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Non a caso ... un caso: riflessioni su una tecnica d'aula - Seconda parte

Su tutto questo poggia una accezione di sociologia, intesa "come descrizione adeguata dei rapporti sociali - schema osservativo - che si occupa dell'azione sociale dei singoli individui" [16]. Condividere una simile definizione ci consente, nel trattare la tecnica del caso, di sentire naturale se non inevitabile il passaggio da un piano di rappresentazione che prevede "altri" generici attori (che agiscono in tempi e contesti possibili) ad una rappresentazione con "gli" attori sociali (che agiscono nel reale).

"L'interpretazione (leggi sociologia) cioè spiegazione causale e comprensione sensata dei rapporti sociali" [17]  non può che conseguentemente far crescere fortemente la co-implicazione tra sociologia e politica sociale in una "reciproca riflessività che è allo stesso tempo, sebbene in diversi modi, differenziatrice e integratrice" [18] . Ad accrescere tale reciprocità di rapporto sono le possibili osservazioni sul mondo vitale nel quale agiscono e dal quale provengono i partecipanti; il problema è riuscire però a conservare quel difficile equilibrio, da tempo inseguito, tra enfatizzare ora relazioni auto-etero ora di "individualismo esasperato che non vede altro che se stesso [19]. Scorgiamo un possibile stato di mezzo qualora si trasformi l'aula da "somma di singoli individui" nel "sistema aula" così come da un gruppo di singoli musicisti si può passare all'orchestra in cui la sincronizzazione è condizione necessaria ma non sufficiente [20]. Per continuare in metafora la musica che verrà prodotta dovrà essere fruibile cioè capace di fare da ponte tra due mondi: quello della riflessione e quello dell'azione. Alla "situazione aula", infatti, si accompagna, come naturale e prospettico evolversi, la fase della valutazione qui sentita secondo una epistemologia suggerita da Cipolla [21] "che valuta per conoscere e conosce per valutare secondo un circolo virtuoso che non è né rigido o deterministico né incerto o in dissoluzione costante".

La valutazione interviene in termini di contributo e non solo di "doveroso" appuntamento qualora sia mossa da "la volontà di generare la migliore informazione ottenibile nelle condizioni date"  [22] . L'intervento formativo si trasforma così in processo sistemico in cui la soggettività degli attori interagisce con l'ambiente apprendendo e modificando continuamente favorendo, secondo i termini dell'interazionismo simbolico, "una re-attribuzione di significati" [23] .

"L'assunzione di una prospettiva sistemica, connotandosi come una possibile ipotesi descrittiva, senza pretendere di erigersi a spiegazione assoluta, permette di porre l'accento sull'aspetto globale della realtà, anziché su fatti elementari ed isolati, e sulla complessità degli eventi, anziché sulla loro riduzione ad elemento"  [24] . Declinare la tecnica del caso in questi termini significa allora intravedere la possibilità di poter passare dalla dimensione micro alla dimensione macro anche in contesti di "relazioni pericolose" [25] (per esempio la relazione oggetto dello studio di Fiocco: forze dell'ordine e tifoseria). Il caso anche limitato alla dimensione micro di "relazioni pericolose" o di latente violenza ghettizzante riteniamo, comunque, possa consentire non solo una rilettura del fenomeno sotto nuova luce ma, attraverso l'ascolto delle singole persone, "non come elementi appartenenti al branco", anche una "ricerca di nuovi ruoli reciproci" [26] da parte degli attori coinvolti.

Fino ad ora destinatari di tale tecnica sono stati considerati gli adulti per un loro più positivo re-agire e agire il lavoro, ma crediamo che vadano considerati destinatari anche discenti più giovani, non ancora in situazione lavorativa ma ancora all'interno di obblighi formativi ed educativi, che si trovino nella necessità di fare il punto su argomenti o scelte per loro critiche. Condividiamo con Lapassade che l'uomo è "totalizzazione in corso senza mai essere totalità compiuta"[27], ma ancor più ritroviamo nella definizione di adultità fatta da Demetrio (l'adulto vive un'età libera, perché sperimenta il potere di divincolarsi e di vincolare altri al contempo...è un sé multidimensionale [28] ) la giusta ottica di proposta formativa che anche la stessa tecnica del caso può offrire senza per questo, è importante ricordarlo, credere di possedere lo strumento principe della "ipotetica scienza pedagogica dell'età adulta"[29].

Per rispettoso confine di competenza, rimaniamo solo sulla soglia dell'ambito pedagogico per evidenziare invece di "una" tecnica d'aula i possibili processi di "socioligizzazione" e il suo aspetto spendibile così che anche una semplice tecnica possa conquistare spazi di interazione disciplinare e di valore inter organizzativo. Risulta allora chiaro che, rispetto ad obiettivi eventualmente pre-fissati, l'ottica di proposta di una tecnica (come quella del caso) e della valutazione del processo formativo attivato, vanno verso l'analisi del "come" rispetto il " cosa" si è raggiunto. Le obiezioni di elusa scientificità procedurale saranno abbandonate qualora si concordi che i processi formativi non vanno ghettizzati in "isole quantitative" ma, soprattutto, vanno riferiti e letti in dimensione "qualitativa". L'antica, ormai consunta, questione di classificare di qua o di là di confini quanti o qualitativi ogni azione metodologica, non trova qui fazioso schieramento poiché crediamo valgano le posizioni di tolleranza che sanno però cogliere la ricchezza delle parti a confronto. Il trattamento del caso può offrire opportunità di tipo quantitativo se condotto nell'alveo di una misura di risposte e possibili incroci di frequenze: paradossalmente in questo caso beneficiari dei risultati non sono direttamente i partecipanti, ma la struttura di loro appartenenza. Le opportunità qualitative sono certamente più dirette ai partecipanti ma per essere raccolte devono essere convogliate nel solco dell'oggettivato, utilizzando anche apparenti interventi trasversali (ma non si arrivi per questo a confondere un confronto d'aula con un intervento psicoterapico).