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Migranti e scuola italiana - Cause delle difficoltà di inserimento

Cause delle difficoltà di inserimento

Le difficoltà di inserimento nella cultura ospite (e di conseguenza la complessità del processo di definizione identitaria) sono di natura diversa:

  • spesso nella famiglia immigrata si parla la lingua del Paese d’origine e se ne conservano le tradizioni, mentre i figli cercano la mimetizzazione con i coetanei italiani;
  • i genitori stranieri svolgono nella maggior parte dei casi lavori considerati “umili”, di cui i figli si vergognano o comunque parlano con ritrosia;
  • la scarsa conoscenza della lingua italiana rallenta il percorso scolastico, rendendo difficoltoso l’inserimento e il successo; le precarie condizioni abitative, in case a volte sovraffollate, non permettono di fare i compiti e studiare, rendendo ancora più difficile colmare il divario; questo a volte implica che fin dall’infanzia gli stranieri restano culturalmente e professionalmente ai margini;
  • a volte la scuola interpreta i ritardi scolastici, legati alla scarsa competenza linguistica, come carenza cognitiva e trasmette questa percezione allo studente, che si convince di essere poco intelligente e quindi naturalmente destinato a professioni umili; di qui l’inutilità di proseguire gli studi e inserirsi invece al più presto nel mondo del lavoro.

Le parole raccolte dalle interviste ad alcuni bambini stranieri possono illustrare in maniera efficace quanto sopra esposto e farci intuire le diverse strategie di integrazione e di definizione identitaria messi in atto:

Elena: “Io non so parlare russo (mentre parla abbassa la testa), non conosco niente della Russia, è tanto tempo che non ci vivo più.”
Said: “Sono nato in un posto che si chiama Sardegna, è della mia mamma, però è come se fossi nato in Egitto: io sono più egiziano che italiano e vorrei vivere là per sempre, ma papà vuole vivere in Italia”.
(Grilli, 2002)

“Io mi sento più italiana per la lingua, un po’ per tutto. I miei amici sono stranieri, cinesi, sudamericani, giapponesi. Sono compagni di scuola. Non ho amici etiopi. Li ho conosciuti solo in Etiopia, ma non parlo bene l’amharico, sì, capisco, … Io però mi sento diversa in famiglia perché penso di avere un’altra cultura, loro sono antichi, hanno riti, vesti, cibo che non mi piace. Io mi sento un po’ invasa dagli etiopi.” 
(M.I.U.R., 2004)

Proprio per questa estrema eterogeneità del processo di inserimento nella cultura ospite e per la difficoltà nella ridefinizione di un sé culturalmente accettabile questa seconda generazione viene spesso definita la generazione del sacrificio, intendendo con questo riferirsi a bambini e ragazzi che, essendo partiti molto giovani dal proprio Paese d’origine o essendo nati in Italia, non hanno potuto interiorizzare le regole, i comportamenti, i ruoli, le rappresentazioni della realtà di cui sono portatori i genitori. Si tratta di bambini che rimangono molto a lungo, spesso per sempre, sospesi fra due mondi.
Ognuno di loro mette in atto strategie differenti di adattamento, che possono andare dall’ostentazione orgogliosa e sciovinista di un sé diverso al mimetismo coatto e incondizionato, passando per (auspicabili) soluzioni intermedie di ricerca di un equilibrio che i genitori faticano a fornire. I ragazzi della seconda generazione, nella maggior parte dei casi, non dispongono in pieno degli strumenti interpretativi di nessuna delle due (o più) culture di appartenenza e un chiaro indicatore di questa carenza è l’imperfetta padronanza linguistica, che spesso raggiunge buoni livelli per quanto riguarda le competenze di tipo B.I.C.S., ma difficilmente raggiunge la soglia C.A.L.P.  (Cummins, 2000).