Stop the genocide poster

Arte-terapia e handicap

La differenza tra i significati che può assumere il termine “cura” può essere colta, con terminologia anglosassone, tra l’espressione to cure e to care. Il termine to cure ha acquisito il significato di “tecnica guaritiva”; col verbo “curare” di solito si intende “guarire” una malattia con un determinato farmaco o trattamento. Con to care si intende la therapeuein greca, un “prendersi cura di”. Esprime un interesse sollecito verso qualcuno di cui si desidera occuparsi, con un’attenzione particolare rivolta alla persona nella sua interezza, puntando ad uno sviluppo del potenziale umano rispettando i limiti.

Si rende sempre più necessario un approccio di tipo olistico, che abbracci la persona con tutte le sue sfumature, nella sua globalità.
Esistono malattie “inguaribili”, ma non “incurabili”. Prendersi cura di qualcuno non significa tanto sconfiggere la malattia da cui è affetto nell’intento di ricondurre l’individuo alla normalità, quanto cercare di comprendere il senso esistenziale di quella particolare sofferenza in vista del raggiungimento di una graduale autonomia del soggetto nell’esercizio della propria cura.
Nelle relazioni educative può presentarsi il rischio di occuparsi dell’altro anticipando ogni sua richiesta e sostituendosi a lui, ma in questo modo la persona diventa oggetto della cura, viene ridotta la sua capacità intenzionale, il suo poter essere, ostacolando la possibilità di autoformazione del soggetto [1].

CURA EDUCATIVA E RISPOSTA ESTETICA

L’esistenza è apertura verso il mondo e verso gli altri. Heidegger sostiene che il rapporto tra l'uomo e gli altri Esserci è un “aver cura” degli altri che può essere “inautentico” nel caso in cui si tolga agli altri la loro cura, oppure può essere “autentico” se li si aiuta ad assumersi la propria cura.
La cura è un incontro tra educatore ed educando in cui avviene uno scambio nel pieno riconoscimento dell’altro che è irriducibile ad un bisogno anche se manifesto. E’ importante progettare l’esistenza di una persona in considerazione del suo vissuto partendo dalla sua soggettività e dal suo essere-nel-mondo per non ridurre l’uomo a oggetto di un sapere separandolo dal mondo in cui vive [2].

L'arte svolge in modo ottimale la “presa in cura”. Secondo J. Hillmann ignorare l’impulso estetico della nostra psiche conduce all’attuale condizione umana di “an-estesia” e “ottundimento psichico”. Per risvegliare il senso dell’anima mundi è necessaria una risposta estetica che consiste nello sviluppare il nostro senso del bello e del brutto. Per fare questo occorre fidarsi delle emozioni. Secondo il filosofo il vero inconscio oggi è la bellezza pensata come data in modo permanente, riferita al mondo nei suoi dati, un’esposizione che richiama una risposta estetica.
L’artista riesce a rivelare lo straordinario nell’ordinario che non sono separati. Hillmann sottolinea l’importanza fondamentale che ha il silenzio per la vita interiore. Il silenzio ispira “l’agente immaginante” e le arti favoriscono il silenzio. Attraverso l’arte occorre ritrovare l'Io Immaginale di cui parla Hillmann per elaborare le nostre immagini creative, nell’interesse dell’anima [3].

 

