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La progettazione pedagogica negli Istituti Penitenziari

carcereLa reclusione che segue alla condanna per un reato commesso ha certamente un significato punitivo. Tuttavia essa deve rappresentare soprattutto un’esperienza che si connota per il suo valore rieducativo, come affermato nella nostra Costituzione [1]. Nel carcere la rieducazione si configura principalmente come una trasformazione attiva, frutto non tanto di una sistematica negazione del passato quanto di una rinnovata proiezione nel futuro [2]. E’ per tali ragioni che, nel nostro sistema carcerario, accanto agli agenti di polizia penitenziaria sono presenti figure professionali con funzioni educative.

Anche in questo particolare contesto, l’esperienza educativa non si risolve nell’imporre modelli e regole condivisi di comportamento; piuttosto essa mira ad affinare la capacità soggettiva di conferire senso e valore al mondo, a sollecitare la consapevolezza del proprio specifico ed ineliminabile contributo nella costruzione della realtà ed a sviluppare la capacità di negoziare con l’altro le interpretazioni e i significati attribuiti all’esistente.

Nel concetto di rieducazione è insita una modalità di cambiamento di alcuni tratti cognitivi del detenuto, che favoriscono la rivisitazione dell’atto deviante e l’assunzione di un diverso atteggiamento nei confronti dello stesso. Il risultato atteso è una reale modificazione comportamentale [3].

Tale cambiamento viene perseguito attraverso il progetto pedagogico d’Istituto, che consiste nella pianificazione e programmazione di una serie di attività, orientate verso l’obiettivo della rieducazione e risocializzazione del condannato[4]. Il carattere unitario del progetto è fondamentale per non disperdere energie organizzative e professionali e per evitare di realizzare un’azione poco sistematica ed intenzionale.

Quindi, progettare in chiave educativa all’interno del carcere significa poter realizzare quanto è stabilito nella Costituzione, perché solo nell’ambito di interventi strutturati e convergenti tra loro, omogenei e integrati, si può realizzare un trattamento rieducativo [5] coerente, che possa aver maggiori possibilità di fornire le occasioni e le motivazioni utili al proficuo reinserimento sociale del condannato [6].


Genesi del Progetto Pedagogico

Nel 2003 il D.A.P. (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) emana una lettera circolare in cui sottolinea che: “le attività trattamentali non sono inserite in un progetto organico dell’Istituto sul trattamento ma sono slegate tra loro e caratterizzate da estemporaneità e connesse alla disponibilità/possibilità di investimento dei singoli operatori”[7], evidenziando inoltre che gli interventi della comunità esterna e del volontariato vengono frequentemente autorizzati e posti in essere senza che sia stata preventivamente operata un’analisi adeguata della loro effettiva compatibilità e del loro coordinamento con altre iniziative.

Si rileva, quindi, che è frequente il rischio di parallelismo tra le attività promosse dall’Istituto e le iniziative degli enti esterni e del volontariato. La circolare motiva questa situazione con un calo di attenzione rispetto al principio della individualizzazione [8] dell’azione rieducativa; ciò implica che le attività trattamentali siano genericamente rivolte non al singolo, ma alla popolazione detenuta indistintamente, venendo di fatto a configurarsi più come attività di intrattenimento che di trattamento.

Per superare queste difficoltà e tentare, quindi, di dare uno scopo unitario e finalisticamente orientato alle attività poste in essere negli Istituti penitenziari, viene delineato il Progetto pedagogico d’Istituto, che dovrà contenere “le indicazioni delle attività trattamentali da sviluppare all’interno dell’Istituto, i programmi e le progettualità da realizzare con riferimento alla Comunità esterna”[9].

Il progetto pedagogico dell’Istituto, dunque, deve essere inteso non come una mera elencazione delle attività da porre in essere, ma come un documento analitico che descrive per ogni intervento progettuale la rilevazione e l’analisi delle condizioni di partenza dei soggetti destinatari; le indicazioni di natura metodologica per l’attuazione; i tempi e i modi previsti per il raggiungimento degli obiettivi prefissati; la strutturazione di metodi, mezzi, strutture e strumenti educativi; la predisposizione di un sistema di monitoraggio, controllo e verifica degli esiti dell’azione educativa.

