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Il turpiloquio come segno di colonizzazione del soggetto. Analisi pedagogica e sociologica dei significati dell'osceno a scuola - Il sesso a scuola, oltre l’educazione

 

Il sesso a scuola, oltre l’educazione

Gli istituti scolastici sono teatro di inevitabili incursioni del fondo animale nell’umano. Basta una rapida carrellata di momenti topici per rendersi conto dell’irriducibilità di questo irrompere dell’immotivato entro i dispositivi che pure hanno una attenta e collaudata pratica di controllo.

  • Le gite scolastiche, ossia i benemeriti viaggi di istruzione, sono al top nella classifica dello scompiglio connesso al desiderio. Si fanno attendere per buona parte dell’anno, e coinvolgono gli studenti in attente progettazioni a cui sono dedicate le assemblee di classe (ormai, persa qualsiasi tensione verso il cambiamento, non si discute di altro che di loisir e divertissement). Un gran numero di studenti attende con fiducia la partenza primaverile, confermando che in tema di desiderio svolgono un ruolo centrale la mancanza e la prefigurazione: la prospettiva è quella di una parentesi all’insegna del sesso a go-gò, lontano dagli occhi e dagli obblighi della famiglia. Gran parte degli studenti torna a casa con le aspettative mortificate e, spesso, annegate nell’alcool; tuttavia fa parte dell’aneddotica scolastica l’epopea di fanciulle e giovinotti che hanno fatto sfracelli in amene località di turismo scolastico. Sarebbe da indagare, in questa prospettiva, la memoria dei docenti accompagnatori, spesso custodi di segreti irriferibili e alle volte ignari di ciò che si svolge poco lontano dai loro occhi.
  • Da queste sperimentazioni del desiderio incarnato possono nascere parvenze di relazioni affettive. Conosco personalmente uno studente di Bari che si dichiara fidanzato con una lentigginosa canadese conosciuta tra i marmi degli Uffizi, e intrattiene da mesi una voluminosa relazione via SMS. Episodi come questo segnalano ancora una volta il ruolo giocato dalla Mancanza: madre del desiderio e approdo di ogni anelito, rimanda a un mondo popolato di ragioni divergenti e in conflitto rispetto alla Ragione, come un imbuto primigenio sul cui bordo si è costretti a camminare, procedendo con un occhio al dirupo e l’altro alla via.
  • Prosperano nelle scuole un lessico e una semantica incentrati sul desiderio oggettivato. I muri e i banchi degli edifici scolastici, quando non siano prontamente ripuliti, recano testimonianza documentaria di un vasto fiorire di fraseggi e slogan all’insegna del sesso, citato in certe sue componenti di evidenza e adoperato con notevole competenza linguistica. Gli autori di questo frasario sono immersi in una difficile sfida dell’apprendimento: coniugare l’innominabile con gli influssi provenienti dalla cultura di massa, dai canoni mediatici, dal patrimonio locale e dialettale, dalla filmografia di serie B e dalle più avanzate tecniche di comunicazione e management. È possibile costruire una griglia in grado di rendere conto, per tipologie, di questa eccentricità del linguaggio studentesco:

a. L’attributo sessuale adoperato come insulto. Sineddoche tesa a rendere pubblici tratti di coetanei e, soprattutto, docenti, gratificati dalla pubblica ostensione di private virtù e spesso rappresentati figurativamente da simboli di facile lettura. Qui la parte scabrosa diviene arma, a ricalco dell’antichissima vicinanza tra virilità e propensione bellica: corpo che offende, viola e sottomette, in una incessante dialettica servo-padrone che, se resa oggetto di didattica, renderebbe più chiari certi temi hegeliani;

b. L’esibizione pubblica di presunti vigori e di notevoli dotazioni accessorie. Alcuni ci tengono a far sapere a colleghi e personale scolastico di essere stati beneficiati da madre natura, e si dilungano in entusiastici proclami di funzionalità. Lo psicologo scolastico direbbe a proposito che queste temerarie dichiarazioni hanno una funzione di supporto identitario, su cui però incombe la delusione alla prima, impegnativa verifica;

c. Il sesso, inteso con equivocato epicureismo, come scrigno della vita godereccia da contrapporre alla noiosa routine scolastica. Si rimarca qui una divaricazione, non solo anatomica, tra il mondo dei piaceri e quelli dell’obbligo, e si sostiene con veemenza che, a fallimento di tutti gli sforzi della struttura scolastica, il primo mondo ne uscirà indomito e corroborato. Si tratta di una tipologia dall’evidente sapore rivendicativo, che non riesce in questi anni difficili a farsi manifesto politico né prassi di elaborazione culturale (magari alla maniera dadaista o in guisa dell’esistenzialismo più bohemienne);

d. Gli organi riproduttivi come passepartout linguistico e sintattico: elemento di connessione tra le parti di una frase, intercalare automatico e onnipresente che vuole insaporire e rendere al tatto la proclamazione di un pensiero o di un’appartenenza. Confluiscono qui le numerose attestazioni del tifo, nella doppia veste di sostenitori della propria compagine e di detrattori dell’altrui. Il canovaccio tipico richiede la promessa di minacciose o attese peripezie carnali, elette ad archetipo di produttività e quindi consone, almeno su questo versante, all’impianto complessivo della struttura sociale;

e. Di rilievo, proprio per la loro portata come indicatori socioculturali, le varianti entro cui si muove il frasario pecoreccio. Si contemplano, infatti, le cortesie verso figure familiari dell’interlocutore, specie le mamme devote, alternate a focalizzazioni fecali, giudizi di privata moralità e chiari segnali di feticismo. Abbondano anche i meccanismi, già freudiani, del rivolgimento nel contrario, dell’accostamento di opposti e della esagerazione, tutti volti a coniare un mormorio affine a quello pubblicitario, ma in questo caso intento a reclamizzare una produzione di cui non si rende conto nelle associazioni confindustriali.

Sul piano più complessivo, la portata dell’argomento impone di isolare ancora alcuni dettagli in grado di rendere esplicite le connessioni tra accadere pedagogico e dimensione del desiderio.
Che alcuni studenti si esercitino, sui mari di scuola oltre che nella comunicazione interpersonale, a tradurre in linguaggio questo oscuro sentire del corpo è testimonianza di come spesso le vie dell’apprendimento possano essere davvero eccentriche. Si guardi, per esempio, agli studi di retorica, cancellati dalla scuola moderna ma architrave di quella classica, e si noti che il frasario osceno denota un tentativo, ingenuo ma sostenuto, di recuperare all’ars oratoria tutta una serie di modelli: dall’esortazione, spesso rivolta sotto forma di invito a intraprendere un viaggio verso mete ombrose, al paradosso, teso a congiungere l’anteriore col posteriore, fino alla dissertatio, spesa a convincere su base argomentativa e particolareggiata della consistenza di pratiche, virtù e dotazioni.