L’ARTE-TERAPIA IN UN APPROCCIO DI TIPO EDUCATIVO: CONSIDERAZIONI GENERALI

L'espressione Arte Terapia viene utilizzata per riferirsi a diverse tipologie di operazioni. Nel 1999 si è costituita l'associazione A.P.I.Ar.T (Associazione Professionale italiana arte terapeuti), dimostrando così che il paese è pronto ad accogliere la nuova figura professionale.
Sul sito internet dell’A.P.I.Ar.T (www.apiart.3000.it) troviamo definita l’arte terapia come l’uso terapeutico dell’arte, dell’espressione artistica e del processo creativo per promuovere l’integrazione psichica, emotiva, cognitiva, spirituale, la maturità affettiva e psicosociale, la qualità della vita della persona. L’arte terapia si indirizza a uno studio rigoroso delle interrelazioni tra la mente, il corpo, gli stati emotivi e immaginativi, e il mondo della relazione. L’arte terapia si focalizza sull’espressione grafico-pittorica e sul comportamento della persona per la creazione di oggetti artistici quali specifici elementi di valutazione e di intervento.
L’arte terapia è un insieme di metodiche inquadrabili in diverse aree concettuali (psicoanalitica, cognitivista, relazionale ecc.) finalizzate alla promozione umana con scopi riabilitativi, psicopedagogici, psicoterapeutici e preventivi di qualunque forma di disagio psicosociale, che prevedano l’uso sistematico di pratiche artistiche grafico-plastico-pittoriche. L’arte terapeuta è una precisa figura professionale formata per utilizzare tali metodiche.
In Italia manca una regolamentazione istituzionale e c'è ancora confusione nel settore. Il modello teorico e applicativo in arte terapia deve fondarsi su una ricerca artistica e clinica e considerare fondamentale la formazione estetica dell'operatore. Inoltre l'utente deve essere informato e consapevole del percorso arteterapeutico (il contratto). Se si agisce all'interno di un'istituzione è importante la concertazione con il progetto complessivo di cura e l'esistenza di una equipe multidisciplinare di appoggio e di verifica della qualità del servizio.
Arthur Robbins sostiene che “nel processo di comunicazione l’artista ha la capacità di trovare ciò che non funziona all’interno della forma estetica e di vedere come questo possa essere connesso a problematiche di natura psicodinamica”. Inoltre definisce la relazione terapeutica come “una storia d’amore” in quanto ci si sente compresi in modo non verbale, empatico, attraverso una forma artistica che abbraccia il riconoscimento dell’altro e che ha in sé qualità sensorie.


 

RUOLI E FUNZIONI DELL'ARTE-TERAPEUTA

L'arte-terapeuta è una persona dotata di uno spiccato interesse per la psicopatologia e di una vivida passione per l'arte. Dovrebbe avere una personalità capace di ascoltare e disponibile alla cooperazione, in modo da saper creare un ambiente favorevole ed empatico. L'arte-terapeuta entra in comunicazione sia con il paziente e la sua patologia, sia con la sua opera che diventa oggetto mediatore. Questo oggetto creato nello spazio dell'atelier, struttura un rapporto triangolare tra l'arte-terapeuta, il paziente e l'opera. Questa relazione mediata dall’oggetto artistico si modifica nel corso della terapia. Nella fase iniziale il paziente comunica con la sua opera grazie alla mediazione dell'arte-terapeuta che l'aiuta a stabilire questa relazione, per arrivare ad un rapporto diretto col suo oggetto. L’oggetto mediatore consente di trasformare la proiezione affettiva sul terapeuta e sull'oggetto (transfert diluito). L'arte-terapeuta ha la funzione di decodificare il messaggio grafico trasmesso dall'oggetto creato, per poi tradurlo in termini psicologici all’èquipe curante. Questa traduzione serve ad informare sulla componente psicologica delle opere, ma anche sul vissuto del paziente, sul suo comportamento e i suoi desideri che spesso non vengono raccolti in altri contesti terapeutici. L'arte-terapeuta favorisce la creatività in un clima di libertà ed evita gli atteggiamenti di critica o disvalorizzazione, sostenendo lo studio del significato dell'opera nella sua unicità.

