- Categoria: Studi e articoli sulla disabilità
La prospettiva lavorativa nell'educazione delle persone diversamente abili - Educare al lavoro
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2. LA NECESSITA' DI EDUCARE AL LAVORO
Sin qui abbiamo cercato di evidenziare come il lavoro possa essere, anziché un problema, una risorsa, una possibilità esistenziale che diventa irrinunciabile anche per quanti sono affetti da deficit.
L'aspetto realmente problematico della questione, a questo punto, diventa un altro: l'educazione al lavoro, che interpella tutti i soggetti coinvolti nell'educazione del giovane disabile, famiglia e scuola in primo luogo.
Il ruolo della famiglia
Rispetto alla costruzione del futuro dei figli, tanto a livello simbolico quanto nei fatti, la famiglia svolge un sostegno insostituibile; essa ha la grande responsabilità di educare alla progettualità, alla libertà, alla scelta. I genitori, tuttavia, possono negare il futuro dei figli con atteggiamenti di iperprotezione, di sostituzione, di rifiuto delle difficoltà oppure crescendoli come degli eterni fanciulli. "Là dove c'è un disabile" - scrive Larocca - occorre "un'aggiunta d'amore per aiutarlo a perseguire la sua maturità nonostante il deficit"(11): è necessario imparare a credere ed a desiderare che un figlio diversamente abile, nella propria esistenza, possa aspirare alle medesime possibilità che si aprono, con la crescita, a tutti i suoi coetanei.
Levinson (12) sostiene che l'inserimento di un giovane nell'età adulta dipende dall'assolvimento di alcuni compiti, tra cui sono fondamentali l'intraprendere una carriera lavorativa ed il definire un "sogno" sulla propria realizzazione da adulto.
"Il Sogno - egli scrive - nella sua forma primordiale è un vago senso di sé-nel-mondo (adulto). Esso possiede la qualità di una visione, una possibilità immaginaria che genera eccitazione e vitalità".
Il sogno per l'adolescente è come una "stella polare" che, fornendo una "direzione" alla propria esistenza, ispira e fornisce energia motivazionale all'attività presente. Sostiene Levinson che "la crescita di un giovane dipende in buona parte dal fatto che la struttura della prima parte della sua vita sia conforme al Sogno, e pervasa da esso.
I sogni degli adolescenti, compresi quelli a carattere professionale, sono soggetti a trasformarsi e tendono, con lo sviluppo, a tradursi in un progetto di vita: essi rimangono comunque indispensabili poiché, se vengono a mancare, con essi "scompariranno ogni senso di vitalità e di intenzionalità".
Ciò può avvenire per mancanza di opportunità, per tratti individuali come il senso di colpa, la passività o perché richiede talenti particolari, ma anche perché i genitori non lo assecondano.
Larocca descrive il rischio che la famiglia si chiuda in se stessa ed approfitti del deficit del figlio invocando la pubblica assistenza oppure, se ne ha i mezzi, si isoli "in una torre d'avorio, soprattutto dopo che, superato l'obbligo scolastico, non si trova alcun'altra modalità di aiutare il soggetto che quella di tenerlo in casa sotto tutela di qualche governante" (13).
Oltre ad un atteggiamento di fondo aperto alla costruzione di un futuro per il figlio handicappato, il ruolo dei genitori all'educazione al lavoro si concretizza nello sviluppo di una serie di disposizioni pre-professionali che in questa sede possiamo solo accennare a grandi linee: capacità di comunicare ed ascoltare, in modo da creare le condizioni per l'integrazione nel "mondo dei normodotati" (14); capacità di orientarsi, ovvero di indirizzare le aspirazioni personali sulla base degli elementi di realtà raccolti dall'esperienza; capacità di affrontare le difficoltà ed a tollerare le frustrazioni; capacità di riconoscere e rispettare le regole; resistenza alla fatica fisica, cognitiva e psichica.
Il contributo della scuola
Ai fini dell'inserimento lavorativo la scuola, nella sua duplice veste di ambiente di socializzazione e di apprendimento, ha un ruolo fondamentale come la famiglia.
Con la frequenza scolastica il bambino diversamente abile perfeziona la socializzazione primaria ed inizia una sorta di "socializzazione anticipatoria" al lavoro attraverso l'avvicinamento progressivo al gruppo dove spera di venire accolto. A scuola egli sperimenta direttamente il "peso" della propria diversità; le situazioni in cui il proprio deficit diventa motivo di esclusione e di discriminazione; il sapore "agrodolce" della tolleranza ed i percorsi non lineari della piena integrazione.
Dal canto suo, l'istituzione scolastica è investita dalle istanze poste dalle molteplici diversità dei propri alunni. Sul piano pedagogico, la sfida consiste nell'"attribuire un eguale valore alle diversità" (15), ricercando in sede progettuale e programmatica le soluzioni didattiche ed organizzative che meglio perseguono l'integrazione di coloro che sono svantaggiati in partenza.
A questo riguardo la riforma della scuola ha un peso rilevante: l'autonomia chiama inesorabilmente gli istituti alle proprie precise responsabilità mentre la riforma del sistema scolastico offrirà una fase più articolata di orientamento, riconoscendo agli alunni la capacità di scelta e la responsabilità del proprio progetto di vita (16).
Due brevi incisi: per il soggetto con deficit l'orientamento potrebbe essere enormemente arricchito da "esperienze in situazione", nelle quali egli possa provare le proprie attitudini prima di decidere il percorso formativo superiore. Contemporaneamente gli insegnanti dovrebbero adottare l'osservazione sistematica come strumento necessario per una progettazione pedagogica effettivamente a misura del singolo allievo, in grado di guidarlo nell'esplicazione di tutte le sue potenzialità, comprese quelle professionali.