Si tratta di uno sforzo progettuale che, con il coinvolgimento delle risorse interne ed esterne al carcere, si propone di creare integrazioni e sinergie nell’opera di pianificazione, organizzazione, attuazione e valutazione di qualità degli elementi del trattamento [10].

Nel 2004 viene emanata un’ulteriore circolare, contenente le indicazioni per la formulazione del progetto pedagogico, nella quale il D.A.P. lamenta, a seguito dell’analisi dei primi progetti redatti, il riscontro della “mera elencazione di attività in essere presso l’Istituto” che solo in alcuni casi dimostra “un tentativo di contestualizzare dette attività cercando di mettere in luce nessi ed interdipendenze”[11]. Per sopperire a tali difficoltà, la Direzione Generale dei detenuti e del trattamento ritiene quindi di dover fornire ulteriori indicazioni che possano essere di supporto alle aree educative degli Istituti nella predisposizione dei progetti pedagogici.

Da quanto sopra riportato risulta chiara la volontà del superamento dell’estemporaneità degli interventi, l’integrazione delle attività e delle diverse professionalità in un piano strategico pedagogicamente orientato, il coordinamento degli interventi all’interno ed all’esterno dell’Istituto [12].

Il progetto pedagogico d’Istituto nasce, dunque, dalla volontà di rendere attuale il mandato dell’individualizzazione del trattamento e si basa sulla convinzione che ogni intervento trattamentale sarà efficace e positivamente orientato al risultato solo se organizzato all’interno di un’ottica sinergica, di interventi omogenei e strutturati che si muovano ciascuno verso lo stesso obiettivo.


L'analisi del contesto

L’analisi della situazione di partenza è il primo passo nella costruzione del progetto pedagogico. Si deve quindi operare una prima disamina sull’ambiente e sulla tipologia di popolazione detenuta. Occorre valutare sia le caratteristiche strutturali dell’istituto e l’insieme degli spazi disponibili, che la tipologia di detenuti, con particolare riferimento al numero di presenze rilevate all’atto della stesura del progetto e alla tipologia di utenza in ordine a variabili quali il profilo giuridico, la nazionalità, il sesso e l’età.

La Direzione Generale dei detenuti e del trattamento con la lettera circolare del 24 novembre 2004 fornisce alle aree educative degli Istituti penitenziari le modalità di definizione del progetto pedagogico.

I Provveditorati regionali, nel tentativo di superare la diversificazione nella stesura dei progetti in ordine alla forma e ai contenuti, iniziano, quindi, a promuovere incontri propedeutici tra il personale degli istituti di competenza e gli U.E.P.E [13] per la definizione e condivisione di linee guida regionali.

Dallo studio dei progetti pedagogici dei vari Istituti penitenziari si evince una sostanziale uniformità nelle sezioni in cui si articola l’organizzazione della programmazione operativa.

In particolare, rispetto all’analisi del contesto, per fornire le dovute informazioni, ci si serve dei medesimi indicatori: tipologia di istituto (Casa di Reclusione o Casa Circondariale), circuiti detentivi (Media Sicurezza, Alta Sicurezza, Giovani Adulti, “41bis”, Sezione Protetti, Collaboratori di Giustizia), capienza dell’istituto, capienza massima tollerabile, presenze rilevate all’atto della stesura del progetto, numero di detenuti definitivi, giudicabili (in attesa di primo giudizio, appellanti e ricorrenti), numero di detenuti con posizione giuridica mista con definitivo, numero di detenuti con posizione giuridica mista senza definitivo, detenuti stranieri presenti alla data di stesura del progetto e relativi Paesi di provenienza, detenuti tossicodipendenti, detenuti con pene superiori a 5 anni, detenuti collaboratori di giustizia, detenuti semiliberi e autori di reati a sfondo sessuale.

