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Per una pedagogia della devianza - Quarta parte

La devianza come differenza

Da un punto di vista pedagogico, oggi si preferisce concettualizzare la devianza come differenza, nella misura in cui la natura umana si presenta in forme infinitamente plurali, aperta all’educabilità, alla trasformazione e all’integrazione.

“Non una natura deviante, ma una natura umana declinata singolarmente, tante volte quanti sono gli appartenenti alla specie umana”14: in questa varietà di forme, compromessa fin dal suo sorgere da rilevanti vincoli di ordine culturale (ad esempio il conformismo omologante proposto da certe mode, slogan e programmi televisivi e/o la povertà delle risorse, delle competenze e delle responsabilità educative) e materiale (ad esempio la carenza di risorse economiche, strumentali, esperienziali, familiari ed ambientali), riscontriamo esiti di socializzazione incoerenti, inadeguati rispetto a quelli preventivati, devianti rispetto agli obiettivi dell’integrazione e della coesione sociale15.

Per tali ragioni la devianza si delinea sullo sfondo di un contesto sociale storicamente definito in cui tutto è stabilito: processi educativi e di socializzazione che hanno generato pensieri, azioni e condotte di difficile inquadramento o integrazione sociale, pur nella variabilità interna e nella complessità che contrassegna il vivere quotidiano.

Secondo Piero Bertolini, la devianza è quel “comportamento per il quale un individuo o un gruppo viola le norme sociali in una direzione disapprovata dalla comunità e con una intensità tale da superare il limite di tolleranza della comunità stessa. È da chiarire che si parla di un comportamento deviante non solo quando esso si oppone alle norme del codice vero e proprio, ma anche quando esce dal quadro di riferimento culturale della società in cui l’individuo o il gruppo vive. Ecco perché il concetto di deviante va correlato non solo con le leggi ufficialmente codificate dalla società ma anche al complesso di convincimenti morali, costumi, idealità, valori che caratterizzano l’orientamento esistenziale di quella società”16.

 

Una pedagogia del soggetto

Il primato delle scienze positive ha determinato anche nel campo della pedagogia della marginalità e della devianza una visione deterministica, causale e eziologica, spesso perdendo di vista la necessità di osservare e studiare quest’ambito attraverso una lente multifocale. Per questo gli studi e le ricerche italiane, a partire dagli anni Ottanta, hanno sostenuto “l’inevitabilità di un approccio epistemologico capace di restituire i livelli di complessità e di intreccio che sui diversi piani caratterizzano i fenomeni devianti, ponendo attenzione, per un verso, alle continue sovrapposizioni tra le componenti soggettive e quelle sociali, economiche e culturali, per un altro verso, al sistema di rapporti e relazioni di tipo comunicativo tra soggetti che producono devianza e soggetti che producono controllo sociale”17. L’obiettivo è di rimettere al centro il soggetto deviante, non come oggetto di studi scientifici, che ne sanciscano la dimensione patologica, e nemmeno come elemento passivo e frutto di norme socioculturali, ma come soggetto attivo che prende parte ad un contesto comunicativo che prevede intenzionalità e circolarità interazionale18.

La cura educativa del soggetto deviante si impernia sulla responsabilità, che è conquista di fiducia di base e di autonomia: si tratta di fattori necessari per affrontare positivamente fragilità personali, deprivazione sociale ed affettiva, condizionamento culturale, carenze ed abbandoni istituzionali.

In definitiva, la pedagogia della devianza si innesta dunque su quel bisogno di formazione della persona nella sua interezza, come bildung, ovvero come “possibilità dell’essere umano di divenire se stesso”19.

 


Note:

1 Cfr. Milani L., Devianza minorile. Interazione tra giustizia e problematiche educative, Vita e Pensiero, Milano, 1995, pp. 179-182.

2 Ivi, p. 182.

3 Barone P., Pedagogia della marginalità e della devianza. Modelli teorici e specificità minorile, Guerini, Milano, 2001, p. 82.

4 Ibidem.

5 Cft. Dewey J., Democrazia e educazione, La Nuova Italia, Firenze, 1974.

6 Freire P., La pedagogia degli oppressi, Mondadori, Milano, 1971; L’educazione come pratica della libertà, Mondadori, Milano 1973.

7 Cft. Illich I., Descolarizzare la società, Mondadori, Milano, 1972.

8 Cfr. Milani L., Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1996.

9 Barone P., op. cit., p. 84.

10 Con Legge Basaglia si intende la legge italiana numero 180 del 13 maggio 1978, "Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori". Alla legge ci si riferisce comunemente ricordando il nome di Franco Basaglia (psichiatra e promotore della riforma psichiatrica in Italia). Basaglia si impegnò nel compito di riformare l'organizzazione dell'assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale, proponendo un superamento della logica manicomiale. La Legge 180 è la prima ed unica legge quadro che impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici.

11 Cfr. Milani L., op. cit., p. 187.

12 Barone P., op. cit., p. 85.

13 Ibidem.

14 Ricci G. F., Resico D. (a cura di), Pedagogia della devianza, Fondamenti, ambiti, interventi, Franco Angeli, Milano, 2010, p. 16.

15 Ibidem.

16 Bertolini P., Dizionario di pedagogia e di scienze dell’educazione, Zanichelli, Bologna, 1996, p. 137.

17 Ivi, p. 78.

18 Cfr. De Leo G., La devianza minorile. Il dibattito teorico, le ricerche, i nuovi modelli di trattamento, Carocci, Roma, 1998.

19 Iori V., Nei sentieri dell’esistere. Spazio, tempo, corpo nei processi formativi, Erickson, Trento, 2006, p. 18.


Autore: Angela Di Lalla, laureata in Scienze dell'educazione e della formazione presso l'Università di Chieti.
Studia Scienze pedagogiche e Progettazione educativa presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Foggia.


copyright © Educare.it - Anno XII, N. 9, agosto 2012