La relazione terapeutica

Il processo terapeutico si attua in un campo tripolare, all’interno della relazione tra paziente, terapeuta e immagine. Il terapeuta deve individuare l’area transizionale in cui è possibile un incontro in quel particolare momento e per quel particolare paziente.
Il foglio bianco rappresenta l’estensione del mondo interiore del paziente e riflette le relazioni con gli oggetti interni; il transfert positivo nei confronti del terapeuta si traduce nella colorazione del foglio bianco.
La finalità dell'arte-terapeuta è quella di costruire nell'atelier un’interazione attraverso la comunicazione verbale e non verbale.
Secondo Melanie Klein la creazione di un oggetto artistico ha funzione riparativa e sviluppa un cambiamento. “Nella relazione terapeutica che Forabosco (1986) definisce una modalità di lavoro, pensata come un insieme di iniziative tese a stabilire un legame significativo, si evidenzia il costituirsi di un “contenitore” dell'angoscia e delle delusioni del paziente espresso da Bion (1967) e del “contenimento” che una madre sufficientemente buona contiene le angosce del bambino, accettandole e attenuandole (Winnicott). Le funzioni di contenimento e di sostegno si concretizzano nell'ascolto e nell'incoraggiamento del paziente, oltre che nell'osservazione di quanto viene da lui fatto o detto. Queste necessità non possono prescindere da un lavoro basato, oltre che a livello simbolico, sul “fare” insieme ai pazienti qualcosa di concreto e di condiviso” [4].
Le opere hanno un ruolo di protezione delle difese dell'io. Questo tipo di relazione terapeutica è un aspetto determinante che permette alla persona di canalizzare pulsioni arcaiche per esprimere l'affettività rimossa, attraverso la sublimazione e il transfert. L'arteterapeuta stabilisce una relazione affettiva con il paziente e l'oggetto creato, offrendogli l’opportunità di verbalizzare ciò che vuole. Il rapporto transferale trasforma l’espressione superficiale in qualcosa di molto personale ed intenso e l'oggetto creato, viene ad inserirsi tra i due. Il transfert che si attua in questo rapporto triangolare, si definisce come “diluito, nel senso che l'affettività e i sentimenti di amore o rifiuto vengono rivolti in parte sull'oggetto e in parte sul terapeuta, la cui risposta controtransferale è caratterizzata da una ricettività rispetto all'esperienza simbolica e presimbolica del paziente”[5] .
Mentre il paziente lavora a volte viene a creasi un’atmosfera di piacevole silenzio che induce nel terapeuta una sensorialità simile ad uno stato di rilassamento. Questa condizione caratterizza il controtransfert e può essere collegata a quella “ricettività che ha descritto Bion (1969) sull'idea di “reverie materna”, definendola “uno stato mentale aperto alla ricezione di tutti gli oggetti provenienti dall'oggetto amato”. La capacità dell'arte-terapeuta di accogliere l'esperienza profonda del paziente è analoga alla capacità della madre di cullare, accarezzare e contenere il bimbo piccolo nella sua mente per sognare insieme, giocare e usare simboli” [6]. In questo setting la produzione artistica assume il ruolo da protagonista. Si potrebbe abbracciare la proposta di Russo (1999) che parla di una “relazione originale, nel senso che genera fenomeni profondi di comunicazione sia per il paziente che per il terapeuta, entrambi “sottratti alla tirannia delle rispettive storie, ne costruiscono un'altra, dimenticando quella raccontabile”. Per il paziente può significare di esperire una relazione controllata e intensa, finalizzata alla sua evoluzione affettiva, offrendogli anche strumenti e stimolazioni che promuovono lo sviluppo delle sue capacità e della sua creatività”[7] .

 

Formazione del setting e modalità terapeutiche

Per fare arte-terapia è necessario uno spazio fisico adatto ad accogliere un gruppo di persone che devono esprimersi in forma artistica. L'atelier di pittura corrisponde ad uno spazio interno in cui sperimentare la propria realtà hic et nunc, ma anche in una prospettiva evolutiva. Il laboratorio ha la funzione di contenitore e di cornice del prodotto artistico.
Nel setting di arte-terapia ogni materiale contiene messaggi differenti e possono essere scelti nel contesto di una adeguata osservazione dell’utente, considerando la struttura dell’Io e le difese che innesca. È importante che l’arte-terapeuta tenga conto delle caratteristiche tattili dei materiali e delle possibilità di controllo che offrono in base al coinvolgimento muscolare necessario al loro utilizzo.
Un laboratorio di arte terapia dura generalmente un’ora nel caso di sedute individuali, mentre nel caso di gruppi con più di dieci persone sono necessarie almeno tre ore.
I laboratori sono solitamente presenti nelle scuole, nei Centri Diurni, le comunità per tossicodipendenti, nelle carceri e in alcuni reparti ospedalieri.
In altre strutture che per scelta metodologica o necessità organizzativa non dispongono di laboratori, il setting va ricostruito di volta in volta, attraverso le regole, la durata della seduta e del gruppo nel tempo, le tecniche proposte, l’entità del gruppo e gli obiettivi. Il gruppo avrà comunque bisogno di svolgersi in un ambiente che sia un contenitore accogliente [8].
Un laboratorio che funzioni regolarmente tutti i giorni, comprende attività terapeutiche con diverse modalità ad orario fisso e di durata limitata. All’inizio alcune persone vengono per incontrare il responsabile e trovare una relazione individualizzata. Dopo questo periodo si propone di partecipare a programmi organizzati in base all’età, alla patologia e tenendo anche in considerazione il desiderio dell’utente.
Il laboratorio può costituirsi come luogo d'incontro e depsichiatrizzazione. Tutto questo serve a creare un clima empatico di scambio reciproco e amicizia.