Indispensabile, inoltre, è l’indicazione degli spazi disponibili: biblioteca, palestra, laboratori, cappella per le celebrazioni religiose, sale per attività di socializzazione, reparto corsi scolastici e professionali, sala multimediale, cortili interni, campo sportivo da calcio e sala teatro.

Una volta delineato il contesto si procede con l’analisi dei bisogni, e cioè con un’attività di ricerca finalizzata all’acquisizione di dati e informazioni utili per una progettazione efficace.

Gli interventi progettuali sono offerti alla popolazione detenuta con l’intento di creare occasioni di riflessione e cambiamento e, pertanto, non si possono pianificare indipendentemente dalla conoscenza delle esigenze di queste persone. A questo riguardo è opportuno ricordare come sia lo stesso Ordinamento Penitenziario a prevedere modelli di partecipazione dei detenuti alla vita in Istituto, attraverso apposite rappresentanze in commissioni [14] in cui possono essere raccolte tanto le esigenze degli utenti quanto gli eventuali spunti propulsivi. Risiede nella capacità inclusiva degli operatori del trattamento far sì che detti strumenti non si risolvano in una mera formalità, come spesso accade, ma vengano significativamente utilizzati tanto in fase di ideazione quanto in fase di realizzazione della progettazione pedagogica.

Altri (ma non meno importanti) strumenti utilizzati negli Istituti penitenziari per la rilevazione dei bisogno sono: il colloquio, le interviste, i questionari, l’osservazione del comportamento del recluso nei momenti di vita quotidiana, nel tempo destinato alla socialità, nell’impegno nelle diverse attività di istituto, durante i colloqui con la famiglia, le occasioni di incontro diretto con il soggetto e gli incontri con gruppi di detenuti.

Gli elementi del trattamento (l’istruzione, il lavoro, la formazione professionale, le attività culturali, ricreative e sportive, le relazioni sociali) possono essere risorse per il cambiamento solo se nelle persone detenute ci sono le motivazioni al ripensamento e alla riprogettazione del proprio sé e vi sia un’adesione reale e non solo formale alla proposta rieducativa [15].

La restituzione della centralità alle priorità delle diverse tipologie di utenza detenuta si configura come un elemento cardine nella previsione di opportunità che hanno come obiettivo quello di creare le condizioni per l’inizio di un percorso di cambiamento.

Nella costruzione della macro progettazione pedagogica occorre fare un’analisi delle risorse già disponibili e di quelle che si prevede saranno necessarie per l’attuazione della programmazione operativa. Prima di tutto va detto che con il termine “risorse” si indicano tutti i mezzi necessari per la realizzazione del progetto pedagogico: le persone, le normative territoriali e le disponibilità economiche e strutturali. Le risorse umane che possono dare un contributo rilevante nella pianificazione e realizzazione degli obiettivi degli interventi progettuali sono tanto quelle interne all’Istituto (gli operatori penitenziari e la polizia penitenziaria) quanto quelle esterne: la comunità (istituzioni pubbliche e private), Enti locali (Regione, Provincia, Comune), il mondo del volontariato. Rispetto a quest’ultime occorre ribadire che “soltanto attraverso una maggiore sensibilizzazione della comunità esterna, affinché contribuisca in primo piano al trattamento dei detenuti (ad esempio offrendo maggiori opportunità di lavoro), riteniamo sia possibile un adeguato reinserimento in quella stessa società che per un certo periodo li aveva confinati oltre le mura, quasi non vi appartenessero più”[16].

Nella pianificazione del progetto è utile fare riferimento anche alle norme comunitarie, nazionali e regionali volte, in particolare, a favorire l’inclusione e lo sviluppo di iniziative a favore dell’utenza penitenziaria nell’ambito dei piani di zona[17].


