- Categoria: Ricerche a scuola
Il turpiloquio come segno di colonizzazione del soggetto. Analisi pedagogica e sociologica dei significati dell'osceno a scuola - Possibili significati per l’osceno
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Possibili significati per l’osceno
Il pedagogista in veste critica non può sottrarsi a una considerazione di ordine sociologico ma dalla forte ricaduta formativa: l’osceno, quando trova un palcoscenico e non è ricacciato dietro le quinte, mostra delle insospettate capacità di resistenza sia al tempo che all’occultamento. Nel campionario osceno convergono le memorie di più generazioni: non sorprenda trovare il pecoreccio in salsa scolastica di fine anni ’70, cui campioni indiscussi sono i Banfi e i Vitali, accanto all’antigiudaismo in camicia nera e alle atmosfere borgatare e popolaresche del cinema neorealista, alle sperimentazioni delle neoavanguardie (citatissimo Manzoni, ma Piero, con la sua cacca d’artista), ai languori crepuscolari e a certa revanche di periferia, alla Pasolini, per un mondo sulla soglia della corruzione.
Non mancano l’omofobia neocon e talune esuberanze da califfato (ecco, finalmente: l’intercultura!), il celodurismo padano e il flatus vocis da sacrestia, l’ardire dannunziano e la rima gaglioffa alla Trilussa, l’avanspettacolo alla Petrolini e il forbito parlare delle televendite. Il tutto condito con gli influssi del cyborg, i nomadismi del web e l’intero catalogo dell’industria pornografica accessibile in via multimediale. Modernissimo e datato si toccano, anche loro, a testimoniare che la Bildung formativa deve fronteggiare un enorme e indistinto frullato, una brodaglia cangiante a cui, pure, bisognerà dare un senso e una direzione. La sovrapposizione delle memorie, di cui reca traccia il linguaggio, indica che siamo di fronte a ondate di colonizzazione che, saldandosi una ad una, concorrono a delineare anche un insieme di significati. Memorie che parlano attraverso gli automatismi del gergo, a testimoniare che la categoria dell’effimero non è affatto tale, ma nasconde pervicaci capacità di radicarsi in fenomeni di lunga durata.
Altro focus tematico: qui sembra compiersi un modello paradigmatico del moderno, cui hanno dedicato pagine dense Georg Simmel e Walter Benjamin. La fruizione tipica del desiderio, così come è ridotta nella società delle merci, disegna un ibrido tra figure rappresentative della crisi del soggetto. Il collezionista, l’avventuriero e il feticista convergono pezzo a pezzo fino a comporre un mostro contemporaneo: il mitomane.
La reiterazione di segni che evocano l’osceno, cioè quell’esibizione sciapita e automatica di attributi e pratiche sessuali che è ossatura sia del turpiloquio che della grafomania murale, costituisce una forma di collezionismo che si nutre di memorie morte e mai risvegliate. Il campionario gergale allinea, come su un freddo marmo, variabilità domate e immaginazioni prêt à porter, segno dell’assemblarsi di un articolo forgiato da pedagogie che attraversano la scuola da parte a parte. Occultato il desiderio in nome del suo simulacro, il giovane entra nell’affollato club dei collezionisti di esperienze mute. È indotto a ripetere il verso, perdendo progressivamente la capacità di connettere parole e significati: l’inafferrabilità del desiderio si fa reliquiario, esposizione normalizzata di posizioni, ruoli, varianti. È una forma di collezionismo in cui i reperti si “allineano irrigiditi, svelando la loro natura irrimediabilmente sostitutiva e illusoriamente consolatoria. Sono i segni di un’assenza che non ha redenzione” [7], a cui rimangono il grigio della malinconia e la frenesia della coazione a ripetere.
È possibile dire, infatti, che le scritte di cui ci stiamo occupando, come i racconti tradizionali che correvano di bocca in bocca, conservano qualcosa di anonimo, e quindi di persistente come tutto ciò che è prodotto dal grembo di una società. Qualcosa che eccede l’intenzionalità del singolo studente scherzoso, ne travalica le contingenze fino a indicare una pedagogia di lunga durata che si occupa di smistare e governare desideri, corpi e pratiche.
Dispositivo centrale di questo ammaestramento di massa è la forzatura del desiderio sotto il regno delle merci. Forzatura che si ottiene sollevando il velo, sospingendo l’osceno non al riparo, ma davanti allo sguardo reiterato, infine concatenando in una pratica idolatra la ripetizione dello stimolo, che così perde l’originaria connessione con la Mancanza e si fa voyeurismo. La liturgia dell’osceno depurato dal mistero squarcia quella sottile nebbia che secondo Jacques Lacan deve interporsi fra noi e l'oggetto desiderato; il sipario avvolge le cose, in una calcomania feticista che produce sguardi vitrei e restituisce il volto del soggetto desiderante come riflesso dell’oggetto desiderato. È lo stesso meccanismo che Benjamin ha descritto a proposito delle vetrine di Parigi, dove il cittadino, immerso nel sogno collettivo del sempre nuovo, può solo specchiarsi e cogliere il proprio volto frammisto tra le merci.

