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Per una pedagogia della devianza

La necessità di uno specifico paradigma pedagogico per affrontare il tema della devianza, e di quella minorile in particolare, si evince a partire dal Novecento, quando si realizzano fondamentali sviluppi legislativi e nuove modalità di intervento sociale. Tale evoluzione è frutto della rottura esercitata dalle nuove teorie pedagogiche che hanno portato ad uno “svecchiamento” dell’educazione, liberandola di quei contenuti ideologici e moralistici che per secoli ne hanno segnato la storia.

E' grazie a tutto ciò se oggi, nell’ambito della devianza, non si sostiene più un pedagogia correttiva ma piuttosto un approccio in grado di promuovere e valorizzare il soggetto-persona nella sua interezza.

Una prospettiva storica

È con l’istituzione del Tribunale per i Minorenni, nel 1934, che viene sancita la peculiarità di una azione legislativa orientata al trattamento del minore, configurandosi integralmente all’interno di un dispositivo di carattere giuridico, con l’esplicita finalità di svolgere interventi penali di ordine repressivo. Va precisato, però, che il Tribunale per i Minorenni nasce sotto la dittatura fascista che dimostra sicuramente attenzione al mondo giovanile, ma allo scopo di controllare e reprimere. Infatti, in quegli anni, si parla ancora di minore traviato, ovvero non rispondente ai valori morali e ai canoni dell’ideologia fascista e perciò fonte di difformità sociale e di pericolo per il controllo del regime. Il minore “traviato” presenta dunque una personalità caratterizzata da una scarsa attitudine morale, è un individuo sostanzialmente corrotto, nei confronti del quale l’azione della società deve essere improntata alla necessità della punizione e della correzione1.

Nel 1956, un provvedimento andò a modificare la legge 1404 del 1934 (istituzione del Tribunale per i Minorenni) e segnò una svolta nel trattamento della devianza minorile, perché cadde la concezione ottocentesca dell’intervento correzionale del minore, dando spazio alle ricerche nel campo delle scienze umane, e in particolare della sociologia e della psicologia, che sottolineavano la connessione tra ambiente sociale e comportamenti devianti. Si parla ora di minore “irregolare nella condotta e nel carattere” che, sul piano culturale, se pure permette di abbandonare una terminologia ideologica e moralistica ormai inutilizzabile, tende a rafforzare il principio della definizione patologica del fenomeno della devianza. Si determina, in tal senso, un significativo passaggio da una connotazione valoriale e morale del minore deviante ad una comprensione di tipo psico-sociale, che fa dell’elemento trasgressivo connesso alle condotte irregolari il “sintomo di una patologia individuale”2.

La trasformazione della concezione del minore deviante ha prodotto diversi effetti pratici, come la nascita di istituzioni speciali in grado di svolgere la funzione rieducativa, fulcro del nuovo trattamento pedagogico rivolto ai minori devianti. Si legittima, perciò, l’idea di realizzare interventi specifici in contesti specifici, separati e differenziati. l’intervento rieducativo è concepito in un’ottica di risocializzazione e di recupero degli aspetti carenti o mancanti del soggetto sulla base di “una prospettiva di reinserimento coattivo nella società”3, partendo dall’accettazione dei valori e delle regole che in essa si esprimono definendo le condizioni di normalità, di fronte alla quale ogni eventuale fallimento è da attribuire più ad una situazione degenerativa del soggetto che ne sanciscono l’irrecuperabilità, che ad una incapacità delle istituzioni nel cogliere la complessità dei fenomeni legati alle condotte devianti4.