La struttura del Progetto

Nella citata circolare del 2003 è stabilito che "il Progetto pedagogico dell’Istituto è pertanto lo strumento attraverso il quale si definisce il significato di ciascuna attività e progetto che si intende realizzare con riferimento agli elementi del trattamento, definisce altresì quali siano i soggetti istituzionali e non che collaborano al raggiungimento degli obiettivi, quali i livelli di accordo convenzionale, di coordinamento e integrazione operativa tra imprese, cooperative, associazioni, EE.LL. e gli operatori penitenziari appartenenti all’area, quale il ventaglio di risorse ed occasioni trattamentali praticabili nel singolo Istituto con riferimento alla popolazione penitenziaria nel suo insieme e ad ogni singolo detenuto nel percorso individualizzato da definire"[18].

Vengono quindi individuate quattro aree su cui incentrare l'attenzione, e cioè: il lavoro, l'istruzione scolastica e la formazione professionale, le attività culturali ricreative e sportive, i rapporti con la famiglia.

Se i primi progetti contenevano una mera elencazione delle attività poste in essere, la circolare fornisce indicazioni più stringenti. Viene fornito uno schema sulla cui base elaborare il progetto pedagogico: si parte dalla valutazione dei risultati del progetto dell’anno precedente, quindi si passa ad individuare i bisogni delle diverse tipologie di utenza detenuta per definire le priorità per ciascuna di esse relativamente agli elementi del trattamento.

In quest'ottica assumono un particolare significato quelle attività intramurarie che offrono risultati fruibili per tutto il contesto, traducendosi in un oggettivo miglioramento dell’ambiente sociale e materiale. Realizzare qualcosa di tangibile e duraturo all’interno della struttura, a partire dalle necessità riscontrabili, risulta indispensabile per appagare i bisogni di senso della persona adulta.

Nel citato schema viene indicato di individuare chiaramente gli obiettivi e la loro ricaduta sull'Istituto nel suo insieme. Occorre poi indicare il target di detenuto destinatario di ogni intervento progettuale, le risorse necessarie (umane e materiali), i risultati attesi e le azioni che si ritengono necessarie per il loro perseguimento. Nel progetto occorre definire il modello trattamentale da porre in essere, le modalità di intervento, le metodologie professionali, il livello di impegno che si richiede al detenuto.

Le attività per la realizzazione del progetto devono essere declinate nel dettaglio in rapporto ai diversi obiettivi, definendo la metodologia di intervento rispetto a ciascuno di essi, e le modalità per un congruo coordinamento delle risorse interne all’Istituto nonché per attuare una metodologia di rete con le risorse del territorio.

Infine occorre che ci sia una valutazione del progetto, indicando il modello valutativo (qualitativo e quantitativo) che si intende adottare, definendo gli indicatori di risultato ed i tempi con cui si procederà a momenti di verifica/valutazione da parte del capo area, quale responsabile del progetto nonché di tutti i componenti dell’area.

All’interno di questa fase di progettazione, l’educatore è attento a promuovere un clima di integrazione, cercando di instaurare una circolarità di informazioni sulla conduzione dell’attività rieducativa in grado di catalizzare l’interesse di tutto il personale e, soprattutto, di quello addetto alla sicurezza poiché “preoccuparsi dell’educativo in carcere deve essere prioritario per ciascuna delle figure presenti nell’istituto penitenziario”[19].


Valutazione intermedia e finale

La valutazione è un’attività riflessiva, di ricerca e analisi, estremamente utile in un contesto che, secondo il dettato normativo, deve tendere alla rieducazione ed al sostegno del condannato attraverso azioni intenzionali che mirino ad attivare percorsi di responsabilizzazione.

Dalle indicazioni del D.A.P. si evince come gli operatori di area educativa debbano procedere a definire un report valutativo intermedio (semestrale) da portare alla conferenza di servizio di giugno, con l’evidenza dei risultati già raggiunti, delle difficoltà incontrate, delle possibili soluzioni o alternative. Inoltre essi hanno il compito di elaborare la relazione finale contenente la valutazione complessiva del progetto pedagogico che rappresenterà la base da cui potrà scaturire il progetto dell’anno successivo [20].

