- Categoria: Esperienze a scuola
Lo spazio scolastico: dinamiche e conflitti - Quarta parte
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Il contenitore scuola, recuperando la presentabilità pubblica, sembra riacquistare l’onore: i divieti che marcano corridoi, bagni e aule permangonopermangono come necessaria lezione di educazione civica, e in breve l’attenzione non è più focalizzata sulle gesta dei disturbatori. L’intermezzo disfunzionale si chiude, e le eventuali crepe del sistema scuola tornano ad appannarsi: con la primavera, poi, una ormai tradizionale trasferta dei danneggiamenti vedrà i ragazzi in gita devastare alberghi e mezzi di trasporto, senza peraltro che la cosa comporti un evidente contraccolpo per la sede scolastica, restituita a pulizia e decoro e finalmente recuperata quale luogo di trasmissione di un sapere leggermente piatto ma socialmente apprezzato.
Anche a questo riguardo lo spazio scolastico diventa teatro di una particolare traduzione: è spazio collettivo in quanto predisposto per accogliere un buon numero di individui, ma si organizza in modo da isolare gli uni dagli altri, dissolvendo i pericolosi legami capaci di trasformare la massa in moltitudine, cioè l’insieme degli studenti in corpo vivo e dialettico, in cui i diversi punti di vista costituiscano opportunità formativa di confronto ed elaborazione di strategie, anche autonome, di gestione della propria presenza nel contesto. Il grande auditorium, destinato ad ospitare le assemblee d’istituto, è il simbolo di questa incongruenza: non ci sarà, nel corso dei due anni scolastici considerati, nessuna assemblea degna di questo nome. Promuovere il confronto pubblico non sembra essere un obiettivo degno di interesse, anzi, si evita con cura di concedere l’esercizio di questo diritto, e la scadenza mensile dell’assemblea d’istituto è percepita come una vacanza o un’inopportuna interruzione della usuale produttività scolastica. Molti docenti, che pure anagraficamente conservano la memoria di climi assembleari, giudicano i ragazzi di oggi semplicemente privi di interesse verso la discussione pubblica, ma nel complesso ritengono che questa situazione non riguardi l’istituzione scolastica e che possa essere lasciata cadere tra i rituali inutili di un passato ormai sepolto.
Lo spazio assembleare è così uno spazio espropriato: vuoto in quanto nessun discorso vi concorre, e vuoto anche perché considerato come pericolosa sottrazione all’ordine, vicinanza inopportuna di corpi che vanno invece separati e accuratamente inseriti ciascuno nel proprio banco, di fronte alle rispettive cattedre.
Anche la negoziazione delle assemblee, sia d’istituto che di classe, risente di questa priorità dell’ordine pubblico rispetto all’esercizio del diritto di parola: le assemblee sono costantemente sospese e revocate, sia come contrappasso per uno sciopero o un danneggiamento, sia per l’indisponibilità dei docenti a ‘perdere tempo’, sia per la scarsa convinzione degli studenti nel valorizzare lo spazio collettivo. Biennio e triennio, anche qui, sono costantemente separati in occasione delle assemblee d’istituto: il biennio solitamente assiste alla proiezione di un film, il triennio si disperde raggiungendo in anticipo l’uscita. Le assenze, di cui già si è detto quanto siano considerate rivelatrici di condotte a rischio, non sono rilevate in concomitanza dell’assemblea: di conseguenza, assentarsi qui diviene lecito e forse opportuno. La presenza è disincentivata, è oggetto di dissuasione a partire dalla contrattazione stessa dei temi su cui costruire un dibattito fantasma che puntualmente sfuma nella sospensione: niente esperti esterni che non abbiano look e stile ricalcato su quello adulto, niente argomenti che consentano di dividersi e contrapporsi su fronti opposti, niente gestione studentesca dello spazio assembleare. Il comportamento dei ragazzi, osservato ripetutamente in questi due anni, ha poco della comunità educante e ricalca piuttosto l’anonimato della folla da stadio: è pubblico anziché protagonista, è comportamento da massa [8], che rumoreggia, schiamazza o si disperde nella noia, ma evita qualsiasi guizzo in grado di riappropriarsi di uno spazio proprio e di contrassegnarlo come costruzione di un autonomo punto di vista.
È da valutare se studenti non in grado di parlare in pubblico siano destinati ad essere buoni cittadini di una comunità democratica. Allo stato attuale si rileva che gran parte del flusso comunicativo all’interno dello spazio scolastico sprofonda sottobanco: è chiacchiericcio, uso stereotipato della parola, parentesi ad uso di individui isolati, gorgoglio di un discorso mai articolato. Il conflitto, rimosso dallo spazio pubblico e costantemente evitato quale sinonimo di disfunzione, emerge spettralmente dalle crepe e dai buchi dell’istituzione, si annida negli spazi vuoti e nell’imprevisto, cova in silenzio sotto il conformismo. Si sposta dentro l’individuo, e diviene conflitto interno, lacerazione e dissociazione tra comportamenti pubblici e privati. Lo studente isolato, cellula di una società che promuove l’uomo ammobiliato, pratica un linguaggio [9] ridotto a slogan, e per questo non può che rinunciare alla discussione pubblica, ma soprattutto tende ad aderire a una traduzione deteriore della formazione come achievement, acquisizione anonima, acritica e mercificata di punteggi idonei a garantire l’ascesa socioprofessionale. L’individuo colonizzato interiorizza lo spazio formativo e ne riporta divieti, coercizioni e norme: diviene oggetto di occupazione da parte di un potere parcellizzato che separa nettamente la vita scolastica e la vita vera. La prima scorre all’insegna del conformismo, la seconda ricerca tra le offerte della società dei consumi merci più lucenti, ma anch’esse omologate, generando un complessivo effetto spersonalizzante che si traduce in un eccesso di inautentico.
Lo spazio scolastico, complementare all’interieur [10] borghese, si mostra all’esterno con lo status di comunità educante, un luogo armonico in cui ciascun elemento concorre al giusto funzionamento del sistema. È un luogo aperto, come vogliono i tempi dell’autonomia scolastica, al dialogo col territorio: l’auditorium negato agli studenti è prontamente offerto a convegni e manifestazioni promosse da realtà locali e da interessi circoscritti del tessuto produttivo. La scuola diviene sede pubblica di noiosissime parate a beneficio dell’assessore di turno, il quale non manca di prospettare anche un proprio progetto formativo da porgere alla così gentile comunità scolastica (si tratta in genere di quei progettini che favoriscono piccole clientele locali e inutili scimmiottamenti del buonismo educativo)[11]. L’Istituto si apre al territorio, e ne diviene lo spot acritico: in occasione dell’open day, appuntamento annuale di presentazione della realtà scolastica ad alunni e famiglie delle medie inferiori, i corpi degli studenti sono mobilitati per fornire un’immagine lustra e accattivante. Ragazze abbigliate come majorettes propongono i balletti tipici del week-end televisivo: saltano, cantano e accolgono i visitatori con il tipico sorriso catodico, sono corpi docili prestati all’assopimento delle coscienze, mentre i bravi ragazzi si esibiscono in attività sportive, come da modello nordamericano, e possono perfino osare l’esibizione musicale di un rock finto-trasgressivo. Infine, a suggello perfetto del ricalco di certi stereotipi sociali sul divertimento giovanile, l’open-day si conclude con l’immancabile serata techno, con l’auditorium trasformato in discoteca e le mamme pazienti che attendono all’ingresso.