 

IL VALORE DELL'ARTE-TERAPIA PER LA PEDAGOGIA SPECIALE

Nel lavoro educativo si mette l’altro in condizioni di formatività attraverso un insieme di azioni che attivano quel processo che caratterizza l’uomo come essere neotenico.
Si è osservato che il cervello è in grado di modificarsi grazie all’apprendimento e all’esperienza che accrescono la plasticità neuro-sinaptica.
Questa scoperta è di fondamentale importanza per la pedagogia speciale in quanto un aumento delle stimolazioni ambientali può determinare un miglioramento delle prestazioni e comportare un aumento dello sviluppo cerebrale, rivelando la natura flessibile dell’individuo. Quindi l’uomo diventa ciò che l'ambiente educativo in cui vive gli permette di diventare offrendogli l’opportunità di prendere coscienza delle proprie potenzialità e dei criteri di scelta per divenire il suo poter essere.
È importante che l’educatore aiuti il soggetto affetto da deficit a considerare la propria esistenza come qualcosa da progettare nonostante i limiti causati dalla malattia.
L’educazione speciale ha sempre a che fare con un sistema in continuo equilibrio instabile poiché le variabili in causa, riguardando l’uomo, non sono mai totalmente controllabili.
Si agisce progettando sulla base di conoscenze teoriche e promuovendo esperienze di vita che conducano alla realizzazione dell’obiettivo del passaggio dall’etero all’autoeducazione.
Il lavoro educativo si fonda sulla quotidianità dei rapporti, sull’organizzazione degli spazi e dei tempi, sulla comunicazione verbale ma soprattutto non verbale cogliendo la gestualità del soggetto che si esprime attraverso il linguaggio del suo corpo.

L’educatore non deve adottare un atteggiameno intrusivo e dominante, deve partecipare all’esperienza che il soggetto vive per arrivare ad un contatto empatico.
Compito dell'educatore è quello di adottare tempestivamente (in questo consiste il principio del giusto momento) quei mediatori e quegli organizzatori dell'ambiente che consentano l’apprendimento senza correre i rischi del ritardo e dell'anticipo.
Il pedagogista speciale deve tener conto di tutti quegli elementi che concorrono a realizzare eventi educativi in grado di superare le resistenze dovute ad una particolare sindrome.
Nel momento in cui le discipline (medicina, psicologia, sociologia ecc.) si incontrano in vista di un intervento educativo attento al rispetto della dignità umana, l'aiuto concreto offerto in questo modo dall'interdisciplinarità dà spazio a una maggior creatività nell’intervento educativo considerando attentamente le condizioni di partenza del soggetto affetto da handicap; questo permette di valorizzare la personalità e favorire l’autoeducazione.
I contributi delle varie discipline vengono sintetizzati e armonizzati dall'educatore grazie alla teoria personalista dell'educazione [9].

Bisogna ricorrere ad un metodo individualizzato perché la singolarità di ogni persona reclama una continua creatività nei metodi educativi.
L’educatore deve aprirsi alla concreta realtà del disabile, incontrando quella specifica alterità considerandola come caratterizzata dalla stessa formatività che contraddistingue ogni persona; è importante mantenere un vivido interesse per la differenza dell’altro che va considerato oltre il suo bisogno, senza farsi accecare dal suo limite, per cogliere la modulazione del suo dolore e l’unicità del suo modo di esistere. Questo permette anche di andare oltre la negatività che socialmente e culturalmente accompagna la condizione di bisogno e di sofferenza [10].
Si intende colmare la carenza ontologica e ridurre le asimmetrie nella ricerca di quell’integrità umana, fondamento dell’autorealizzazione. Si vuole sostenere una realtà personale relazionata, risacralizzando la convivenza umana.
La pedagogia speciale deve essere in grado di decidere i metodi migliori in vista dello sviluppo delle capacità residue e della scoperta di nuove attitudini funzionali grazie anche all’apporto delle altre discipline che operano una ricerca sull'uomo aprendo nuove prospettive. La pedagogia speciale si impegna nella ricerca di metodi in educazione che inducano alla partecipazione attiva del soggetto nella formazione della sua personalità, andando oltre le diagnosi e le categorizzazioni.
La natura creativa dell’uomo rifiuta metodi depersonalizzati; è necessario chiedersi chi è l’altro, incontrare il soggetto affetto da deficit attraverso il dialogo, per individuare i suoi tempi, considerando la sua resistenza come ciò che esprime la sua differenza [11].