Fatta questa premessa, si possono individuare dei criteri attraverso cui esprimere giudizi strutturati sulla valutazione del progetto.

Un primo criterio attiene la comparazione tra la situazione dopo l’intervento progettuale e la situazione prima dell’intervento: si va ad indagare, quindi, la capacità del progetto di migliorare l’esistente, partendo dagli obiettivi prefissati (valutazione dell’efficacia).

Un secondo criterio risulta essere quello di comparare la performance ottenuta dal progetto d’Istituto con i progetti degli altri istituti penitenziari (in questo senso è importante un’azione di raccordo e diffusione delle informazioni da parte dei provveditorati regionali).

Un terzo criterio riguarda la valutazione dell’efficienzadi un progetto pedagogico: consiste nella rilevazione del rapporto tra risultati raggiunti e risorse impiegate.

Dalle indicazioni fornite nelle circolari citate, possiamo, quindi, distinguere tre livelli nella valutazione intermedia e finale del progetto pedagogico.

Un primo livello riguarda le singole attività: valutazione delle attività realizzate rispetto a quelle programmate, nonché delle attività proposte nel corso dell’implementazione progettuale ma non inserite in origine nel Progetto; valutazione della congruità delle risorse umane e finanziarie, valutazione dell’efficacia, dell’efficienza, delle criticità e dei punti di forza; valutazione della potenzialità di apertura al futuro delle attività proposte rispetto all’obiettivo del reinserimento sociale della popolazione detenuta.

Un secondo livello riguarda i beneficiari delle diverse attività proposte: valutazione dei risultati immediati, degli impatti, del grado di strumentalità della partecipazione dei beneficiari, della motivazione effettiva, dell’interesse.

Un terzo livello riguarda l’organizzazione dell’istituto: attenzione al miglioramento ed alle criticità emerse rispetto alle relazioni tra i vari operatori, attori e istituzioni partecipanti direttamente o coinvolti indirettamente; valutazione del livello di collaborazione raggiunto; valutazione del miglioramento e delle criticità emerse rispetto alla comunicazione interna all’istituto ed alla circolarità delle informazioni; valutazione del livello di coinvolgimento della comunità esterna; valutazione delle potenzialità emerse o delle rigidità da superare per sviluppare le attività nelle direzioni volute e per pervenire ad un migliore soddisfacimento degli obiettivi istituzionali.

In ambito penitenziario spetta al capo dell’area educativa, in quanto responsabile della realizzazione del progetto pedagogico, svolgere funzioni di organizzazione, coordinamento e verifica costante dei risultati. Egli riferisce periodicamente al dirigente sull’andamento del progetto, sulle eventuali problematiche, sulla necessità di modifiche in itinere, sull’esigenza di verifiche intermedie con le altre aree. E’ sempre suo il compito di redigere la relazione valutativa finale.


Valutazioni qualitative e quantitave

In genere il modello valutativo qualitativo prende in considerazione, in riferimento agli obiettivi che la progettazione pedagogica si propone, indicatori distinti in riferimento ai destinatari degli interventi da un lato ed agli operatori e collaboratori coinvolti dall’altro.

A livello esemplificativo, gli indicatori qualitativi in riferimento ai destinatari possono riguardare l’adesione alle attività da parte dei detenuti in termini di motivazione, interesse, costanza nell’impegno ecc.; le ricadute costruttive sui singoli in termini di benessere psico-fisico, sviluppo della capacità di autodeterminazione e del senso di responsabilità, potenziamento delle capacità comunicative e relazionali, crescita culturale e professionale ecc.; la capacità di collaborazione e il miglioramento del clima di convivenza; il raggiungimento dei risultati attesi dall’operatività progettuale;

In riferimento agli operatori e collaboratori che intervengono nell’operatività progettuale, esempi di indicatori qualitativi possono essere il grado di collaborazione tra i responsabili delle attività e tra le aree dell’istituto; la capacità di saper gestire le criticità, gli effetti sopravvenuti, gli imprevisti in genere; la circolarità delle informazioni; la tempestività nell’accordarsi e nell’intervenire; la capacità e il grado di coinvolgimento delle risorse esterne; il rispetto dei tempi dell’operatività progettuale.

