- Categoria: Esperienze a scuola
- Scritto da Corrado Muscarà
Le note dell’integrazione: esperienze di musicoterapia a scuola - Musicoterapia per l'inclusione
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2.3 La musicoterapia ad orientamento inclusivo
Il termine “musicoterapia” è composto da due parole: “musica” e “terapia”. La prima, dal greco mousike, indica l’arte di combinare i suoni secondo leggi e convenzioni stabilite; la seconda, che deriva dal greco therapeìa, servizio, significa cura della malattia. Da un punto di vista etimologico è, dunque, una pratica che si avvale dell’uso della musica per curare persone che presentano problemi a livello funzionale e/o strutturale, prevalentemente patologico.
Diversamente da moli anni fa, quando l’applicazione della musicoterapia era limitata a persone con gravi problemi di carattere patologico (psicosi, schizofrenia, demenza senile, malati terminali), la frontiera della musicoterapia è oggi cambiata, con applicazioni in diversi ambiti[xxx]. Esistono attualmente molteplici prospettive e/o modelli. Ognuno/a rappresenta il riflesso di specifici approcci di ricerca, di metodologie, di convinzioni teoriche, nonché la condivisione di studi, di strumenti di intervento, di applicazioni in ambiti ben definiti e di esperienze maturate. Sono tante anche le definizioni che sono state attribuite a questa pratica musicale.
Nelle ricerche scientifiche di alcuni autori accreditati in questo settore e anche da quelli che si possono definire i pionieri della musicoterapia (come J. Alvin, G. Orff, E. H. Boxill, R. Benenzon, K. E. Bruscia, solo per citare i più autorevoli)[xxxi], affrontate con prospettive e approcci diversi, si evince che si tratta di una pratica terapeutica che si avvale del linguaggio musicale per curare persone in difficoltà, in particolare con problemi di apprendimento legati particolarmente a ritardo mentale.
Per Alvin, la musicoterapia è una pratica che può aiutare lo sviluppo mentale dei “fanciulli minorati”. Si tratta, infatti, di un uso controllato della musica nel trattamento, nella riabilitazione e nell’educazione di bambini che soffrono di disturbi soprattutto mentali o emotivi[xxxii]. Orff sostiene, invece, che la musicoterapia è una terapia, che si avvale della musica e anche del silenzio, indirizzata in tutti i sensi. Essa è, infatti, una terapia multisensoriale[xxxiii]. Per Boxill, la musicoterapia è un amalgama di musica e di terapia. È una modalità di trattamento che «apre nuove vie verso i remoti lidi della crescita personale e del senso umano; crea canali espressivi e di apprendimento, nel senso più ampio, per coloro che, a causa dei problemi mentali e fisici, originati alla nascita, sono limitati nelle relazioni con se stessi, con gli altri e con l’ambiente»[xxxiv]. Per Benenzon, la musicoterapia è una disciplina paramedica che si avvale del suono, della musica in generale e del movimento al fine di produrre effetti regressivi e di aprire canali di comunicazione tra il terapeuta e il paziente[xxxv]. Egli utilizza il termine musicoterapia relativamente a due campi di indagine: nel primo si riferisce ad un corpus di saperi che ha quale oggetto di studio il complesso suono-essere umano e, nel contempo, la ricerca di elementi utili per la diagnosi e i metodi terapeutici che ne conseguono; nel secondo considera la musicoterapia una pratica che, avvalendosi del suono, della musica e del movimento, consente di modificare gli aspetti psicodinamici della personalità umana e di superare sintomi patologici[xxxvi]. Interessante anche la prospettiva di Bruscia, che considera la musicoterapia come un processo sistematico di intervento che serve ad aiutare una persona in difficoltà a migliorare il proprio stato di salute, attraverso esperienze musicali intese come forze dinamiche in grado di apportare cambiamenti[xxxvii].
