- Categoria: Devianze e Carcere
- Scritto da Angela Di Lalla
Per una pedagogia della devianza - Seconda parte
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Intorno alla metà degli anni Settanta assumono rilievo teorico quelle prospettive che, nella loro applicazione al campo della devianza minorile, lasciano emergere la necessità di una rottura teorico-pratica in grado di riformulare le problematiche connesse alle condotte irregolari a partire da un punto di vista esplicitamente pedagogico. Cambia perciò la visione del disagio, della marginalità e del disadattamento del minore, il sistema sociale non è più detentore di verità oggettive a cui il soggetto deve conformarsi: ora il soggetto è identità da promuovere. La rottura è messa in pratica a partire da prospettive culturali e ideali che rendono la pedagogia consapevole della necessità della valorizzazione del soggetto attraverso l’azione educativa, e nel caso della devianza rieducativa, di rendere attivi i soggetti nei processi formativi, di ripensare al concetto di diversità e al confronto tra diverse visioni del mondo. Tale processo in Italia avviene nel corso degli anni Sessanta sulla base della convinzione che le istituzioni preposte fossero di natura ideologica e autoritaria e manchevoli di proposte alternative, anche se spesso utopiche.
La fa da protagonista l’attivismo deweyano che esprime la connessione circolare tra soggetto, ambiente e azione educativa possibile solo attraverso l’esperienza attiva che permette di mettere al centro la relazione educativa come contesto principe di una progettazione pedagogica che punti all’emancipazione dell’uomo e della società democratica5. Le tesi sull’emancipazione dei soggetti nella società sostenute dal pensiero di Marx riguardo all’alienazione dell’uomo nella società capitalistica, danno nuova linfa alle teorie pedagogiche degli anni sessanta-settanta. La critica è rivolta agli apparati e alle istituzioni educative del tempo, chiuse, oppressive, repressive, autoritarie e fortemente ideologiche. È sull’onda di questo movimento complessivo che investe insieme ai più svariati ambiti sociali anche quello relativo all’intervento sui minori in difficoltà, che le nuove proposte pedagogiche assumono particolare significato e rilevanza.
Sempre in riferimento a questi anni non va dimenticato Paulo Freire6, pedagogista brasiliano, la cui riflessione riguardante la pedagogia degli oppressi ha lungamente e profondamente segnato la cultura di quegli anni. La pedagogia degli oppressi nasce nell’ambito specifico di povertà e di sfruttamento delle nazioni sud-americane, con l’intento di rendere la pratica pedagogica capace di costruire la consapevolezza delle contraddizioni e dell’ingiustizia sociale che regnava in quei territori, rinnovando allo stesso tempo la teoria pedagogica e orientandola verso il disagio socio-culturale. Il contributo di Freire ha dato un determinante impulso alla definizione dell’intervento educativo verso i soggetti deboli e marginali, stabilendo la necessità di una riflessione di ordine pedagogico che mettesse in luce l’intreccio tra condizioni socio-economiche, povertà culturale e disagio sociale, in cui l’educazione assume una funzione fondamentale nel delineare le possibilità di emancipazione delle classi dei marginali dalle condizioni di sfruttamento e di subordinazione del potere.
Nello stesso periodo si deve tener conto dell’impatto determinato dal testo di Ivan Illich7, Descolarizzare la società, che denunciava il ruolo totalizzante della scuola in favore di una democratizzazione della società, a partire dallo smascheramento del potere ideologico connesso alla pervasività del principio della scolarizzazione in ogni ambito sociale. La scuola deve organizzare un apprendimento diffuso in diversi ambiti e momenti della vita sociale e deve avere come scopo la formazione umana e sociale di ogni uomo.
Si tratta di posizioni ideali che già Don Milani, con l'esperienza della scuola di Barbiana, aveva affermato e cominciato a tradurre in pratica negli anni sessanta8.

