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  • Categoria: Devianze e Carcere

Piccoli criminali. Una riflessione sulla devianza minorile - Piccoli criminali da sempre

 

Piccoli criminali da sempre

La tentazione (o la cattiva abitudine) di affermare che la fanciullezza del passato non fosse macchiata da crimine alcuno, o che lo fosse molto meno, trova una smentita al cospetto di alcune considerazioni. L'immagine di una fanciullezza innocente deve arretrare di fronte a molteplici testimonianze di furori bambineschi.
Un primo e autorevole rappresentante della visione del fanciullo malvagio è Thomas Hobbes (Leviathan, 1651): "I bambini, se non si dà loro ciò che vogliono, strillano, fanno i capricci, picchiano magari i genitori stessi". Certo non possono ancora considerarsi colpevoli né cattivi, almeno finché non saranno dotati dell'uso della ragione e della parola. Prima che questo avvenga vivono in una condizione a-morale, comunque ben lontana dalla condizione fanciullescamente e naturalmente innocente. E se Hobbes può essere "sospettato" di una visione pessimistica dell'essere umano, vi sono altri sostenitori insospettabili.
Agostino considera un'illusione l'innocenza dei bambini (Confessioni, 397-401): "Io ho visto e conosciuto bene un bambino geloso: non parlava e già guardava livido, con occhi torvi, il suo fratello di latte". E Jean de la Bruyère scrive (I Caratteri, 1688): "i bambini sono alteri, sdegnosi, irascibili, invidiosi, curiosi, interessati, pigri, volubili, timidi, intemperanti, mentitori, dissimulatori; ridono e piangono con facilità; provano gioie smodate e amare afflizioni per cose di poco momento; non vogliono sopportare il male e amano farlo; sono già degli uomini".
Molte croniche storiche descrivono crudeltà difficilmente immaginabili come appartenenti ai bambini della nostra epoca: era frequentemente riconosciuto ai fanciulli, ad esempio, la funzione di straziare i corpi dei giustiziati; tra il Quattrocento e il Settecento veniva concesso ampio spazio ai bambini nelle denunce di stregoneria, fu loro affidato un ruolo nello sterminio degli Ugonotti. Girolamo Savonarola aveva cercato di trasformare la violenza dilagante e cieca dei bambini in uno strumento di persecuzione e punizione di sodomiti, giocatori, tavernieri; di renderli angeli vendicatori della immoralità pubblica. Il suo piano fallisce e nel 1498 il suo cadavere viene lapidato dai fanciulli. Insomma, chi sono in realtà i bambini, creature celestialmente amorali o nani cattivi?
Un celebre romanzo descrive la natura infernale propria dell'uomo, bambini inclusi (William Golding, Il Signore delle Mosche, 1954). Come è noto, sono proprio bambini satanici i protagonisti di questa vicenda: sopravvissuti a un incidente aereo, abbandonati su un'isola tropicale, i piccoli tentano di dare vita ad una società organizzata e democratica. Presto però le tensioni all'interno del gruppo esplodono e ogni possibile regola di convivenza viene violata e stravolta, fino alle più drammatiche conseguenze.

Riprese a gesticolare. "È stata una disgrazia."
"Tu non hai visto che cosa gli hanno fatto…"
"Senti, Ralph. Non dobbiamo pensarci più. Non serve a niente pensarci ancora, capisci?"
"Io ho paura. Ho paura di noi. Voglio tornare a casa. O Dio, voglio tornare a casa!".

È come se, nel libro di Golding, l'amoralità insita nel comportamento dei bambini fosse causata dall'apparente ritorno ad un'età primordiale e, al contempo, dall'irrompere nella scena del reale di una dimensione violenta e fantastica, che porta i bambini a rifluire verso un'originaria assenza di ruoli e responsabilità. La violenza appare allora come conseguenza di questo vuoto, scaturita da un'assenza della legge che rende le azioni dei bambini atti inevitabili, improvvisi ed irresponsabili come stupefacenti manifestazioni dell'istinto allo stato puro. Quello che accade nel libro non è il ritorno ad una condizione di natura ma è ascendere ad una realtà mitica, il divenire realtà di una condizione immaginaria antecedente alla natura stessa. La violenza dei bambini sembra scaturire dalla loro volontà di riempire quest'assenza di ruoli e responsabilità e far sì che essa diventi la storia umana del loro divenire adulti, compiendo atti adulti, sebbene da adulti criminali. Ci sembra allora di comprendere che l'essere bambino non è una realtà "assoluta" ma una condizione che si vive solo con la contemporanea presenza di adulti e, dunque, conseguente al nostro essere adulti davanti ai bambini. I fanciulli di Golding, soli in balia di loro stessi, si trovano in un vuoto morale che soltanto la presenza dell'adulto e delle sue leggi avrebbero potuto colmare. Di conseguenza essi inventano una legge in luogo di quella che aveva fatto naufragio nelle loro coscienze: attribuiscono un significato nuovo alle loro azioni e, nello sfuggire al ricordo della legge da cui provengono, non possono che crearne un'altra, attraverso il sangue e la violenza, che è la vera radice di ogni legge umana. Fondano così un nuovo codice di comportamento, una nuova moralità. Nel diventare, in assenza di adulti, dei legislatori, diventano loro stessi "adulti".

Il male come caratteristica fondamentale e radicata nell'uomo, a partire dalla fanciullezza, è l'altro grande filone teorico che si oppone a quello che sostiene la natura umana intrinsecamente buona. Scrive Darwin: "L'estremo piacere che i bambini manifestano nella cattiveria con cui tormentano altri bambini mostra che la compassione si fonda, come sostiene Burke, sul piacere di contemplare le disgrazie altrui. Le bizze violente in cui si gettano i bambini piccoli mostrano come questo sia davvero un sentimento istintivo" (Charles Darwin, L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli altri animali, Taccuini M e N, Profilo di un bambino, 1872).
Freud descrive lo sviluppo ontogenetico dell'uomo come un cammino che ha origine da un piccolo perverso polimorfo: il bambino.