- Categoria: Studi e articoli sulla disabilità
- Scritto da Serena Mortari
Arte-terapia e handicap - I mediatori
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I mediatori
Per realizzare quanto detto occorre utilizzare degli “oggetti mediatori” che “stiano fra” i soggetti della cura, permettendo un incontro significativo per entrambi. “Oggetti che appartengono alla trama delle azioni di vita e cura quotidiana: ciò che si usa per mangiare, giocare, un contesto. Oggetti comuni che, divenendo mediatori di una relazione e organizzatori di uno spazio, sembrano da un lato sottrarsi ad una condizione di pura utilizzabilità per assumere un significato simbolico che rimanda sempre alla relazione dei soggetti con essi, dall’altro assegnare degli spazi vitali che facilitano il riconoscimento reciproco e quindi un avvicinamento relazionale nella mediazione della distanza. Gli oggetti mediatori regolano il rapporto tra le persone, lo ritmano in modo tale che esso abbia un senso comune e soprattutto co-costruito. Regolano il potere all’interno di una relazione, limitando la possibilità di dominio di un interlocutore su un altro, lasciando agli interlocutori lo spazio del proprio svelamento” [12].
I mediatori aiutano i soggetti in difficoltà ad aprirsi alla più ampia possibilità di realizzazione.
La natura neotenica umana fa sì che l’uomo si apra alla vita culturale. “La coltivazione della neocorteccia, organo della rappresentazione è a carico dei mediatori, della loro capacità di penetrare nell’animo attraverso i sensi, della loro corrispondenza alla maturità del soggetto, della loro pertinenza alla situazione, della loro congruenza con le aspettative più vitali e magari recondite di chi li attiva e di chi con essi si attiva” [13].
In caso di deficit che comporta un venir meno dell’attenzione e della partecipazione attiva, non si struttura alcuna rappresentazione né cognitivo-razionale né cognitivo-emotiva e sorge il problema educativo che si presenta all’educatore come ricerca di mediatori che riescano a risvegliare l’attenzione necessaria per superare gli ostacoli causati dal deficit; ricerca di mediatori la cui partecipazione richieda al soggetto solo quanto lui può dare in quel momento; ricerca di mediatori che riescano ad aprire alla rappresentazione emotiva e cognitiva.
“Mediare, da cui mediatore, mediale, non è solo ciò che sta in mezzo, il luogo dello scambio, ma indica il venire in chiaro, l’esporsi, il mettere in luce ciò che nei due poli rimarrebbe in ombra. Chi media non è più solo se stesso; è anche già un po’ l’altro; com-pone il proprio logos con il logos dell’altro; s’affaccia insomma con coraggio sull’altro universo, mantenendosi presso di sé quel tanto per non perdersi, per non frammentare la propria identità. E il contenuto del mediare non può essere altro che il proprio io, la propria nudità, comunque si ricopra, di musica o di danza, di acqua o d’animali, di giochi o di simboli, comunque s’annunci alla ritrosia dell’altro, non è che invito all’altro ad aprirsi, a mostrarsi, a mettersi in gioco, a venire in luce” [14].
Più i mediatori si avvicinano alla rappresentazione simbolica (passando dall’esperienza diretta, alla rappresentazione iconica del reale, a quella analogica), tanto più è richiesta attenzione, partecipazione e maturità globale, quindi si adattano meno alle persone affette da handicap severi.
La scelta del mediatore va effettuata considerando la singolarità delle persone, le disposizioni e le finalità, sempre basandosi su una precisa conoscenza della situazione. Nel caso in cui forti resistenze si oppongano alla riduzione di asimmetria i mediatori vanno scelti dopo un’accurata valutazione del problema che può essere di varia natura, neurologica, psicologica, o psichiatrica, ma che riguarda sempre la pedagogia poiché si tratta di sviluppo della persona. Per questo motivo è importante che l’educatore riesca a comprendere i punti di vista e i linguaggi degli altri specialisti che partecipano alla cura del soggetto.
L’educazione speciale mira allo sviluppo umano e all’autonomia nella problematizzazione della realtà.
La scelta della tecnica risulta secondaria rispetto al modo d'incontrare l’altro, soprattutto quando si tratta di soggetti in difficoltà, ma questo non significa assenza di metodo.
L’educatore deve sapere che i mediatori sono indispensabili affinché avvenga un vero incontro con l'altro che conduca al superamento delle resistenze opposte dal deficit, accendendo l’attenzione del soggetto.
Il primo indispensabile mediatore è lo stesso educatore che deve comprendere il soggetto con cui ricerca l’incontro, cogliendo gli interessi, il tipo di intelligenza, gli stili cognitivi e le strategie di pensiero.
L'educatore speciale non può fermarsi ad una comunicazione che esprima un messaggio ricco di affettività e accettazione. Occorre che l'incontro avvenga al livello di maturazione cui è giunto il soggetto e che l’educatore divenga egli stesso mediatore della comunicazione del soggetto con la realtà. A volte è “necessario arretrare ad un livello di comunicazione solo tattile e corporea in cui il soggetto sperimenti di esserci, di essere al mondo in modo gratificante e piacevole e di vivere esperienze dirette che lo aiutino a differenziarsi e quindi ad identificarsi” [15].
Il soggetto con gravi deficit richiede che queste esperienze vengano vissute con naturalezza ricorrendo anche al livello simbolico e astratto della parola associato ad azioni concrete combinando i vari mediatori (iconici, analogici e simbolici) a seconda del livello di maturità del soggetto e delle capacità che si vogliono sviluppare.
L’educatore per incontrare l’altro deve saper integrare nella relazione educativa la tecnica di un determinato mediatore (danza, arte, musica ecc.) che possiede una sua logica interna. Se questo non avviene le grandi possibilità offerte dalle tecniche perdono la loro utilità in vista del superamento delle resistenze opposte dal deficit. A questo punto risulta evidente l'importanza che sia un educatore speciale a servirsi di quei mediatori per offrire un aiuto allo sviluppo personale, perché la sua umanità permette quell’incontro con l’altro, attraverso un contatto empatico, con umiltà, nella piena comprensione dei bisogni, dei limiti e delle risorse.

