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Le note dell’integrazione: esperienze di musicoterapia a scuola - La formazione

 

2.2 La formazione dei docenti e dei genitori

Quello della formazione dei docenti è un tema che vede da sempre impegnati dirigenti scolastici, esperti della formazione, ricercatori, soprattutto cultori di pedagogia, politici e altri ancora che confidano nell’idea che i docenti siano i responsabili principali della promozione del processo di realizzazione della persona umana[xxi].

A seguito dell’identificazione, da parte dell’OCSE, delle tre principali aree di bisogni educativi speciali, ratificate nella Direttiva Ministeriale citata in apertura, è in corso un dibattito sul da “fare”[xxii]. Dall’analisi dell’evoluzione storica relativamente alle competenze dei docenti in materia di integrazione/inclusione, emerge un dato interessante. Sarebbe il caso di dire “preoccupante”! Se è certo che nel corso del tempo si sono affinate le competenze dei docenti per le attività di sostegno, è pur vero che ciò non è avvenuto per quelli curriculari. Piuttosto, nei confronti di questi ultimi vi è stato un riconoscimento di una inadeguata preparazione sul tema dell’inclusione. È chiaro che di tratta si uno dei tanti ostacoli di tale processo. In questo senso manca una concreta sinergia lavorativa fra le due figure professionali: docenti curricolari e docenti di sostegno[xxiii].

Per affrontare le nuove sfide educative è ineludibile che tutti i docenti collaborino tra loro, che siano preparati sul piano dell’inclusione, che abbiano le adeguate competenze per prendere in carico qualsiasi alunno, con o senza BES. Non sono più ammesse forme di delegazione, di deresponsabilizzazione, né di emarginazione didattica, dovute ad un’inadeguata preparazione degli insegnanti curriculari relativamente alla moltitudine dei BES. Tutti gli insegnanti, indipendentemente dalla disciplina che insegnano e dal ruolo che ricoprono all’interno della classe e della scuola, devono essere forniti di «un repertorio di conoscenze e di competenze socio-psico-pedagogiche, disciplinari, metodologico-didattiche e docimologiche non occasionali ma sistematiche»[xxiv].

Sono essenziali anche competenze trasversali, come quelle relazionali, ineludibili nella gestione degli stati emotivi che si creano in classe ed in quella dei rapporti che si instaurano con gli alunni, soprattutto con quelli più deboli, con la famiglia e con quanti operano per il sistema alunno. Ogni docente deve essere in grado di lavorare in team, di cooperare e di collaborare anche con gli altri attori (extrascolastici) che concorrono all’educazione e alla formazione della persona, nonché deve anche essere aperto alle innovazioni e alle sperimentazioni didattiche, attraverso percorsi di formazione permanente, in particolare pratiche di ricerca-azione.

La R-A, infatti, sostiene Scurati, è anche «una modalità di formazione in servizio più che di una ricerca in senso tradizionale o in senso scientifico. […] Con essa si possono fare esperienze molto positive nel settore della formazione degli insegnanti e nel campo delle professioni sociali»[xxv]; «si fa […] la formazione in servizio e si fa sostegno professionale all’innovazione»[xxvi]. Attraverso questo modello di ricerca si possono organizzare anche attività di laboratorio in cui il docente ha l’opportunità di crescere e di arricchire il proprio bagaglio di competenze, il proprio sapere; di riflettere con sistematicità sulle problematiche riscontrate, sui possibili malesseri didattici, sullo stato dell’inclusione; di agire e ri-agire, con l’aiuto di professionisti esperti nella ricerca socio-psico-pedagogica, con azioni di prevenzione, di recupero, di potenziamento dell’inclusione; di apprendere nuove metodologie e strategie didattiche; di condividere e di elaborare sempre più nuovi modelli educativi efficaci.

La formazione dei genitori è, invece, un tema un po’ trascurato, eppure, insieme a quella dei docenti rappresenta, sostiene Grasselli, «un punto strategico di cambiamento non tanto terminologico quanto di prospettiva»[xxvii], nello scenario dell’inclusione.

Solitamente i genitori, soprattutto quelli di alunni con BES (in particolare con disabilità), si aspettano molto dalla scuola: sostegno, aiuto, orientamento, nuove amicizie, acquisizione di nuovi saperi e di nuove competenze, a volte persino “miracoli”[xxviii]. La scuola può venire incontro a queste richieste attraverso una formazione ad hoc, strutturata per loro, per rispondere adeguatamente alla moltitudine delle loro domande, esigenze, perplessità e aspettative.

In questa prospettiva, formare i genitori vuol dire creare, a scuola, spazi in cui fare apprendere nuovi saperi, nuove competenze, nuove abilità. Significa progettare ambienti di comunicazione per orientare i genitori, per educarli al dialogo con la scuola e con le varie agenzie formative che possono contribuire alla crescita dei figli; per spronarli a condividere insieme gioie, speranze, desideri, successi ottenuti, ma anche paure, angosce, timori, preoccupazioni, ansie, aspettative, ect. La formazione genitoriale è soprattutto un modo per rinsaldare il rapporto tra la famiglia e la scuola, che, in questi ultimi anni, «non è stato uno spazio di collaborazione, piuttosto è diventato terreno di contrapposizione tra aspettative disattese da una parte e incapacità o impossibilità di dare risposte adeguate dall’altra, tra rivendicazioni e frustrazioni, tra rinunce, silenzi e oscillazioni emotive e intellettive»[xxix]. Attraverso la formazione la scuola tenta di stabilire il patto di alleanza con la famiglia, anche perché i genitori sono i principali esperti dei loro figli e, pertanto, sono in grado di offrire notevoli contributi in vista del progetto di inclusione.

Dalle esperienze pregresse in progetti scolastici si è evinto, però, che a partecipare ai corsi di formazione per genitori, alla vita scolastica in generale sono in maggioranza le famiglie degli alunni con BES. Si tratta di genitori che chiedono assiduamente “soluzioni” al loro difficile compito educativo; che sono alla ricerca di nuovi metodi, di nuovi modelli da adottare a casa, per prendersi cura dei figli in modo sistematico; che vogliono sperare in momenti migliori, di cambiamenti positivi, di gioie.

Servono, invece, momenti di formazione che prevedano la partecipazione di tutte le famiglie e non solo di quelle con figli più deboli, perché il tema dell’inclusione interessa tutti, abili e disabili. Per far questo occorrono progetti di formazione che offrano la trattazione di nuclei tematici apprezzabili da tutti i genitori, strutturati in forma laboratoriale e con stile cooperativistico.