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Insegnare ai "ragazzi a rischio" - Educazione emotiva e relazionale


Educazione emotiva e relazionale

Le relazioni non sono da trascurare. Di solito la scuola è vista come trasmettitrice di nozioni, invece è anche sede primaria di relazioni: alunno-insegnante ma anche alunni-alunni...
E’ a scuola che s’impara a convivere con gli altri, a rapportarsi con la diversità e la multiculturalità. Bisogna favorire la socializzazione: il lavoro di gruppo serve anche a questo.
Questi ragazzi devianti hanno spesso rapporti disturbati, basati sulla relazione vittima-carnefice (fenomeno del bullismo).
Bisogna che si insegni loro a collaborare, a rispettare l’altro.
L’alunno è una persona e come tale deve essere visto dall’insegnante: ha le sue ansie, i suoi desideri, i suoi bisogni.
Tutto questo deve poter venire fuori, altrimenti non conosciamo i nostri allievi, ma sono solo delle macchinette impara-nozioni più brave o meno brave.

E’ quello che si chiama educazione all’affettività, di cui dovrebbe far parte anche l’educazione alla sessualità. Ma non è facile perché ci vuole una preparazione psicologica che gli insegnanti non hanno. Per poter essere educatori dell’affettività, i docenti dovrebbero svolgere dei corsi d’aggiornamento con psicologi. Solo così essi potranno sviluppare nei loro allievi quella che Daniel Goleman chiama intelligenza emotiva
L’intelligenza non è altro dalle emozioni, deve imparare a riconoscerle ed esprimerle. E’ ciò che viene detto anche “alfabetizzazione emozionale”, ciò che manca totalmente a questi ragazzi devianti, privi come sono stati di vero affetto.
Negli Stati Uniti, sulla scia dell’opera di Goleman, sono stati sviluppati dei progetti che prevedono la presenza di psicologi proprio nelle scuole che qui chiamiamo “a rischio”. 
E’ risaputo che nelle scuole pubbliche americane il fenomeno del bullismo è molto diffuso, addirittura in alcune scuole c’è il metal-detector per impedire che gli alunni entrino a scuola con le pistole.
In Italia non siamo a questi livelli, ma un progetto simile a quello proposto da Goleman servirebbe anche alle nostre scuole “a rischio”.

Certe situazioni sono uguali alle nostre, confrontiamole con quanto scrive Goleman della realtà americana:

“I bambini che, all’atto di iniziare la scuola, hanno già appreso in famiglia uno stile ‘coercitivo’- cioè prepotente- sono anche considerati pessimi scolari dagli insegnanti, che debbono impiegare troppo tempo nel disciplinarli. Il fatto che bambini simili siano naturalmente portati a trasgredire le regole della disciplina scolastica significa, agli occhi dell’insegnante , che sprecano tempo altrimenti utilizzabile nell’apprendimento, perciò il loro fallimento scolastico è solitamente già evidente sin dalla terza elementare. (…) 
In quarta o in quinta, questi bambini –ormai considerati prepotenti o semplicemente ‘difficili’- vengono respinti dai coetanei, fanno amicizia difficilmente o non la fanno affatto, e il loro rendimento scolastico è fallimentare. Sentendosi privi di amici, gravitano attorno ad altri emarginati sociali.(…) 
Negli anni della scuola media, a questi soggetti, si associa un altro genere di ‘ritardati’, attratti dal loro stile trasgressivo; costoro sono spesso ragazzi più giovani, che a casa vengono abbandonati a se stessi e hanno cominciato da soli a frequentare la strada durante le elementari. Negli anni delle scuole superiori questo gruppo di emarginati abbandona in genere la scuola indirizzandosi verso la delinquenza, dedicandosi a reati minori, come il taccheggio, il furto e lo spaccio di droga.(una differenza indicativa affiora tra i ragazzi e le ragazze in questo itinerario…In altri termini le adolescenti antisociali non diventano violente , ma hanno gravidanze premature.”

A me ricorda i ragazzi dei Quartieri Spagnoli che si dedicano allo scippo e le ragazze che si sposano prematuramente con figlio a carico.
Cosa fare? Occorre addestrare all’amicizia, calmare la collera, placare l’ansia, scacciare la depressione, far socializzare. Il conflitto va inteso come “una mancanza di comunicazione”.

Sempre Goleman scrive:

“Si rammenti che i ragazzi aggressivi e prepotenti spesso attaccano gli altri in preda all’ira perché interpretano come ostili messaggi ed espressioni in realtà neutrali, e che le ragazze affette da disturbi del comportamento alimentare non sanno distinguere la collera dall’ansia e dalla fame.”

Educare ai sentimenti vuol dire essere in grado di denominarli , di identificarli e di distinguerli meglio. Significa anche educare alle alternative per affrontare i conflitti, oltre all’aggressività e alla passività; e far comprendere l’inutilità della violenza. 
L’alfabetizzazione emotiva va ,quindi, di pari passo con la formazione del carattere, con l’educazione alla crescita morale e con l’educazione civica. Questo significa che un insegnante è un educatore.