La valutazione quantitativa considera, invece, indicatori numericamente rilevabili, come ad esempio il numero delle attività realizzate rispetto a quelle programmate; il numero delle persone effettivamente coinvolte nelle iniziative rispetto al numero dei potenziali partecipanti; il numero di abbandoni volontari; la costanza o regolarità di frequenza dei corsi; il numero delle persone che concludono l’attività positivamente con l’acquisizione di un attestato o qualifica; il tasso di conflittualità interpersonale (numero di eventi critici rapportato al numero dei detenuti partecipanti e confrontato con il tasso di conflittualità per categoria di detenuti o generale dell’istituto); il numero di risorse umane e la quantità di risorse finanziarie utilizzate ed il tasso di congruità.

I due momenti istituzionalmente previsti per la valutazione intermedia e finale, che avviene attraverso la convocazione da parte del direttore di una conferenza di servizio tra tutti i capi area dell’Istituto ed alla quale partecipa anche il responsabile dell’U.E.P.E. territoriale, sono però preparati da un lavoro costante di monitoraggio in itinere dei vari interventi trattamentali programmati, che si espleta attraverso incontri periodici tra il personale dell’area educativa e quanti a diverso titolo sono coinvolti nell’operatività delle varie iniziative ed attraverso una serie di altre attività prettamente educative: osservazione partecipata durante lo svolgimento delle attività; colloqui con i detenuti al fine di cogliere il livello di: motivazione, soddisfazione, rispondenza ai loro bisogni espliciti ed impliciti; grado di apertura al futuro dell’attività proposta per cui la stessa possa o meno essere potenziale per ulteriori sviluppi del loro percorso di vita in vista del reinserimento sociale.


Conclusioni

La Circolare n. 3593/6043 del 09/10/2003 sulle “Aree educative degli Istituti” partiva da un’analisi critica dell’esistente ed in particolare dalla constatazione di un processo di burocratizzazione delle aree educative, centrato su un’ottica di adempimento formale e su un sostanziale ritualismo che aveva portato ad un depotenziamento del principio dell’individualizzazione del trattamento, declinato spesso in termini di intrattenimento, e non certo favorito dallo stato di sofferenza cronico delle aree trattamentali, con riferimento in particolare al livello dei carichi di lavoro ed alla carenza degli organici [21].

La previsione di un progetto pedagogico avrebbe dovuto, nelle intenzioni del D.A.P., recuperare il senso del trattamento come offerta di risorse e interventi, capace di stimolare adesione e consenso da parte degli utenti-detenuti, riconducendo le diverse componenti del sistema penitenziario ad una comune sintesi ed alla capacità quindi di formulare una progettualità organica, con il coinvolgimento integrato dei vari soggetti istituzionali.

Guardando alla realtà dei singoli Istituti penitenziari si può affermare che tali indicazioni sulla progettazione pedagogica non sono state realizzate o lo sono state solo molto parzialmente.

Tale affermazione è suffragata dagli esiti di un percorso di confronto e riflessione che ha coinvolto tutti gli educatori del Provveditorato del Piemonte e della Valle d’Aosta [22]. Quello che avrebbe dovuto essere uno strumento condiviso tra le diverse aree dell’Istituto, frutto di una progettazione partecipata e ragionata attraverso incontri periodici e frequenti raccordi con la comunità esterna, si risolve ancora in una mera elencazione delle attività svolte o da svolgere, inverata in un documento per la maggior parte dei casi redatto dal solo responsabile dell’area educativa, senza la partecipazione degli altri soggetti che dovrebbero prendervi parte. Emerge una maggiore partecipazione e coinvolgimento in quegli Istituti dove l’organizzazione prevede sezioni con progetti mirati e dove sono maggiormente frequenti riunioni di confronto tra operatori delle diverse aree. Appare, inoltre, alquanto evidente che non tutte le direzioni degli Istituti diano la stessa importanza al progetto stesso, facendo mancare quell’autorevolezza necessaria perché il progetto sia riconosciuto da tutti gli operatori penitenziari. Infine è stata messa in discussione la potenzialità del progetto pedagogico di rappresentare le progettualità complessive di un Istituto penitenziario, particolarmente dell’area sicurezza e dell’area contabile, nella realizzazione degli obiettivi fissati dalla direzione dell’Istituto stesso.