 

I mediatori

Per realizzare quanto detto occorre utilizzare degli “oggetti mediatori” che “stiano fra” i soggetti della cura, permettendo un incontro significativo per entrambi. “Oggetti che appartengono alla trama delle azioni di vita e cura quotidiana: ciò che si usa per mangiare, giocare, un contesto. Oggetti comuni che, divenendo mediatori di una relazione e organizzatori di uno spazio, sembrano da un lato sottrarsi ad una condizione di pura utilizzabilità per assumere un significato simbolico che rimanda sempre alla relazione dei soggetti con essi, dall’altro assegnare degli spazi vitali che facilitano il riconoscimento reciproco e quindi un avvicinamento relazionale nella mediazione della distanza. Gli oggetti mediatori regolano il rapporto tra le persone, lo ritmano in modo tale che esso abbia un senso comune e soprattutto co-costruito. Regolano il potere all’interno di una relazione, limitando la possibilità di dominio di un interlocutore su un altro, lasciando agli interlocutori lo spazio del proprio svelamento” [12].

I mediatori aiutano i soggetti in difficoltà ad aprirsi alla più ampia possibilità di realizzazione.
La natura neotenica umana fa sì che l’uomo si apra alla vita culturale. “La coltivazione della neocorteccia, organo della rappresentazione è a carico dei mediatori, della loro capacità di penetrare nell’animo attraverso i sensi, della loro corrispondenza alla maturità del soggetto, della loro pertinenza alla situazione, della loro congruenza con le aspettative più vitali e magari recondite di chi li attiva e di chi con essi si attiva” [13].
In caso di deficit che comporta un venir meno dell’attenzione e della partecipazione attiva, non si struttura alcuna rappresentazione né cognitivo-razionale né cognitivo-emotiva e sorge il problema educativo che si presenta all’educatore come ricerca di mediatori che riescano a risvegliare l’attenzione necessaria per superare gli ostacoli causati dal deficit; ricerca di mediatori la cui partecipazione richieda al soggetto solo quanto lui può dare in quel momento; ricerca di mediatori che riescano ad aprire alla rappresentazione emotiva e cognitiva.
“Mediare, da cui mediatore, mediale, non è solo ciò che sta in mezzo, il luogo dello scambio, ma indica il venire in chiaro, l’esporsi, il mettere in luce ciò che nei due poli rimarrebbe in ombra. Chi media non è più solo se stesso; è anche già un po’ l’altro; com-pone il proprio logos con il logos dell’altro; s’affaccia insomma con coraggio sull’altro universo, mantenendosi presso di sé quel tanto per non perdersi, per non frammentare la propria identità. E il contenuto del mediare non può essere altro che il proprio io, la propria nudità, comunque si ricopra, di musica o di danza, di acqua o d’animali, di giochi o di simboli, comunque s’annunci alla ritrosia dell’altro, non è che invito all’altro ad aprirsi, a mostrarsi, a mettersi in gioco, a venire in luce” [14].

Più i mediatori si avvicinano alla rappresentazione simbolica (passando dall’esperienza diretta, alla rappresentazione iconica del reale, a quella analogica), tanto più è richiesta attenzione, partecipazione e maturità globale, quindi si adattano meno alle persone affette da handicap severi.
La scelta del mediatore va effettuata considerando la singolarità delle persone, le disposizioni e le finalità, sempre basandosi su una precisa conoscenza della situazione. Nel caso in cui forti resistenze si oppongano alla riduzione di asimmetria i mediatori vanno scelti dopo un’accurata valutazione del problema che può essere di varia natura, neurologica, psicologica, o psichiatrica, ma che riguarda sempre la pedagogia poiché si tratta di sviluppo della persona. Per questo motivo è importante che l’educatore riesca a comprendere i punti di vista e i linguaggi degli altri specialisti che partecipano alla cura del soggetto.

