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Migranti e scuola italiana - Bambini stranieri: quale definizione?

Bambini stranieri: quale definizione?

Spesso mi sembra che si entri in contatto con l’immigrato
come se fosse nato dopo la partenza
con lo sguardo rivolto in avanti
e con l’aspettativa della costruzione di una nuova vita.
Il migrante, invece, arriva con lo sguardo indietro
verso ciò che ha lasciato.
In questo modo, migrante e nativo, al momento dell’incontro,
si volgono metaforicamente le spalle.
(C. Edelstein)

Se chiedete ad un gruppo di persone di scrivere su un foglio una definizione della parola “straniero” e provate poi, tramite negoziazioni successive, a giungere ad un’unica definizione vi accorgerete di aver dato inizio ad un processo che rischia di non generare mai un prodotto condiviso da tutti (ma che sicuramente ha messo in discussione molti dei presenti, quindi…provate!).
In sostanza possiamo dire, con una certa tranquillità, che è praticamente impossibile trovare una definizione della parola “straniero” univoca, condivisa, priva di stereotipi e rappresentazioni negative, non ambigua, che non si basi solo sulla provenienza anagrafica.
In particolare, per quanto riguarda i bambini stranieri che frequentano la scuola italiana, la situazione si complica ulteriormente e bisogna introdurre elementi supplementari che comportano una diversificazione ancora più marcata. E’ necessario, infatti, distinguere fra bambini:

  • nati, socializzati e scolarizzati nel Paese d’origine;
  • nati nel Paese d’origine ma scolarizzati in Italia;
  • nati in Italia da genitori entrambi stranieri i quali a loro volta possono essere:
    • dello stesso Paese;
    • di paesi diversi;
  • nati da matrimoni misti con italiani;
  • adottati da coppie italiane.

Ognuna di queste situazioni comporta infatti differenze nei modelli culturali di riferimento e nelle conseguenti interazioni con la società italiana ospitante.

Un’ulteriore riflessione può essere condotta a partire dai risultati di un analogo sondaggio (“cosa significa ‘straniero’?”) realizzato presso i bambini. Per i bambini italiani è straniero colui che parla in una lingua diversa (a prescindere dal colore della pelle). A sua volta, il bambino straniero considera stranieri tutti coloro i quali non sono italiani: ne consegue che, nella sua accezione, il bambino italiano non è straniero [1].
Spesso il bambino straniero mette in atto tutta una serie di strategie per mimetizzarsi fra i compagni italiani e alla richiesta dell’insegnante di parlare del proprio Paese d’origine e della propria cultura reagisce con ritrosia e vergogna, ritenendo che sia meglio passare inosservati.

Seconde generazioni e identità sospesa

Attualmente la maggior parte dei bambini stranieri accolti nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria è rappresentata da bambini nati in Italia da genitori stranieri, appartenenti quindi alla cosiddetta “seconda generazione”. Questo riferimento è dato da una Raccomandazione del Consiglio d'Europa del 1984, nella quale si considerano migranti della seconda generazione i figli di immigrati:

  • nati nel Paese in cui sono emigrati i genitori;
  • emigrati insieme ai genitori;
  • che hanno raggiunto i genitori a seguito del ricongiungimento familiare o comunque in un periodo successivo a quello di emigrazione di uno o di entrambi i genitori.

Questa generazione è considerata quella che vive la prima e più importante parte del processo di crescita e di apprendimento a cavallo di due mondi (quello della famiglia e quello della società che li accoglie) distinti (e spesso distanti) per valori, tradizioni, pratiche di vita, religione, lingua. Grava su questi bambini la sfida di sapersi costruire un’identità definita, frutto della mediazione fra processi di accomodamento e di assimilazione che risulteranno tanto più gestibili quanto la società ospitante saprà farli sentire accolti e partecipi.
L’elemento comune alle diverse situazioni sopra elencate è il tratto della migrazione, da non intendersi come semplice “spostamento fisico”, ma piuttosto come un

cambiamento profondo, radicale, che mette in crisi i legami di appartenenza e affiliazione culturale, delineando, in questo senso, un insieme di fattori di vulnerabilità e rischio sociale con cui i minori stranieri sono costretti in un modo o nell’altro a confrontarsi durante il necessario processo di ridefinizione della propria identità.
(Favaro, 2002)

Per i bambini e i ragazzi appartenenti alle seconde generazioni la ricerca di una propria identità diventa un passaggio estremamente complicato e conflittuale: questo problema, comune a tutti gli adolescenti, consiste nella difficoltà di conciliare le due contrapposte esigenze di riconoscersi negli altri e di separarsene, arrivando a trovare la propria unicità. Il problema è maggiore per i ragazzi appartenenti alle seconde generazioni in quanto devono compiere una scelta resa ancor più difficile dal trapasso culturale cui sono soggette. La frequentazione della scuola, il contatto con i coetanei italiani e con i loro modelli di vita, i continui confronti cui sono sottoposti sono tutti fattori che “complicano” e allo stesso tempo rendono urgente la creazione di un’identità. Gli alti tassi di criminalità che caratterizzano le comunità immigrate di seconda e terza generazione sono attribuibili anche alla progressiva (e spesso irreversibile) perdita di controllo sui figli da parte dei genitori, costretti spesso a trascorrere gran parte della giornata lavorando fuori casa e lasciando i figli incustoditi in quartieri malfamati e poco sicuri.

Le seconde generazioni sono “problematiche” anche per la società ospitante in quanto si pongono come fenomeno non più ignorabile, fanno percepire la “stabilità” e la “non reversibilità” della migrazione e fanno avvertire la necessità di intraprendere delle azioni non più estemporanee e improvvisate ma a vasto raggio e a lungo termine (Sayad, 2002).