A queste considerazioni ha fatto eco la Direzione Generale dei detenuti e del trattamento che ha emanato, nel 2011, una circolare con cui traccia l’evoluzione del Progetto Pedagogico in carcere [23]. “E’ necessario pensare e prevedere un progetto di Istituto, nel quale far confluire tutte le sollecitazioni progettuali delle singole aree: amministrativo-contabile, della sicurezza e, per quanto possibile, sanitaria. Rispetto a queste, è bene ricordarlo, l’istanza del trattamento rimane centrale, per la sua diretta derivazione dalle finalità costituzionali della pena”.

L’Amministrazione centrale cerca dunque di superare le difficoltà riscontrate nel corso degli anni nella condivisione della progettazione pedagogica, emanando delle precise disposizioni a tutte le aree degli Istituti affinché partecipino alla programmazione, apportando idee e valutazioni proprie, ritenendo che “il coinvolgimento dell’area educativa resta centrale ed indispensabile. Ma nessun apprezzabile risultato potrà realizzarsi senza il concorso delle conoscenze della polizia penitenziaria, che per compito istituzionale vive ogni momento accanto al detenuto, ed è in grado di apprezzare ogni aspetto della sua personalità e della sua evoluzione”[24].

In definitiva si sottolinea la necessità che il progetto pedagogico diventi parte integrante di un programma che coinvolga l’intero Istituto, auspicando che tale progetto sia condiviso, non solo nella dimensione conoscitiva del documento, ma anche nella condivisione delle responsabilità per l’attuazione di un piano che sia di tutte le componenti dell’Istituto e non solo dell’area educativa, affinché diventi un reale strumento operativo ed una guida nello svolgimento delle attività istituzionali [25].

 


