- Categoria: Ricerche a scuola
Il turpiloquio come segno di colonizzazione del soggetto. Analisi pedagogica e sociologica dei significati dell'osceno a scuola - Il turpiloquio come liquidazione del soggetto
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Il turpiloquio come liquidazione del soggetto
La questione, come avviene quando si volge l’attenzione ai riti della vita quotidiana, è capace di rivelare ben più di quanto ci si aspetterebbe a un primo sguardo. Sono in gioco i processi di formazione: non suoni strano ricondurre la questione del turpiloquio, specie in contesto scolastico, a quella ben più ampia dell’episteme che si produce a governare piccoli automatismi del quotidiano. Non è in questione semplicemente l’eleganza del parlare, né la congruità del gergo rispetto ai percorsi formativi: il necessario caposaldo della pedagogia, cioè l’esistenza di un soggetto da educare, potenzialmente capace di sottrarsi attraverso il pensiero critico al predominio degli stampi sociali, è messo in forse dalla dilagante supremazia proprio di quelle micro-colonizzazioni che, goccia a goccia, invadono relazioni, discorsi e rappresentazioni fin nei recessi più intimi.
La stessa nozione di turpiloquio si rivela carica di ambiguità. Il linguaggio becero, deprivato di qualsiasi aggancio con le dimensioni del turpe e dell’impuro, diviene espropriazione di questi coni d’ombra dell’umano. Eppure, nella formazione di ciascuno è importante anche il confronto con gli insiemi e le traiettorie dell’abietto. Ogni società ne rimarca i confini e costituisce rituali e appartenenze, riti di passaggio e apparati normativi attorno alla separazione tra ciò che è presentabile e ciò che invece va occultato nei recessi delle miserie dell’uomo privato o addirittura espulso dalla coscienza. Esistono, quindi, frontiere da non varcare impunemente, che delimitano non solo modalità di relazione, regole e liceità del linguaggio, ma soprattutto tramandano da una generazione all’altra un patrimonio condiviso, ossia un modello pedagogico teso a formare l’uomo in conformità con una scala di valori, pratiche e credenze. Queste frontiere variano da una società all’altra, e appaiono senz’altro meno rigide nel mondo contemporaneo rispetto a qualsiasi altro contesto precedente. Il moderno, caratterizzato dalla progressiva moltiplicazione dei segnali, si scopre plurale anche nell’indicare i limiti della decenza: ciò nondimeno l’indebolimento della sanzione sociale e la perdita dell’aura attorno ai simboli testimoniano che è in corso un’invasione tendente a rendere piatta anche la dimensione del turpe e, per converso, quella della purezza.
Segno di una società non più vergine, che ha perso la propria virtù nel corso degli immani massacri che l’hanno eretta, oppure indice di una polifonica apertura alla libera gestione di regole e divieti? Società più libera, quella in cui ciascuno bestemmia a iosa, oppure meccanismo ferreo di spoliazione e assoggettamento?
L’antropologa Mary Douglas, che molto si è occupata delle demarcazioni tra puro ed impuro, sostiene che questi confini, socialmente condivisi da un noi che si separa così da un loro, diventano labili nel momento in cui, ed è il caso del contemporaneo, la linea del fronte non è più visibile perché tutta interna al soggetto stesso. Le regole di purezza costituiscono anche un sistema cognitivo: per mezzo dei simboli rituali vengono periodicamente ricreate le categorie attraverso le quali le persone percepiscono la realtà, nella fattispecie l’assetto gerarchico fondato sul permanete antagonismo tra puro e impuro, tra natura e cultura, tra sacro e profano. Secondo Mary Douglas, tali regole sono “una forma di classificazione attraverso cui si rappresenta l’ordine sociale, dal momento che le idee di separazione, purificazione, demarcazione e punizione delle trasgressioni svolgono come funzione principale quella di sistematizzare una esperienza di per sé disordinata” [8].
A differenza delle società tradizionali, dove la solidità dei riti e del patrimonio simbolico protegge assai bene gli orifizi del corpo dalla contaminazione [9], nel nostro contesto il turpiloquio, eletto a liturgia del linguaggio, svolge la funzione doppia di esorcizzare il pericolo e di evocare continuamente la difesa dei confini. È il privato cittadino, attraverso la comunicazione interpersonale, ad incaricarsi di questo compito, e questo spiega la tendenza degli adolescenti, che già per condizione esistenziale sono impegnati a vigilare sulla propria identità, a farsi paladini di un assetto normativo e di un ordine sociale.
Scricchiola uno dei lati del quadrilatero antropologico di Foucault: l’interdetto. La dissoluzione dell’uomo- coscienza è annunciata dal dominio di un linguaggio a cui sono annichilite le dimensioni della memoria. Parole che non hanno più un legame con i vissuti e con le cornici di senso che le hanno cullate; la cultura dell’imperativo sessuale elaborata nell’età moderna che affonda sotto un desiderio artificiale e subordinato a pratiche di potere. “La volontà di sapere sul sesso, che di fatto funziona come mezzo per introdurre effetti di potere nei contatti di piacere fra i corpi, in tempi recenti si è concretizzato non solo in una monarchia del sesso, ma anche in una fittizia promessa di liberazione umana tramite il sesso medesimo” [10].

