori e dei suoni che da esso provengono. Le informazioni che il soggetto estrae dalle onde sonore possono contenere dati sulle dimensioni dell’ambiente, sulla distanza approssimativa che intercorre fra il soggetto e una parete, sulle dimensioni dell’automezzo fermo e col motore spento che casualmente si incontra nella passeggiata quotidiana (un’automobile ed un autocarro coprono o riflettono in diversa misura i rumori dell’ambiente). L’energia acustica contiene anche informazioni sulla grandezza della struttura in cui il soggetto si trova ( si pensi alla diversa acustica fra il salotto di casa e la chiesa del quartiere). Altre informazioni riguardano la direzione, la collocazione di un oggetto sonoro, la velocità, l’accelerazione, la decelerazione di oggetti in movimento. Ma tutti questi dati sullo spazio sono assai approssimativi in confronto ai dati ricavabili dall'energia luminosa. Ciononostante con l'esercizio continuo di questa particolare modalità sensoriale, è possibile migliorare la competenza del soggetto nel cogliere le informazioni presenti nell'energia acustica: si spiega così e non con il "sesto senso" la particolare competenza di molti ciechi nell'identificazione degli ostacoli. Questi non vedenti, pur disponendo della stessa capacità sensoriale di altri ciechi o vedenti, sono tuttavia rispetto a questi ultimi "percettivamente più intelligenti" in quanto hanno nel loro repertorio un maggior numero di schemi percettivi e cognitivi (di conoscenza), che consentono loro di ricavare un maggior numero di significati dallo stesso stimolo sensoriale. Potremmo anche dire che sono in grado di attribuire un maggior numero di significati ai segnali acustici rispetto a chi, dotato della vista, non ha dovuto imparare a sfruttare il più possibile le informazioni contenute nei rumori e nei suoni.

Il sistema aptico e la propriocezione

Coloro che non possono avere informazioni spaziali per mezzo della vista possono accedere ad esse utilizzando altre due modalità percettive: l’aptica e la propriocezione. La percezione aptica, (percezione delle forme attraverso il tatto ed il movimento) è costruita dall'azione congiunta dei recettori tattili e di quelli cinestesici (Howard, 1973): attraverso il tatto si percepisce la consistenza dell’oggetto e, attraverso l'input proveniente dai recettori situati nei muscoli della mano e del braccio, la sua forma. L’aptica fornisce indicazioni sulla grandezza, sulla forma, sulla struttura di superficie (texture), sul movimento e sulla posizione relativa degli oggetti. Tuttavia il volume di spazio che può essere osservato è assai contenuto a causa del vincolo derivante dalla necessità del contatto fisico con le cose (Foulke, 1982; Schwartz, 1984). Malauguratamente l’espressione di uso comune "balza evidente all’occhio", non può essere estesa al tatto e all’aptica che, come abbiamo detto, necessitano di un’azione più diretta essendo modalità sensoriali prossimali.
Per quanto poi concerne la propriocezione, è noto che questa modalità, attraverso l’eccitazione dei recettori cinestesici e dell'equilibrio, fornisce informazioni sulla posizione del corpo, sui propri spostamenti nello spazio, sull’accelerazione o decelerazione del movimento, sull'inclinazione del suolo e così via. Il saper cogliere una piccola pendenza del marciapiede mi può dare informazioni sulla mia collocazione nel percorso che sto facendo.
In conclusione, ciascuna delle modalità percettive analizzate fornisce una qualche informazione sullo spazio e ciò ci consente di dedurre che, nonostante che l'assenza della vista costituisca un grave handicap, le altre modalità sensoriali, se ben informate, possono avere un ruolo di parziale supplenza visiva, sia pure con risultati ben più poveri, perché il volume di spazio e la quantità di caratteristiche conoscibili con l’aptica, l’udito e la propriocezione sono considerevolmente più contenuti di quanto conoscibile con il sistema visivo. Ma, per ottenere questa supplenza, può essere veramente utile che qualcuno più esperto dia una mano a chi non vede aiutandolo nel suo difficoltoso processo di adattamento all’ambiente.

