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Etnografia in contesti scolastici: prospettive di ricerca tra pedagogia e antropologia

studenti a scuolaGli studi di matrice etnografica sul mondo della scuola hanno avuto uno sviluppo particolarmente forte negli ultimi anni, seguendo le tracce di una disciplina, l’antropologia dell’educazione, che è andata assumendo una propria definizione anche a livello accademico.
In questo articolo si intende delineare alcune piste di ricerca a partire dalle posizioni di autori che hanno aperto significative connessioni tra antropologia e pedagogia.

Nel recente volume di Alessandro Simonicca, Antropologia dei mondi della scuola. Questioni di metodo ed esperienze etnografiche, sono presentati i risultati di una osservazione condotta negli anni 2004/2005 presso la Scuola Elementare “Gaetano Pieraccini” del comune di Poggibonsi (SI).

Durante la ricerca è emerso il disagio degli insegnanti rispetto ad una scuola che cambia all’interno di una società in evoluzione, disagio che tende ad essere sempre più marcato a causa delle politiche educative a livello nazionale. Attraverso il suo studio, Simonicca afferma l’idea che il comportamento in classe consiste in un tessuto di micropratiche sociali molto complesse, che sfuggono spesso alla consapevolezza dei loro stessi soggetti (insegnanti inclusi) ma che possono essere descritte attraverso l’osservazione partecipante. “Ecco allora l’utilità di una ricerca apparentemente così esterna agli strumenti pedagogici più classici. É sul piano dell’etnografia, e non solo della pedagogia e della psicologia, che si possono comprendere le dinamiche relazionali e la vita sociale all’interno della classe. Senza voler negare macro-cause di carattere più generale, l’indisciplina e l’impossibilità di gestire un gruppo di alunni appaiono in questa prospettiva come legate a un contesto comunicativo sbagliato; come conseguenze di microdinamiche relazionali che sfuggono alla comprensione e alla buona pratica dell’insegnante”[1], afferma Fabio Dei, docente di Antropologia Culturale presso l’Università degli studi di Pisa.

Si lega a questa riflessione la necessità di sviluppare connessioni interdisciplinari tra pedagogia e antropologia alla ricerca di “spazi dell’incontro”, come sostiene Matilde Callari Galli, in uno sguardo che trascende l’orizzonte scolastico. “In una società quale l’attuale, gravida di tensioni crescenti, essere educati al dialogo, al confronto - e quindi all’ascolto- diviene sempre più necessario; perchè senza questa capacità, senza questa volontà, noi condanniamo le future generazioni alla conflittualità permanente, alla lotta e alla violenza, forse a divenire le protagoniste della distruzione del nostro pianeta”[2].
“In Italia in particolare, - commenta Francesca Gobbo - non pochi antropologi hanno risposto alle questioni che educatori e pedagogisti ponevano loro su concetti e temi centrali dell’antropologia, improvvisamente divenuti pertinenti al lavoro quotidinano nella scuola e all’elaborazione della prospettiva interculturale: tenendo conto di tali esigenze sono stati dunque riesaminati i rapporti che in vario modo legano l’antropologia culturale all’educazione, il significato di differenza culturale e il discorso che su di essa gli antropologi hanno condotto nel tempo, il problema dell’identità in un contesto di pluralismo culturale ed etnico”[3].


La scuola come discorso

Le reciproche contaminazioni tra antropologia e pedagogia aprono dunque al ricercatore in ambito scolastico molteplici questioni di interesse, intorno ai vasti temi dell’identità, del potere, della cultura dominante, del ruolo delle minoranze, dell’inclusione/esclusione delle diversità, dell’intercultura.
Si pensi a quanto la scuola rifletta i discorsi (a livello formale ed informale) e le ritualità degli attori che partecipano alla costruzione della stessa istituzione e dei suoi modelli educativi.
L’analisi di questi elementi in chiave antropologica può avere come obiettivo quello di svelare i meccanismi di costruzione delle differenze tra diversi gruppi sociali che avvengono nel mondo della scuola per renderli accessibili al senso comune.
Gli studi del sociologo francese Pierre Bourdieu vanno in questa direzione. Nella sua analisi egli parla della scuola come di un campo politico dove i meccanismi più sottili ed efficaci del potere non risiedono tanto né in un’azione di persuasione né in un’azione di forza (pur in diverso modo funzionanti), ma essenzialmente nel fatto che impariamo ad applicare all’ordine del mondo strutture mentali che sono generate da quell’ordine stesso. L’ordine sociale si impone tanto più facilmente quanto più il dominio è inavvertito, percepito come naturale. Non riconoscere la violenza come tale porta ad accettarla, anzi a legittimarla. Il conflitto e l’ineguaglianza sociale permeano le modalità di trasmissione dei saperi, tanto da renderli parte della cultura, indivisibili e irriconoscibili poichè intrinsechi ad un tipo di ordine sociale che si perpetua attraverso le sue fonti di trasmissione quali la scuola e le altre istituzioni statali.
L’antropologo Akhil Gupta rileva come lo Stato sia implicato nella “minuta tessitura della vita di ogni giorno”, per cui studiarlo coinvolge l’analisi delle pratiche quotidiane delle burocrazie locali e la costruzione discorsiva dello Stato nella cultura pubblica. Questa riflessione è importante per comprendere che le pratiche discorsive non solo servono a raccontare lo Stato, ma contribuiscono a crearlo.
Anche gli studi di Michel Foucault su “l’ordine del discorso” rappresentano una chiave d’analisi centrale a questo riguardo; secondo il filosofo francese per riflettere sui discorsi all’interno dei quali viene concepito e reso pensabile l’esercizio di particolari pratiche di potere è necessario rendere oggetto d’analisi proprio l’ambito del campo discorsivo. Attraverso l’analisi della sfera discorsiva è, infatti, possibile soffermarsi sulle particolari modalità di osservazione e rappresentazione delle realtà messe in atto da chi fa parte dell’istituzione indagata, in questo caso la scuola.

