- Categoria: Studi e articoli sulla disabilità
La prospettiva lavorativa nell'educazione delle persone diversamente abili - Il lavoro come valore
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Oltre gli stereotipi, il lavoro come valore
Le componenti valoriali del fare vengono messe meglio in luce dalla riflessione pedagogica.
Partiamo da una disamina del concetto stesso cui facciamo riferimento: cos'è il lavoro?
Nella sua accezione più immediata, il lavoro è un'attività necessaria alla sussistenza. Lavorare per vivere dunque, contro le tentazioni della società consumistica che spinge a vivere per lavorare. Ma si intravede un significato ulteriore: quello del "lavorare per essere in pienezza".
E' la dimensione antropologica del lavoro, che si rifà esplicitamente al personalismo: "l'uomo è essenzialmente artefice, creatore di forme, facitore di opere (...) la natura dell'uomo è l'operare" scriveva Mounier (4).
A ben pensare, infatti, per molti versi "noi siamo ciò che facciamo", ovvero il lavoro è momento fondamentale nel processo di autorealizzazione. In senso generale, essa si compie "mediante la soddisfazione di potenzialità la cui mancata attuazione implica uno stato di indigenza nel soggetto" (5).
Nella psicologia umanistica, il lavoro viene direttamente correlato con la tensione personale al soddisfacimento di bisogni di grado sempre più elevato sino all'obiettivo finale dell'autorealizzazione personale. Si stabilisce una continuità, a partire dal soddisfacimento dei bisogni fisiologici di sussistenza, attraverso stadi interconnessi e sovrapponibili, quali la acquisizione della sicurezza, l'associarsi con gli altri, il definirsi di una stabile identità sociale, sino a giungere ad "essere ciò che si può essere".
In pratica con l'accesso ad un'occupazione si riconosce a tutti, e quindi anche alla persona con handicap, non solo il diritto alla sopravvivenza, ma anche alla realizzazione di sé.
Queste considerazioni ci introducono a quella che potremo definire la dimensione psicologica del lavoro: esso ha, infatti, una parte fondamentale nel processo di costruzione della propria identità.
Erikson ha chiarito come il problema della definizione dell'identità personale sia il più importante durante l'adolescenza (6). Il giovane si interroga: "chi sono io? Con questo aspetto, con il mio handicap, chi sono io?". Ebbene, l'assunzione di un ruolo lavorativo è contributo spesso decisivo al problema dell'identità, poiché, appunto, io sono quello che faccio.
Non si tratta di una maturazione che avviene in situazioni di isolamento, ma richiede una relazione dialogica con l’altro (7). E' una condizione che il lavoro può soddisfare: la maggior parte delle professioni infatti comporta l'"essere insieme con qualcuno per fare qualcosa".
La dimensione sociale del lavoro non è un fatto né scontato né facile; Sarchielli (8) parla addirittura di "socializzazione secondaria", riferendosi a quel processo continuo di acquisizione di conoscenze, capacità, valori, motivazioni necessarie per divenire membro a pieno titolo di un'organizzazione lavorativa; essa è un microcosmo culturale, come lo definì Hessen (9), nel quale vi sono inclusi la complessità dei rapporti umani e sociali che vi si realizzano, una sorta di "lavoro sociale" fatto di relazioni sindacali, di strutture di mutua assistenza ecc.
Da un punto di vista pedagogico, il lavoro va colto dunque come momento fondamentale di integrazione sociale.
Il lavoro per la persona diversamente abile
L'asserzione "noi siamo quello che facciamo" è tanto più vera in presenza di handicap.
"L'importanza dell'attività lavorativa per l'handicappato - scrive Montobbio - è evidente a tutti (...); infatti il lavoro rappresenta non solo lo strumento essenziale dell'autosufficienza ed il tramite primario della socializzazione, ma anche l'elemento fondamentale della realizzazione di se stessi, della risoluzione delle problematiche dell'autostima e dell'identità.
L'avvio di una attività produttiva, il recupero di una vita in comune, determinano per il giovane handicappato le occasioni per un inserimento più generale nel contesto sociale e costituiscono un elemento importante al fine della sua crescita psicologica e relazionale.
Il lavoro rappresenta inoltre la logica conclusione di tutta l'attività di inserimento, socializzazione e riabilitazione svolta nelle età precedenti" (10).
Il lavoro per l'handicappato ha dunque una valenza educativa globale, che diventa anzi "falsificazione" -in senso popperiano- dell'educazione precedente, decretandone senza appello la bontà o il suo fallimento. In altre parole, se la persona è stata educata secondo un progetto pedagogico volto a potenziare le abilità e la massima autonomia, egli dovrà esser pronto dopo gli anni della scolarità, salvo gravissimi impedimenti di natura organica o funzionale, all'inserimento lavorativo.
Montobbio sottolinea anche la funzione riabilitativa del lavoro poiché opera un'assegnazione di ruolo. Ciascuno di noi abitualmente usa farsi riconoscere nelle relazioni quotidiane mediante i propri estremi anagrafici e\o attraverso la propria professione: il disabile che lavora ha la possibilità di essere identificato per il ruolo che svolge e non unicamente per gli impedimenti che presenta. In altre parole, "quello che si fa" integra "quello che si è" nei rapporti con gli altri ed il ruolo lavorativo può rappresentare, per un giovane affetto da deficit, un modo prezioso per entrare nel mondo dei grandi riscattando, in tutto o in parte, la propria situazione di handicap. Il ruolo è dunque un grande fattore di mediazione sociale.