 

La rappresentazione dello spazio e le diverse disabilita visive

Dunque il mondo dei ciechi, relativamente allo spazio, non è fondamentalmente diverso da quello dei vedenti. "La differenza sostanziale consiste nel fatto che l'elaborazione ed il controllo delle condotte spaziali, si realizzano nei ciechi congeniti, più· lentamente, più· difficilmente e a volte per vie diverse da quelle normalmente utilizzate dai vedenti" (Hatwell, 1992). La rappresentazione dello spazio di un cieco congenito è quindi diversa dalla rappresentazione che ne ha un cieco tardivo, ossia una persona che ha perso la vista in età avanzata: nel cieco congenito gli schemi o rappresentazioni mentali dello spazio, sono infatti mediate dall'udito e dall'aptica (tatto più movimento) e contengono informazioni più consone a tali modalità sensoriali. L’ipovedente, il cieco tardivo ed ovviamente il vedente, fanno invece riferimento a schemi ed immagini di uno spazio connotato da informazioni derivanti dalla precedente ed attuale esperienza visiva (di gran lunga più ricca di quella dei ciechi congeniti). In loro infatti l'esperienza del mondo effettuata da vedenti avrà consentito la formazione di schemi percettivi più ancorati all'ambiente, meno autocentrati, più ricchi e flessibili, tali da favorire una percezione dello spazio migliore di quella dei ciechi congeniti. Emblematica, a tal proposito, è la differente modalità di rappresentare la città da parte dei questi ultimi rispetto ai vedenti (Galati, Dell’Osbel, Perussia, 1995) (Fig. 3): chi vede la rappresenta aperta verso l’esterno e molto ricca di particolari; i non vedenti, al contrario, ne circoscrivono il perimetro fornendone una descrizione assai approssimativa.
Il cieco tardivo dopo un primo periodo di adattamento, avrà quindi più facilità del cieco congenito, ad orientarsi negli ambienti perché di essi conserverà schemi di riferimento più ricchi di informazioni sulle tre dimensioni (altezza larghezza e profondità), sulla forma, sull'orientamento, sulla disposizione e relazione spaziale; la ricchezza di tali informazioni gli consentirà mediamente maggior facilità di movimento, di esplorazione, di identificazione degli oggetti.

Fig. 3

citta di Torino disegnata da un cieco

Rappresentazione della città di Torino effettuata da persone vedenti e da persone con cecità congenita. Le figure mostrano la tendenza dei ciechi ad assimilare la forma della città a figure regolari chiuse, prive di indicazioni di vie e di piazze. Le rappresentazioni dei vedenti appaiono più realistiche e ricche, aperte verso l’esterno.
(Galati, Dell’Osbel, Perussia 1997)

 

Incidenza della cecità sullo sviluppo del ragionamento logico

In una serie di ricerche svolte tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta alcuni autori (Hatwell, 1966; Miller, 1969; Gottesman, 1971) indicano che i bambini ciechi procedono attraverso gli stessi stadi di sviluppo cognitivo dei vedenti, ma con maggior lentezza e quindi con ritardi di differente entità. Nei suoi studi Hatwell ha messo in evidenza un ritardo importante di circa 3-5 anni, nei ciechi totali dalla nascita, nelle operazioni logico aritmetiche (quelle operazioni che stabiliscono delle relazioni tra oggetti dati, per esempio seriazione e classificazione di oggetti in riferimento a variabili quali il peso o la grandezza); nelle operazioni dette infralogiche, (cioè quelle operazioni che tendono a costruire l’oggetto, prevedere per esempio dove si collocherà un oggetto incollato su un cartellone se si ruota quest’ultimo di 180 gradi). Nessun ritardo è stato evidenziato nell’area delle operazioni logiche a base verbale; area a cui il cieco può, per le operazioni logiche, accedere altrettanto bene quanto il vedente (Fig. 2). Con l’aumento dell’autonomia motoria e di esplorazione i vari ritardi tenderanno poi a diminuire. Alcuni ritardi sono tuttavia considerevoli e può essere utile, soprattutto per i primi cicli scolastici, conoscerne i settori di riferimento, al fine di sviluppare specifici training educativi. Alcuni autori hanno infatti dimostrato sperimentalmente che è possibile ridurre sensibilmente il ritardo accumulato, intervenendo in età scolare con adeguati training in cui vengono esercitate le capacità logiche in questione (Friedman e Pasnack, 1973; Stephens e Grube, 1982).
Per quanto riguarda lo sviluppo del linguaggio, è nota, peraltro, la tendenza ad utilizzare parole ed espressioni che hanno per i ciechi un significato diverso da quello che gli attribuiscono i vedenti o che non rispondono ad una realtà concreta (verbalismo). Il linguaggio parlato contiene ovviamente molte evocazioni visive il cui significato può non avere una coerente rappresentazione in chi non ha mai posseduto la capacità visiva; anche qui è bene sapere che spesso l’uso improprio delle parole è dovuto a modalità lacunose nel proporre le esperienze esplorative.

