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Il turpiloquio come segno di colonizzazione del soggetto. Analisi pedagogica e sociologica dei significati dell'osceno a scuola - Lasciare dei segni

 

Lasciare dei segni

La scrittura è uno dei campi d’elezione dei contesti scolastici, e la stessa figura dell’insegnante indica colui che deve lasciare un segno: “questa idea di segno sul corpo è strettamente affratellata all’idea del segno che la verga lasciava sulla schiena dell’allievo. […] Gli insegnanti condividono ancora e sempre il nomignolo con il quale erano designati in Germania: suonatori del tamburo del sedere” [4]. Si innesta così, in questi anni connotati dal fenomeno che i sociologi chiamano analfabetismo di ritorno, un curioso circolo formativo: la scuola inscrive sul corpo degli allevi, e questi a loro volta scribacchiano su banchi, sedie e muri, ossia sul corpo materiale della scuola, così da ripetere, anche con una certa corrispondenza, il trattamento ricevuto. Se ne potrebbero ricavare, e lanciamo un’idea utile, opportune attività integrative ed extracurricolari, purché si risolva il problema posto dal rendere lecito e previsto ciò che è percepito come trasgressione da compiere col gusto immediato dello sberleffo.

È compito della scuola disciplinare la scrittura, attraverso una serie di regole che eccedono gli aspetti grafico-linguistici. Un interdetto sostanziale verte sul contenuto degli scritti adolescenziali, irreggimentati con scrupolo affinché non infrangano tre limiti: l’osceno, il blasfemo e il sovversivo.
L’esistenza di tali regole è confermata, d’altra parte, dalla loro violazione in circostanze eccezionali: in regime di totale proibizione, infatti, si è molto spesso fatto ricorso a impropri spazi di scrittura, a improprie materie scrittorie, a impropri strumenti e inchiostri, e cosi via; significativi appaiono a questo proposito i casi di alcune scritture nate nei manicomi, o nei campi di concentramento durante l’ultimo conflitto mondiale, dal Diario di Gusen pubblicato da Aldo Carpi e rilegato con stracci e cartone nella sua originaria versione manoscritta, alla traduzione dell’Odissea eseguita in Siberia fra il 1945 ed il 1948 da un prigioniero tedesco su corteccia di betulla” [5].

Lo spazio di scrittura e la liceità del desiderio appartengono a soggetti diversi: non allo studente, che è chiamato a esercitare il primo e inquadrare il secondo dentro rituali e apparati normativi custoditi dagli adulti, a ricalco di quanto avviene, in grande stile, fuori dal contesto scolastico. Gli spazi urbani, infatti, sono spazi di scrittura riservati al potere politico ed economico. Una selva di avvisi e segnali, messaggi ed esposizioni rimarcano il luogo pubblico come terreno di un addestramento di massa, in cui la proprietà dei mezzi di comunicazione si fa sapere esclusivo. Si tratta di un sapere legale ed ufficiale, che sotto la forma dell’invito pubblicitario, della norma civica o della manifestazione del potere politico chiama a sé il diritto di scrivere e la padronanza degli spazi idonei, in modo da lasciare al cittadino fruitore il solo, prevedibile ruolo di destinatario di trattamenti di massa.
Non è pertanto da escludere, a voler sottolineare il positivo cercandolo col lumicino, che imbrattare i muri, dell’istituto scolastico o dell’edificio urbano, sia anche un tentativo maldestro di riappropriazione. Un segnale, quantomeno, di insufficiente identificazione dentro le procedure consentite. Vi sarebbe, in questa ipotesi, un barlume di potenzialità formativa anche nel gesto debosciato, ma non sufficiente a ricondurlo nel novero dei comportamenti resistenziali in quanto sia a livello di contenuto che per le modalità, anonime e improduttive, mancano le componenti indispensabili della rivendicazione e della progettualità.
Pare più corretto interpretare la grafomania murale come impulso a demarcare, possedere, lasciare il segno: comportamenti in linea con quella bramosia per la griffe che contraddistingue la crisi identitaria del soggetto odierno. Esserci, farsi notare pur rimanendo dietro l’irresponsabilità della massa, colpire con lo sberleffo o semplicemente comunicare in gergo con la propria tribù: moventi diversi ma col tratto comune della unidirezionalità, che disegna relazioni a una voce, che non attendono la risposta dell’altro e quindi non sono in grado di innescare catene di significati né di rapporti. 

Il giovane che esibisce graficamente la propria esuberanza sessuale sembra praticare una sorta di rito propiziatorio, un segnale muto di presenza a cui sfugge esattamente ciò che sembra esplicito: la dimensione del desiderio. Questo si riduce alla riproposizione di verbi assai in linea con i modelli culturali in voga: prendere, rompere, ficcare, sottrarre (furbescamente), danneggiare. Tutto un rosario di violazioni dell’altro e di compiacimenti narcisistici che disegna la brutta fine dell’io: questa invenzione prodigiosa che la borghesia ha saputo coltivare negli ultimi tre secoli e che segnala da tempo, sotto gli automatismi della conformità di massa, i guizzi terminali del pesce preso nella rete.
Ma insieme al soggetto borghese se ne va in malora anche il suo gemello proletario, e le scritte inneggianti alla rivoluzione cubana sono sostituite ormai da più bassi inviti a comparire. È capitato a chi scrive di fare lezione in aule dotate di una vezzosa suggestione: uno spropositato organo maschile, disegnato sulla parete con qualche malizia, in modo che la sagoma del docente seduto alla sua prestigiosa cattedra rientri esattamente nella sommità del grafo, così da generare una qualche attribuzione identitaria, ed è capitato pure, anni addietro, di imbattersi in altre aule, istoriate col repertorio creativo e romanticheggiante dei cultori di Che Guevara: si garantisce una netta differenza di clima. Nel secondo caso di ha la percezione di essere dentro la storia; nel secondo ci si ritrova alle sue ritirate.