A riguardo, la Federazione Mondiale di Musicoterapia (WFMT) ha definito la musicoterapia, al congresso di Amburgo del 1996, come «l’uso della musica e/o dei suoi elementi (suono, ritmo, melodia e armonia) per opera di un musicoterapista qualificato in un rapporto individuale o di gruppo, all’interno di un processo definito per facilitare e promuovere la comunicazione, le relazioni, l’apprendimento, la motricità, l’espressione, l’organizzazione ed altri obiettivi terapeutici degni di rilievo nella prospettiva di assolvere i bisogni fisici, mentali, sociali e cognitivi»[xxxviii]. Lo scopo è quello di «sviluppare potenziali e/o riabilitare funzioni dell’individuo in modo che egli possa ottenere una migliore integrazione sul piano intrapersonale e/o interpersonale e, conseguentemente, una migliore qualità della vita attraverso la prevenzione, la riabilitazione o la terapia»[xxxix].
Come si evince dalle definizioni riportate, che sono le più note nella cultura letteraria della musicoterapia, esistono diverse scuole di pensiero e, conseguentemente, svariati ambiti di intervento (abilitativo-riabilitativo, terapeutico), ma in tutte è sempre presente l’aspetto preventivo. Si deduce, con chiarezza, che tali prospettive siano indirizzate a persone in difficoltà. Viene, dunque, ribadita l’accezione etimologica della “musicoterapia”. Essa è una pratica musicale - ben distinta dall’educazione musicale[xl] - centrata sulla relazione di aiuto di tipo terapeutico, abilitativo-riabilitativo, preventivo o integrativo, costruita esclusivamente, da un professionista o un gruppo di professionisti nel settore, per persone che manifestano condizioni di disagio dovute a specifiche patologie (psichica, fisica, sensoriale, ect.) e che mostrano limiti nella comunicazione, nelle espressioni, nelle relazioni sia con se stessi, sia con gli altri, dunque con l’ambiente circostante. Tale pratica non prevede la presenza di altre persone che non abbiano particolari problematiche e, il più delle volte, consiste in un rapporto duale tra il terapista/educatore e la persona con problemi di carattere patologico. Infatti la relazione di aiuto si concentra sulla persona che ha bisogno, che chiede aiuto, che confida nell’agire del terapeuta/educatore, in un setting in cui prevale la sua debolezza, la sua incapacità di avvalersi delle giuste risorse per affrontare la vita, per costruire positivamente il suo progetto di vita.
Diversa è, invece, la prospettiva musicoterapica che è stata proposta e condivisa per realizzare il progetto Le note dell’integrazione: una combinazione di musica, terapia ed educazione, pensata particolarmente per persone con BES (soprattutto per i disabili), ma che per essere efficace richiede la presenza di tutti i soggetti che fanno parte dell’ambiente in cui si agisce. Tale prospettiva, rivolta a tutti e denominata “Musicoterapia Inclusiva”, si propone come pratica musicale, denudata del suo abito medicalizzato, studiata appositamente da un esperto in musicoterapia con l’obiettivo di aver cura dell’alunno con BES, attraverso un setting in cui è prevista la collaborazione del docente e degli altri alunni che fanno parte del sistema alunno (con BES). L’obiettivo è di condurre il gruppo-classe secondo i principi del cooperative learning, attraverso esperienze in cui il successo dell’intero gruppo è inerente a quello del singolo alunno, stimolando così autentiche relazioni di interdipendenza positiva. Ciò deve consentire ad ogni alunno/tutor di aver cura della persona bisognosa, di orientarla, di aiutarla, per dirla con Heidegger, a progettare e a ri-progettare modalità autentiche di vita, per appropriarsi del suo essere-nel-mondo e del con-essere con gli altri[xli].
Questa prospettiva, che si avvale dell’educazione come processo che favorisce la correlazione tra persona e persona, tra persona e società, rende possibile la partecipazione di tutti gli alunni che fanno parte dell’ambiente in cui si agisce, favorendo autentiche relazioni educative e formative grazie alle quali ognuno scopre se stesso e l’altro, prende coscienza della propria condizione esistenziale e ontologica e di quella degli altri.