La necessità di una ricerca

Gli stimoli di riflessione che sono stati finora presentati sono sufficienti per solleticare l’interesse alla ricerca ed all’approfondimento.
E’ necessario favorire e sostenere processi di analisi ed autocritica rispetto ai metodi ed alle tecniche utilizzate a scuola, anche introducendovi dispositivi propri della ricerca antropologica, come l’osservazione partecipante ed interviste dei diversi attori.
Come Simonicca e altri ricercatori hanno mostrato, la scuola può essere analizzata come ambito di vita dei bambini, come parte del loro quotidiano in cui tra i quaderni, i disegni, le attività, si intrecciano pratiche, discorsi, sogni e relazioni affatto neutre, ma capaci di “definire” l’esperienza scolastica fino alle sue manifestazioni formali.
Per gli insegnanti potrebbe non essere facile farsi osservare, ma si tratta probabilmente di far comprendere il valore che deriva dalla “possibilità di guardare se stessi in modo diverso dal solito, attraverso la prospettiva dello sguardo degli altri”[4]. 

 


Note

1) Cfr. DEI, F., A cosa serve l’etnografia in una scuola?, in Simonicca, A., (a cura di) Antropologia dei mondi della scuola. Questioni di metodo ed esperienze etnografiche, CISU, Roma, aprile 2011, pag. 382.
2)  Cfr. CALLARI GALLI, M., Lo spazio dell’incontro, percorsi nella complessità, Meltemi, Roma, 1996, pag. 28.
3)  GOBBO, F., (a cura di), Antropologia dell’educazione. Scuola, cultura, educazione nella società, Unicopli, Milano, 1996, pag. 9.
4)  Cfr. DEI, F., A cosa serve l’etnografia in una scuola?, in Simonicca, A., (a cura di) Antropologia dei mondi della scuola. Questioni di metodo ed esperienze etnografiche, CISU, Roma, aprile 2011, pag. 383.


Bibliografia essenziale

  • SIMONICCA, A., (a cura di) Antropologia dei mondi della scuola. Questioni di metodo ed esperienze etnografiche, CISU, Roma, 2011.
  • CALLARI GALLI, M., Lo spazio dell’incontro, percorsi nella complessità, Meltemi, Roma, 1996.
  • GOBBO, F., (a cura di), Antropologia dell’educazione. Scuola, cultura, educazione nella società, Unicopli, Milano, 1996.
  • CAMBI, F., Intercultura. Fondamenti pedagogici, Roma, Carocci, 2001.
  • MORIN E., Dialogo. L'identità umana e la sfida della convivenza, Milano, Scheiwiller. 2003.
  • CAMBI, F., CAMPANI G., ULIVIERI S. (a cura di). Donne migranti. Verso nuovi percorsi formativi. ETS, Pisa, 2003.

ABSTRACT

Gli studi di matrice etnografica sul mondo della scuola hanno avuto uno sviluppo particolarmente forte negli ultimi anni, seguendo le tracce di una disciplina, l’antropologia dell’educazione, che è andata assumendo una propria definizione anche a livello accademico.
In questo articolo si intende delineare alcune piste di ricerca a partire dalle posizioni di autori che hanno aperto significative connessioni tra antropologia e pedagogia.

Ethnographic studies on the school had a particularly high development in recent years, following the trail of a discipline, anthropology of education, which has been taking its own definition, even at an academic level.
This article will outline some paths of research from positions of authors who have opened significant connections between anthropology and pedagogy.


Autore: Sabina Leoncini, dottoranda in Scienze della Formazione presso l’Università degli Studi di Firenze, si è laureata nel 2008 in Scienze etno-antropologiche presso la stessa Facoltà. Ha poi ottenuto l’anno successivo una borsa di studio da parte del Ministero degli Affari Esteri per specializzarsi alla Rothberg School di Gerusalemme.


copyright © Educare.it - Anno XII, N. 1, dicembre 2011

DOI: 10.4440/201112/leoncini