L’educazione speciale mira allo sviluppo umano e all’autonomia nella problematizzazione della realtà.
La scelta della tecnica risulta secondaria rispetto al modo d'incontrare l’altro, soprattutto quando si tratta di soggetti in difficoltà, ma questo non significa assenza di metodo.
L’educatore deve sapere che i mediatori sono indispensabili affinché avvenga un vero incontro con l'altro che conduca al superamento delle resistenze opposte dal deficit, accendendo l’attenzione del soggetto.
Il primo indispensabile mediatore è lo stesso educatore che deve comprendere il soggetto con cui ricerca l’incontro, cogliendo gli interessi, il tipo di intelligenza, gli stili cognitivi e le strategie di pensiero.
L'educatore speciale non può fermarsi ad una comunicazione che esprima un messaggio ricco di affettività e accettazione. Occorre che l'incontro avvenga al livello di maturazione cui è giunto il soggetto e che l’educatore divenga egli stesso mediatore della comunicazione del soggetto con la realtà. A volte è “necessario arretrare ad un livello di comunicazione solo tattile e corporea in cui il soggetto sperimenti di esserci, di essere al mondo in modo gratificante e piacevole e di vivere esperienze dirette che lo aiutino a differenziarsi e quindi ad identificarsi” [15].
Il soggetto con gravi deficit richiede che queste esperienze vengano vissute con naturalezza ricorrendo anche al livello simbolico e astratto della parola associato ad azioni concrete combinando i vari mediatori (iconici, analogici e simbolici) a seconda del livello di maturità del soggetto e delle capacità che si vogliono sviluppare.
L’educatore per incontrare l’altro deve saper integrare nella relazione educativa la tecnica di un determinato mediatore (danza, arte, musica ecc.) che possiede una sua logica interna. Se questo non avviene le grandi possibilità offerte dalle tecniche perdono la loro utilità in vista del superamento delle resistenze opposte dal deficit. A questo punto risulta evidente l'importanza che sia un educatore speciale a servirsi di quei mediatori per offrire un aiuto allo sviluppo personale, perché la sua umanità permette quell’incontro con l’altro, attraverso un contatto empatico, con umiltà, nella piena comprensione dei bisogni, dei limiti e delle risorse.


 

L’arte come mediatore

L’arte può essere efficacemente utilizzata come mediatore e può offrire un valido aiuto all’educatore speciale nel suo lavoro.
L’arte-terapia non può essere caratterizzata da modelli rigidamente di tipo psicoanalista o cognitivista, ma è di fondamentale importanza che si possa avvalere dei contributi delle discipline che intervengono sulla psiche e sull’essere umano. Un arte-terapeuta deve conoscere il concetto di trasfert, controtransfert e di inconscio; deve anche essere in grado di dialogare con medici e specialisti riguardo a particolari deficit, deve essere in grado di comprendere certi linguaggi specifici.
Quando si opera in educazione, e soprattutto in educazione speciale, occorre ricordare sempre che la dicotomia mente/corpo non esaurisce tutte le caratteristiche dell’essere umano che è costantemente alla ricerca di un senso. “L’evento fondamentale della vita è quello di cogliersi come essente ancor prima che esistente. Cogliersi essente senza un senso, senza uno scopo, senza un valore, è deleterio, esiziale per l’uomo d’oggi e d’ogni tempo. L’evento fondamentale del cogliersi essente senza senso può originare il desiderio di non-essere (suicidio reale o simbolico) oppure il desiderio di guardare da spettatore alla propria vita che vive, che è” [16].


E’ possibile sostenere che se un intervento di arte-terapia non può pretendere di eliminare un deficit, può sicuramente ridurre un handicap. Nel linguaggio comune deficit e handicap vengono a coincidere ed è evidente la confusione che nasce attorno a questo tema, attorno alla “differenza tra difetto organico e difficoltà a maturare quelle disposizioni o capacità della persona necessarie alla realizzazione progressiva della personalità integrale” [17].

Appare quindi altrettanto evidente l’errore commesso da chi vuole medicalizzare l’handicap, riducendo l’uomo a quella dicotomia mente/corpo che abbiamo detto essere non esaustiva. “Se per i difetti ed i limiti organici, da quelli psichici a quelli somatici, è indubbio che gli specialisti debbano essere medici ed esperti nelle discipline che epistemologicamente rinviano a conoscenze specifiche di natura sanitaria, per le difficoltà di maturazione dello sviluppo della personalità occorre che vengano coinvolte, e magari in modo sinergico, le discipline che si occupano dello sviluppo umano: dalla psicopatologia alla pedagogia speciale” [18].
Nell’intervento arte-terapeutico l'attenzione rivolta al prodotto artistico è subordinata alla comprensione del soggetto e al processo creativo.