La musicoterapia inclusiva si basa sul presupposto che la musica racchiude in sé funzioni formative, in grado di attivare le principali sfere dello sviluppo umano: cognitivo-culturale, linguistico-comunicativa, emotivo-affettiva, identitaria e interculturale, relazionale e critico-estetica[xlii]. La musica, inoltre, come ha ribadito il Legislatore scolastico, «offre uno spazio simbolico e relazionale propizio all’attivazione di processi di cooperazione e socializzazione, all’acquisizione di strumenti di conoscenza, alla valorizzazione della creatività e della partecipazione, allo sviluppo del senso di appartenenza a una comunità, nonché all’interazione fra culture diverse»[xliii]. Il canto, l’uso di strumenti musicali, l’ascolto, la produzione, la comprensione e la riflessioni critica «favoriscono lo sviluppo della musicalità che è in ciascuno; promuovono l’integrazione delle componenti percettivo-motorie, cognitive e affettivo-sociali della personalità; contribuiscono al benessere psicofisico in una prospettiva di prevenzione del disagio, dando risposta a bisogni, desideri, domande, caratteristiche delle diverse fasce d’età»[xliv].
La musicoterapia inclusiva sia avvale di tutto questo: dei suoni, dei movimenti, delle strutture, dei silenzi, delle pause e degli echi, utilizzando specifici strumenti (quelli previsti dal metodo Orff); ma il tutto sistematizzato per attivare o per mantenere vivide relazioni educative in un specifico contesto (in questo caso la scuola), per promuovere la solidarietà reciproca, il rispetto dell’altro, lo stimolo al cambiamento e alla progettualità, l’alleviamento alle multiformi situazioni di disagio e/o di svantaggio e, soprattutto, le abilità sociali e l’amicizia[xlv].
Essa, inoltre, come tutte le attività espressive, consente all’alunno (nelle sue possibilità/abilità cognitive) di stabilire un rapporto più diretto con la realtà, offrendo opportunità di inclusione, poiché permette di superare l’antinomia tra simbolo e realtà, favorendo anche l’approccio ai contenuti[xlvi]. Attraverso l’atto espressivo, che abbraccia campi conoscitivi più vasti di quello verbale, sostiene Chiappetta Cajola, vengono promosse «azioni volte alla ricognizione dello schema corporeo, all’indipendenza segmentata, al controllo della motricità fine, della coordinazione oculo-manuale, favorendo così quegli elementi che faranno da prerequisiti per le acquisizioni delle strumentalità di base»[xlvii]. L’atto espressivo impegna la persona sul piano biologico, percettivo, intellettivo, affettivo-emotivo e sociale, coinvolgendolo totalmente e consentendole di relazionarsi con gli altri, attraverso un processo interattivo in cui essa può svolgere un ruolo attivo e non più passivo[xlviii].
La musicoterapia è in grado di mettere in luce maggiori informazioni relative alle modalità di comunicazione, a quelle operative privilegiate dall’alunno, all’utilizzo integrato di abilità, di competenze e di saperi. Sono, queste, informazioni preziose che i docenti devono conoscere per progettare ambienti di apprendimento efficaci, ove sia possibile «favorire l’integrazione degli elementi corporei, con le risposte emotive, le implicazioni del pensiero e le esperienze di relazione […] che costituiscono la base di ogni crescita»[xlix]. Sono dati pregevoli ed ineludibili per organizzare ambienti in cui, attraverso la musicoterapia, sia possibile coinvolgere la moltitudine degli elementi comunicativi, in termini di sonorità, di corporeità e di movimento, e sviluppare anche i talenti nascosti degli alunni, quei talenti che a volte, a causa di molteplici fattori (soprattutto contestuali), non si manifestano in modo completo.
La musicoterapia, in questi termini, può anche contribuire a sviluppare nell’alunno potenzialità e/o riabilitare funzioni, in termini di intrapersonalità e interpersonalità.
In questa prospettiva, brevemente argomentata, la musicoterapia si inserisce in un progetto di scuola impegnata per la crescita e la valorizzazione di ogni alunno. Essa, avvalendosi dei contributi della ricerca educativa, può contribuire ad arricchire l’offerta formativa della scuola[l] configurandosi, così, come una macro strategia didattica, utile per vincere la nuova difficile scommessa della scuola.

