- Categoria: Difficoltà di apprendimento
Insegnare ai "ragazzi a rischio"
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Nel mio libro "Diario scolastico. Le vicissitudini di un insegnante in una scuola ‘a rischio’ di Napoli", descrivo cosa vuol dire insegnare in una scuola "a rischio".
Questo termine è stato introdotto nel contratto nazionale di lavoro degli insegnanti del 26/5/1999 e indicava "le scuole collocate in aree a rischio di devianza sociale e criminalità minorile, caratterizzate da dispersione scolastica sensibilmente superiore alla media nazionale" (art. 4 del Contratto integrativo del 31 agosto 1999).
La scuola media "Pasquale Scura" situata ai Quartieri Spagnoli aveva il triste primato a Napoli della dispersione scolastica, ma non fu scelta tra le scuole a rischio che avevano diritto a un’incentivazione per gli insegnanti che sceglievano di impegnarsi in un progetto specifico di riduzione della dispersione scolastica. Anche altre scuole di Napoli furono escluse, nonostante le proteste, perché i soldi messi a disposizione erano pochi e non si potevano dare a tutti.
La rivolta delle "scuole a rischio" dette anche scuole di frontiera metteva il dito in una piaga: queste scuole hanno necessità di un’incentivazione degli insegnanti che lavorano in situazioni difficili, ma c’è bisogno anche di risorse straordinarie sia finanziarie sia umane per debellare veramente o almeno ridurre il fenomeno della dispersione scolastica, della devianza sociale e dello svantaggio.
Queste scuole si trovano a Napoli, soprattutto alla periferia di Napoli e in provincia, ma anche in altre città del Meridione, come Bari e Palermo, e addirittura in certi quartieri popolari di Milano. Raccolgono i figli dei disoccupati, dei sottoccupati o lavoratori cosiddetti "in nero", a volte di carcerati, degli immigrati, che provengono quindi da situazioni sociali deprivate. Sono bambini o ragazzi non scolarizzati, con una situazione di partenza disastrosa (non sanno leggere, non sanno scrivere), abituati a vivere in strada e soggetti all’educazione della strada e della televisione, perché sono "abbandonati" dalla famiglia, se non nel senso materiale,nel senso educativo.
Eppure si vorrebbe insegnare a questi allievi in termini tradizionali: lezione frontale, cattedra e banchi disposti in senso verticale. Si vorrebbe che questi bambini e questi ragazzi stessero tutto il tempo delle lezioni seduti tranquilli e attenti a ciò che dice l’insegnante.
Qualche insegnante bravo a mantenere la disciplina e a terrorizzare ci riesce pure, ma a quale costo? L’alunno che dà fastidio viene emarginato, sospeso più volte dalle lezioni, costretto a ritirarsi, ad abbandonare la scuola.
In questi ultimi anni è nato il progetto "Chance" per merito del maestro Marco Rossi Doria, finanziato dal Comune di Napoli, che cerca di recuperare questi ragazzi usciti fuori dal circuito scolastico ("drop out" vengono detti), inserendoli in un percorso educativo alla fine del quale vengono portati a prendersi la licenza elementare o media e ,spesso, anche a continuare alle superiori. E’ un progetto meritorio, ma è come gettare una goccia nel mare, sono pochi gli alunni che si riescono a recuperare.
Bisogna dare alle scuole i mezzi ordinari per affrontare la dispersione scolastica, non affrontarla con mezzi straordinari (progetto "Chance"):bisogna intervenire sui bambini e su questi ragazzi svantaggiati prima che escano dal circuito scolastico!
Per fare questo, queste scuole avrebbero bisogno di quelli che ho chiamato "interventi prioritari" (vedi op. cit.), cioè di incentivi per gli insegnanti che restano in queste scuole per almeno un triennio, in modo da assicurare la continuità; interventi continui e assidui di assistenti sociali e psicologi di professione; strutture e risorse per svolgere lezioni alternative e progetti speciali, come laboratori di falegnameria, di ceramica, di sartoria, di cucina (sul tipo Nisida per intenderci); un organico funzionale che preveda ad esempio la possibilità di incrementare le ore di educazione fisica e di sport e di avere a disposizione un tecnico per la fruizione del laboratorio d’informatica e le compresenze di insegnanti.
Mi rendo conto che tutto ciò è utopico. Non ci sono i soldi per pagare degnamente gli insegnanti, le politiche di governo sia del centrosinistra sia del centrodestra sono volte a risparmiare e a tagliare in un settore che è ritenuto spesa rilevante della finanza pubblica. Figuriamoci, quindi, se si è disposti a fare investimenti nella scuola che pure è dichiarata da tutti fattore di progresso sociale e di civiltà.
Eppure non possiamo lasciare che la situazione marcisca e ci troviamo una società poco civile, diseducata, ribelle alle regole della convivenza civile.
Perciò in queste pagine, cercherò di indicare che cosa si può comunque fare in questa situazione, al di là delle polemiche.

