- Categoria: Devianze e Carcere
- Scritto da Angela Di Lalla
Per una pedagogia della devianza - Terza parte
Article Index
La rottura praticata attraverso la descolarizzazione produce effetti interessanti nel ripensamento delle pratiche delle altre agenzie e degli altri ambienti educativi, coinvolgendo nella critica antirepressiva e antistituzionale quegli stessi luoghi preposti alla “rieducazione” dei minori devianti e dei soggetti diversi in generale. “Una analisi critica che assume nel corso degli anni Settanta, sulla scorta dei movimenti politico-culturali che nascono e si sviluppano in questa fase storica, una funzione di profondo rinnovamento culturale e sociale che nel volgere di un decennio determina conseguenze di radicale trasformazione nel campo dei saperi e degli interventi relativi alla marginalità e alla devianza”9.
Un ruolo decisivo nel processo di cambiamento operato in questi anni è da assegnare all’antipsichiatria che ha duramente criticato le strutture chiuse, che per loro stessa natura non erano adatte ad interventi rieducativi e a progetti di promozione del soggetto nel mondo.
Un punto di svolta per l’apertura sociale e territoriale delle istituzioni deputate al trattamento dei soggetti devianti si ha con le ricerche di E. Goffman negli Stati Uniti, con M. Mannoni in Francia e in Italia con Basaglia10.
In questa fase di restaurazione della pedagogia, cominciato negli anni Cinquanta e protrattosi per i due decenni successivi, l’intervento nei confronti del minore deviante perde il significato di rieducazione coattiva per dare spazio al concetto di prevenzione territoriale e del “ripristino del processo educativo mancato o interrotto”11. È nel 1977, che con il DPR n. 616, si concretizza la necessità di affiancare gli Enti Locali alle autorità giudiziarie minorili, in materia di intervento e di assistenza a favore dei minori soggetti ad azioni penali, accelerando il processo di decarcerizzazione e di presa in carico educativa degli stessi.
“È evidente che una tale trasformazione culturale costituisce l’esito di un processo complessivo che ha attraversato in profondità il tessuto sociale, determinando la necessità di ripensare tanto le funzioni quando il mandato pedagogico degli istituti tradizionali che operavano nel campo della devianza minorile”12. Questa processualità ha, inoltre, condotto ad una ridefinizione dell’educatore non più esclusivamente legato all’istituzione scuola ma professionista dell’ambito socio-assistenziale. “(…) è a cominciare da qui che l’educatore è venuto sempre più legittimandosi in qualità di figura professionale imprescindibile e centrale nella possibilità di produrre cambiamenti e operare efficacemente, dal punto di vista pedagogico, con i minori difficili, diventando il connettore teorico-pratico capace di predisporre le condizioni di mediazione e di elaborazione educativa necessarie per qualsiasi progetto di promozione e rieducazione dei soggetti irregolari”13 dando vita ad una nuova visione anche nel campo della devianza e di quella minorile in particolare.