Note

[1] Art. 27 Cost, 3° Comma: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
[2] “Con questo termine bisogna intendere un processo pedagogico e curativo suscettibile di modificare in senso socialmente adeguato il comportamento del soggetto, tale da rendere favorevole la prognosi di un suo reinserimento sociale”B. Giambra e C. Serra, Istituzioni totali, in C.Serra (a cura di) Proposte di Criminologia applicata 2003, Milano,Giuffrè Editore 2003, p.380.
[3] G. Sartarelli, Pedagogia penitenziaria e della devianza, Roma, Aracne editrice, 2001, p.155.
[4] Si vuole sottolineare come sia indispensabile l’adesione del detenuto al progetto rieducativo propostogli. Senza questa fondamentale premessa,non ci sono i presupposti per un cammino verso il cambiamento. Cfr. L. De Natale, Devianza e pedagogia, Brescia, La Scuola, 1998, p.189 e segg.
[5] "Il termine trattamento rieducativo sarà, invece, riservato ad indicare quella specifica attività che l’Amministrazione penitenziaria è chiamata a svolgere, in occasione dela detenzione o della privazione della libertà personale, al fine della risocializzazione della persona”. M. Canepa, S. Merlo, Manuale di Diritto Penitenziario, Milano, Giuffrè, 2004, p.107.
[6] V. art. 1 D.P.R.230/2000: “Il trattamento rieducativo dei condannati e degli internati è diretto a promuovere un processo di modificazione delle condizioni e degli atteggiamenti personali, nonché delle relazioni familiari e sociali che sono di ostacolo ad una costruttiva partecipazione sociale”.
[7] Circ. D.A.P. 3593/6043 del 09/10/2003,” Le aree educative degli Istituti”
[8] V. Art. 13 co.3 L.354/1975 (Individualizzazione del trattamento): “Per ciascun condannato e internato, in base alle risultanze dell’osservazione, sono formulate indicazioni in merito al trattamento rieducativo da effettuare ed è compilato il relativo programma, che è integrato o modificato secondo le esigenze che si prospettano nel corso dell’esecuzione.”
[9] Circ. D.A.P. 3593/6043 del 09/10/2003
[10] V. art. 15 co.1 L.354/75 :” Il trattamento del condannato e dell’internato è svolto avvalendosi principalmente dell’istruzione, del lavoro, della religione, delle attività culturali, ricreative e sportive e agevolando opportuni contatti con il mondo esterno ed i rapporti con la famiglia.”
[11] Circ D.A.P. 423599 del 24/11/2004 "Indicazioni per la formulazione del progetto pedagogico".
[12] V. Sartarelli, cit., p. 160: "…risulta chiara la necessità che gli operatori penitenziari inizino maggiormente a lavorare in gruppo, mentre le Direzioni degli Istituti dovrebbero acquisire una conduzione manageriale del sistema carcere, organizzando periodiche riunioni tra i dipendenti".
[13] Uffici dell’Esecuzione Penale Esterna, così denominati dalla Legge n.154 del 27/07/2005, che ha modificato l’art.72 della Legge n.354 del 26/07/1975
[14] Si vedano l’art. 12 - attrezzature per attività di lavoro, di istruzione e di ricreazione, l’art. 20 - lavoro dei detenuti e soprattutto l’art. 27 - attività culturali, ricreative, sportive, dell’Ordinamento Penitenziario.
[15] Sartarelli, cit., p.152 "Il trattamento rieducativo, in analogia con quanto avviene con il trattamento terapeutico, non può sortire alcun effetto se non è preventivamente accolto e condiviso dal soggetto".
[16] Serra C. ( a cura di), op.cit., pag. 398.
[17] V. Legge 8 novembre 2000 n. 328.
[18] Circ. DAP. 3593/6043 del 09/10/2003.
[19] Casadei M.G., Scommesse dal carcere: la sfida dei percorsi educativi, Aracne editrice, Roma, 2008, p.12.
[20] Circ D.A.P. n 423599 del 24 novembre 2004 "Indicazioni per la formulazione del progetto pedagogico”.
[21] V. Sartarelli, cit., p. 154: "Un altro impedimento alla riabilitazione del condannato, è costituito dall’enorme disparità di forze presenti sul campo".
[22] Vengono riportate di seguito le riflessioni dei 3 gruppi di lavoro nell’incontro finale tenutosi al P.R.A.P. di Torino il 5 febbraio 2009, allegate alla Circ.P.R.A.P. Piemonte e Valle d’Aosta del 27/03/2009 n 12100 “Progetti Pedagogici 2009”.
[23] Circ. D.A.P. 0024103 del 20/01/2011:"Progetto d’Istituto: evoluzione del Progetto Pedagogico. Linee di indirizzo per l’anno 2011".
[24] Circ.D.A.P. 0024103 del 20/01/2011.
[25] Circ.P.R.A.P. Piemonte e Valle d’Aosta del 27/03/2009 n 12100 “ Progetti Pedagogici 2009”.

Autore: Piero Valentini, laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1998, ha poi conseguito un Master di II livello in Scienze Criminologiche nel 2012 presso l’Università G. Marconi di Roma. Dal 2004 opera in qualità di funzionario giuridico-pedagogico per l’Amministrazione Penitenziaria. Dal 2009 ad oggi ha ricoperto l’incarico di Responsabile dell’Area Educativa nella Casa di Reclusione "San Michele" di Alessandria e successivamente nella Casa Circondariale "Cantiello e Gaeta" di Alessandria.


copyright © Educare.it - Anno XIV, N. 5, Maggio 2014

DOI: 10.4440/201405/VALENTINI