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Il turpiloquio come segno di colonizzazione del soggetto. Analisi pedagogica e sociologica dei significati dell'osceno a scuola - Conclusioni

 

Conclusioni

Da quanto analizzato, è evidente che il linguaggio becero nelle scuole non può ridursi ad affare di stile o bon ton, ma segnala il dato pedagogico di fette di popolazione giovanile che sono risucchiate a presidiare una società ingiusta. Non è un caso che il turpiloquio si accompagni spessissimo a un immaginario popolato da tutte le perle del pregiudizio: maschilismo, razzismo, ostilità verso i marginali sono il brodo regolare delle conversazioni all’insegna della parola volta ad offendere, evitare il contagio, separare.

Si evidenzia qui la portata di un problema che potrebbe apparire invece secondaria: la spoliazione del desiderio è funzionale alla trasmissione (pedagogica) di un sapere di marca reazionaria, asservito ai dettami del potere dominante e volto a conservarne procedure ed effetti. L’adolescente, invaso anche dentro la scuola da un processo formativo in cui sono normalizzate sia le dimensioni collettive che quelle autopoietiche del comunicare, diventa epigono, ripetitore di echi e di segnali di obbedienza.

Adorno ha espresso questo concetto con la metafora della retrocessione al punto: la ripetizione ossessiva di segnali di risposta appresi e ormai consegnati a un automatismo che ne sottolinea l’impersonalità. L’esibizione narcisistica, abbondante nel turpiloquio, non segnala tanto la vitalità del soggetto ma la sua liquidazione. Anche nei luoghi della formazione, come la scuola, la ripetizione della risposta tende a disgiungersi dalla comparsa del segnale per caratterizzarsi come automatismo.

Ne deriva la ben nota gratuità dell’espressione turpe: i riferimenti sessuali coprono con indifferenza vissuti positivi o negativi, si adattano a qualsiasi discorso perché ne sono fondamentalmente svincolati. Anche nelle aule universitarie, purtroppo, basta ascoltare le prime parole di qualche studentessa, magari appena uscita dall’aula d’esame, per accorgersi che indica con lo stesso termine la prova facile e quella difficile, appioppa al docente le medesime sembianze falliche a prescindere da qualsiasi valutazione e infine dichiara, dopo lo sforzo, di volersi dedicare ad attività che, prese alla lettera, preoccuperebbero molto mamme e tutori della morale pubblica.
È adesso possibile definire un elenco sintetico delle dinamiche in gioco:

  • La colonizzazione del soggetto è favorita dalla banalizzazione del turpe;
  • Questa banalizzazione passa attraverso due movimenti:
    - La perdita di significato delle parole
    - Il restringimento della dimensione desiderante
  • Abolito il corpo ne resta il simulacro, feticcio disabitato da immettere nel mondo delle merci:
  • La dicibilità del mondo, strumento formativo fondamentale, resta balbettio, farfuglio [11].
    Un soggetto scisso, ignaro campo di battaglia di eserciti addestrati altrove. Ossia, costruzione seriale di epigoni: ripetitori di echi e segnali, che hanno rinunciato a coltivare una propria soggettività, con le luci e le zone d’ombra che le sono proprie, e si adagiano acriticamente sui dettami delle maggioranze chiassose e posticciamente gaudenti.
    Ovviamente la questione del turpiloquio e la relativa espropriazione del desiderio non riguardano solo la scuola. Anzi, appare plausibile che negli spazi scolastici si replichi quello che avviene su grande scala nella dimensione urbana, dove pure la cartellonistica pubblicitaria insegue l’associazione tra desiderio e merci attraverso un modello propedeutico al feticismo di massa. Così, i soggetti che si deliziano attraverso le scritte becere sui muri sono allo stesso tempo una minoranza ma assai qualificata, perché esprimono il canone sotteso ai più e prestano la propria opera con il medesimo disinteresse che è delle avanguardie di una volta. Maitre à penser, come si ricava da questa segnalazione di Michele Serra: “In una cittadina ligure la notte scorsa quattro teen-agers pirla (bravi ragazzi, dicono le cronache, ma molto pirla, e nel pieno dell’età più pirla della vita) hanno tracciato qualche svastica sui (poveri) muri della locale moschea. Già la mattina dopo confessavano in lacrime alla Digos. Fossi io a ricevere il durissimo incarico di riportarli alla creanza, direi loro questo, tanto per cominciare: perfino per essere razzisti, benedetti ragazzi, bisogna impegnarsi un pochetto. […] Le svastiche, a voler essere pignoli, le tracciano sulle sinagoghe, non sulle moschee. Non so se ve l’hanno detto, ma i nazisti di mezzo mondo ce l’hanno con gli ebrei, non con i musulmani” [12].



Note:

[1] Bertolini P., La dimensione erotica della relazione educativa, in Massa R., Cerioli L. (a cura di), Sottobanco, Franco Angeli, Milano, 1999, p. 41

[2] Mantegazza R., Pensare la scuola, Bruno Mondatori, Milano, 2006, p. 124.

[3] Ivi.

[4] Mantegazza R., op. cit., p. 116. La sculacciata come strumento pedagogico e allo stesso tempo come pratica, venata di sadismo, di presa sui corpi, testimonia la convergenza tra educazione e dimensioni del desiderio. In questo caso, un desiderio dissimulato ipocritamente dietro il fine della giusta correzione, che pure lascia intravedere con facilità quanto le procedure disciplinari abbiano a che vedere con determinate pratiche di governo dell’eros.

[5] Petrucci A., Scrivere e no. Politiche della scrittura e analfabetismo nel mondo d’oggi, Ed. Riuniti, Roma, 1987, p. 8.

[6] Conoscenze anonime e diffuse, solo parzialmente consapevoli, abitudini e modelli di comportamento persistenti, costituiscono l’attrezzatura mentale collettiva, la radice delle pratiche culturali. Credenze, visioni del mondo e rappresentazioni della realtà strutturate in nebulose mentali di lunga durata, tali da costituire il basso continuo di una società, secondo l’indirizzo elaborato da Braudel all’interno della scuola francese degli Annales.

[7] Rella F., Miti e figure del moderno, nuova ed., Feltrinelli, Milano, 2003, p. 73.

[8] Douglas M., Purezza e pericolo, Il Mulino, Bologna, 1975, p. 23.

[9] Il legame tra onore delle donne e mantenimento dei confini sociali è indicato, per esempio, dal caso dell'assistenza pubblica alle donne pericolanti nelle città europee d’ ancien regime: è interessante che qui la tutela dell'onore femminile non è prerogativa degli uomini della famiglia, ma è assunta dalle autorità pubbliche attraverso una pedagogia mirante a tutelare l’interesse collettivo. Vengono istituiti così dei ritiri, o conservatori , per le donne la cui povertà e solitudine sono ritenute pericolose per l'integrità del loro onore. Alla vulnerabilità dell'onore femminile è associata infatti un'idea di pericolo sociale, che considera ogni tipo di decadenza da condizioni di vita inadeguate al proprio status come minaccia all'equilibrio di un sistema sociale fortemente stratificato.

[10] Fornero G., Storia della filosofia, vol. VII, TEA, Milano, 1996, p. 416.

[11] “Sembra che la parola si riduca oggi a quella moneta consunta che – come diceva Mallarmè – passa da una mano all’altra, restando sostanzialmente muta” (Laneve C., Derive culturali e critica pedagogica, La Scuola, Brescia, 2001, p. 68).

[12] Serra M., L’Amaca, in Repubblica, 3 agosto 2006.


copyright © Educare.it - Anno VI, Numero 11, Ottobre 2006