d) Esemplificazione delle operazioni svolte dai soggetti nel corso delle prove presentate

  • Operazione infralogiche spaziali e fisiche: operazioni che tendono a costruire l’oggetto stesso.

1. a base concreta: operazioni manipolative che stabiliscono delle relazioni fra gli oggetti;
  2. a fondamento verbale: operazioni che stabiliscono delle relazioni fra simboli.

  • Operazioni logico concrete:

Tipo di operazione assegnata nella prova

  • Prova 1: operazione infralogica. Tre piccoli solidi di differente forma e fra di loro disgiunti sono sistemati in linea e posti su un binario. Essi rappresentano un trenino (locomotiva e due vagoni) che deve percorrere un certo tragitto fermandosi in alcune stazioni. Il soggetto deve prevedere la posizione dei differenti elementi del trenino nelle varie fermate.
  • Prova 2: operazione logica a base manipolatoria. Il soggetto deve sistemare in serie crescente 7 cubi di diverso volume;
  • Prova 3: operazione logica a base manipolatoria. Il soggetto deve sistemare in serie crescente 7 bastoncini di differente lunghezza
  • Prova 4 operazione logica a base manipolatoria. Il soggetto deve raggruppare alcuni oggetti in funzione delle loro qualità comuni; scoprendo un primo criterio di raggruppamento.
  • Prova 5: operazione logica a base manipolatoria. Dato un gruppetto di oggetti di cui uno solo differente dagli altri per un solo aspetto (forma, superficie, dimensione), il soggetto deve saperlo indicare.
  • Prova 6: operazione infralogica. Come nella prova n° 1, ma con alcune spiegazioni e dimostrazioni pratiche.
  • Prova 7: operazione infralogica. Alcuni oggetti sono appesi su di un supporto rettangolare. Conosciuta la loro posizione di partenza, il soggetto deve prevederne la nuova collocazione dopo la rotazione di 180 del supporto.
  • Prova 8: operazione infralogica. Si consegna al soggetto una quantità di plastilina in forma di palla; il soggetto manipolandola la trasforma in un’altra forma (salsiccia, ciambella) e deve quindi dire se la quantità di sostanza è cambiata.
  • Prova 9: operazione infralogica. Come 8, ma si chiede di anticipare se il peso è cambiato (senza fare un confronto effettivo).
  • Prova 10: operazione logica a base verbale . Lo sperimentatore propone ai soggetti domande del tipo: "Gianni è più grande di Piero Piero è più grande di Renato chi è il più piccolo dei tre?"
  • Prova 11: operazione logica a base manipolatoria. Alcuni oggetti di uguale forma e sostanza hanno peso diverso, si tratta di metterli in ordine crescente.
  • Prova 12: operazione logica a base verbale. Si chiede al soggetto di riconoscere fra alcune parole presentate quella che non c’entra: per esempio fra le parole naso, bocca, orecchia, autobus.
  • Prova 13: operazione logica a base verbale. Si pongono al soggetto quesiti del tipo: Andrea vuol contare tutti i fiori presenti in tutti i giardini del mondo e Giovanni tutte le margherite presenti in tutti i giardini del mondo. Chi conterà più fiori?
  • Prova 14: operazione logica a base manipolatoria: come prova 4, ma occorre scoprire un secondo criterio di raggruppamento.