A livello degli apprendimenti, la scuola educa al lavoro quando approfondisce quelle conoscenze e capacità che costituiscono una sorta di "dotazione di partenza": flessibilità cognitiva, per essere in grado di superare le "fissità funzionali" e di generalizzare gli apprendimenti; capacità di concentrazione su di un compito per un lungo periodo; riconoscimento di gerarchie e di diverse modalità relazionali; capacità di riconoscere limiti alle azioni competitive; adattamento a norme e valori propri dell'ambiente; adeguamento ad obiettivi comuni; tolleranza a frustrazioni, insuccessi, critiche.
La formazione professionale
Fino a poco tempo fa, nell'inserimento lavorativo delle persone svantaggiate, si tendeva a sottolineare unicamente gli aspetti di socializzazione, trascurando invece quelle che potremo definire "condizioni interne" per poter accedere al posto di lavoro: tra tutte il possesso di competenze professionali, anche specifiche, coerenti con la domanda di mercato.
Oggi vi è sempre più la consapevolezza che il mondo del lavoro apre le porte solo a persone in grado di essere effettivamente produttive, pur nella loro "diversa abilità"; altrimenti si ricade nelle logiche del sistema assistenzialistico, che molto difficilmente mettono la persona nelle condizioni di realizzarsi in ambito lavorativo.
Ecco la necessità della formazione professionale, oggi prescritta a tutti fino alla maggiore età (17). Dopo l'obbligo scolastico, infatti, i giovani devono assolvere all'obbligo formativo, che termina a 18 anni. Compiuto il 15° anno essi hanno tre possibilità: 1) proseguire gli studi nella scuola secondaria superiore per ottenere il diploma; 2) iscriversi alla formazione professionale regionale per ottenere una qualifica; 3) essere assunti con contratto di apprendistato, con 240 ore di formazione l'anno.
Lo scopo del provvedimento è sviluppare negli adolescenti, oltre all'autonomia personale ed alle capacità relazionali, tutte le abilità professionali, senza disdegnare quelle di tipo manuale.
Per un disabile le possibilità di acquisire una formazione specifica sono oggi molteplici: corsi biennali o triennali nei Centri di Formazione Professionale; corsi regionali brevi; corsi mirati all'inserimento lavorativo finanziati dal Fondo Sociale Europeo; formazione in situazione; soggiorni-lavoro; borse-lavoro.Tali possibilità formative sono di norma completamente gratuite, alcune prevedono anche una quota a favore dei partecipanti, sulla base della frequenza.
In linea generale, sono preferibili i percorsi formativi offerti in situazione di integrazione sociale e scolastica con compagni "normodotati" e quelli a più lunga durata poiché permettono meglio l'elaborazione del ruolo professionale. Da più parti, infatti, si sostiene che tutti i progetti messi a punto per la formazione al lavoro dovrebbero essere centrati, prima ancora che su una preparazione specifica, sulla progressiva assunzione di un "professional self", cioè di un'identità legata al ruolo lavorativo.
La transizione dalla scuola al lavoro
Troppo poco ancora ci si sofferma a considerare l'importanza della fase transitoria che porta un giovane dalla scuola al lavoro.
L'uscita dalla formazione è indubbiamente un momento critico poiché vengono meno i rinforzi sociali e le cure tipiche di un ambiente "protetto". Si propone una situazione di "iniziazione" in cui avviene un confronto inevitabile fra la concezione del lavoro e della professionalità presente in una determinata organizzazione economico-produttiva e l'immagine del sé lavorativo costruitasi nel giovane.
Il passaggio è particolarmente delicato sul piano psicologico, in quanto le nuove modalità di relazione ed il ruolo occupazionale assunto facilmente diventano una conferma della propria identità personale e sociale. In molti casi potrebbe essere opportuna l'introduzione di uno "status transitivo" tra quello di studente e quello di lavoratore, che permetta al giovane l'evoluzione necessaria senza traumi.
Cambiando prospettiva, si consideri quanto può essere difficile per le aziende l'inserimento di un lavoratore affetto da deficit: piccole e medie imprese hanno spesso bisogno di essere "educate" alla presenza di una persona diversamente abile, comprendendo che essa può contribuire alla crescita dell'azienda. Secondo Larocca si tratta di un passaggio cruciale, senza il quale si rischia di "perpetrare il fenomeno della schiavitù" (18). E' necessario che la persona debole non sia costretta alla ripetizione di mansioni fine a se stesse, ma vi si offra occasione per l'esercizio della propria intelligenza, qualsiasi essa sia, in modo che il suo lavoro, quand'anche fosse manuale, diventi espressione della propria originale creatività. Allo stesso modo è importante che i compiti lavorativi assegnati, pur se circoscritti e parziali, siano davvero significativi ed utili all'azienda.
In considerazione di tutti questi aspetti, assumono particolare importanza le strategie formative finalizzate all'orientamento ed alla transizione alla vita attiva.
I periodi di stage o di alternanza scuola\lavoro sono oggi le vie più praticate, ma sono da esplorare anche altre possibilità: forme di tutoring nel primo periodo di avviamento occupazionale, iniziative territoriali di lavoro guidato, corsi prelavorativi, oltre a quelle forme di "mediazione" previste dalla nuova normativa sul lavoro delle persone disabili che analizzeremo nel prossimo paragrafo. E' in questa direzione che da anni operano i Servizi di Inserimento Lavorativo delle ASL, svolgendo una vera e propria una funzione "ponte" tra scuola e lavoro.
In definitiva, sul piano educativo, nel passaggio dalla scuola all'impiego è auspicabile un ampliamento dell'area "protetta" o della "mediazione", a beneficio sia del lavoratore sia dell'azienda.