“L'arte adempie per il bambino disabile la stessa funzione che ha per tutti gli uomini: creare una zona di vita simbolica che permetta la sperimentazione di idee e sentimenti, di portare alla luce la complessità e le contraddizioni della vita, di dimostrare la capacità dell'uomo di trascendere il conflitto, di creare ordine dal caos infine dare piacere.” (E. Kramer)

 


Note:

[1] Cfr. Palmieri C., La cura educativa. Riflessioni ed esperienze tra le pieghe dell’educare, Franco Angeli, Milano, 2000

[2] Ibid;

[3]Cfr. Hillmann J., Politica di bellezza, Moretti e Vitali, Firenze, 1999.

[4] Denner A., Malavasi L., Arteterapia: metodologia e ricerca, Edizioni del Cerro, Pisa, 2002;

[5] Ibid;

[6] Ibid;

[7] Ibid;

[8] Ibid.

[9] Per un approfondimento si veda il testo di Larocca F., Pedagogia speciale, Erikson, Trento, 2000

[10] Cfr. Palmieri C., La cura educativa. Riflessioni ed esperienze tra le pieghe dell’educare, op. cit.

[11] Ibid.

[12] Ibid.

[13] Larocca F., Musica e danza, mediatori nell’educazione speciale per l’handicap, in AA. VV., Larocca F. (a cura di), Atti del VI Convegno Internazionale 1999: La ricerca in educazione speciale: I mediatori analogici, LEU, Verona, 2000

[14] Ibid;

[15] Ibid;

[16] Lascioli A., Evento,segno e senso, in AA. VV., Larocca F. (a cura di), Atti del VII Convegno Internazionale 2000. Cosa arcana e stupenda: il sordo danza, il cieco dipinge, l’autistico suona…, LEU, Verona, 2001

[17] Larocca F., Nei frammenti l’intero. Una pedagogia per la disabilità, Franco Angeli, Milano, 1999

[18] Ibid.

 


 

Bibiografia

1. AA. VV., Belfiore M., Colli L. M. (a cura di), Tra il Corpo e l’Io. L’Arte e la Danza-Movimento Terapia ad orientamento psicodinamico, Pitagora Editrice Bologna, Bologna, 1998

2. AA. VV., Coppelli C. (a cura di), Usa l’Arte per non essere in dispArte. Atti del 1° Convegno Nazionale su Arte terapia e buona relazione educativa, I.D.I.S. A. Meucci, Carpi, 2001

3. AA. VV., Coppelli C. (a cura di), La differenza contro l’indifferenza. Suoni e linguaggi oltre il silenzio. Atti del 3° Convegno Nazionale sulle Arti terapie nella scuola e nei servizi per l’anno europeo del disabile. Conferenze e laboratori espressivi, Centro Stampa del Comune di Carpi, Carpi, 2004

4. Bion W. R., Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1998

5. Denner A., Malavasi L., Arteterapia: metodologia e ricerca, Edizioni del Cerro, Pisa, 2002

6. Givone S., Storia dell’estetica, Laterza, Roma-Bari, 2003

7. Hillmann J., Politica di bellezza, Moretti e Vitali, Firenze, 1999

8. Larocca F. (a cura di), Musicoterapia, Danzaterapia e Arteterapia per l’handicap, Atti dei Convegni internazionali dell’Università degli Studi di Verona, Libreria Editrice Universitaria, Verona, (7 voll.) 1995-2002

9. Larocca F., Azione mirata. Per una metodologia della ricerca in educazione speciale, Franco Angeli, Milano, 2003

10. Larocca F., Pedagogia speciale, Erikson, Trento, 2000

11. Larocca F., Nei frammenti l’intero. Una pedagogia per la disabilità, Franco Angeli, Milano, 1999

12. Lascioli A., Elementi introduttivi alla pedagogia speciale, LEU, Verona, 2001

13. Palazzi Trivelli C., Taverna A. (a cura di), Arti Terapie. I fondamenti, Tirrenia Stampatori, Torino, 2000

14. Palmieri C., La cura educativa. Riflessioni ed esperienze tra le pieghe dell’educare, Franco Angeli, Milano, 2000

 


Autore: Serena Mortari, laureata in Scienze dell'Educazione presso l'Università di Verona.


 

copyright © Educare.it - Anno V, Numero 6, Maggio 2005