- Categoria: Difficoltà di apprendimento
- Scritto da Luciano Pasqualotto
La scuola di fronte ai BES, tra luci ed ombre - Mediazioni e mediatori
Article Index
Mediazioni e mediatori
L’insegnamento è sempre un’opera di mediazione tra saperi individuati come necessari (che non sono “la realtà” ma una sua formalizzazione nei diversi ambiti disciplinari) e gli alunni, come hanno esemplarmente dimostrato gli studi di Vygotskji e, più recentemente, di Feuerstein. Libri di testo ed ogni altro tipo di sussidio ed ausilio scolastico hanno proprio la funzione di semplificare l’accesso a quei saperi; ancor più questa funzione mediatrice dovrebbe essere sentita come propria dagli insegnanti. Non si tratta di reinventare la professionalità docente ma di utilizzare, forse con maggiore consapevolezza e padronanza, quelle accortezze metodologiche che la tradizione pedagogica ha identificato come favorenti l’apprendimento: partire dalla base di conoscenze degli alunni, utilizzare un approccio induttivo, stimolare le domande ed accogliere le risposte, concentrarsi sull’acquisizione delle strategie più che sui contenuti nozionistici, educare la riflessione metacognitiva sui processi di apprendimento e sulle difficoltà incontrate, etc.
Per evitare di allargare a dismisura il concetto di BES, applicandolo ad ogni alunno che non corrisponde al cliché dello studente ideale, potrebbe essere un valido criterio di discernimento la constatazione, condivisa nel team dei docenti o nel Consiglio di Classe, che si rendono necessarie per un particolare bambino o ragazzo delle “mediazioni speciali” ai fini del suo apprendimento, cioè dei percorsi didattici che prevedano facilitazioni di qualche sorta: sostegno personale, cooperative learning, peer-tutoring, sussidi appositamente predisposti, verifiche personalizzate etc.
Questa dovrebbe essere l’essenza del Piano Didattico Personalizzato, che certo non può estrinsecarsi come abbassamento degli obiettivi di apprendimento per il singolo alunno o, peggio, per l’intera classe. Condividiamo il richiamo di Moliterni affinché il PDP sia non tanto un’ulteriore espressione della burocrazia scolastica quanto uno strumento che definisce intenzionalità ed apre direzioni di sperimentazione, di ricerca, di contestualizzazione dell’azione didattica a beneficio dell’alunno-persona e del gruppo classe di cui egli fa parte. Occorre mettere in campo ogni prudenza e sapienza professionale affinché l’attuazione del PDP giovi davvero allo studente per cui è pensato e non finisca per deprimere la percezione di se stesso di fronte ai compagni oppure allentare i delicati legami di appartenenza.
In conclusione auspichiamo che la sfida dei BES possa essere vista dai docenti come una sfida che evoca la loro migliore professionalità, che ha comunque bisogno di essere nutrita attraverso una formazione di alta qualità e sia sostenuta da chiare scelte organizzative (si pensi, per esempio, al numero massimo di alunni per classe, alle compresenze, alle sostituzioni per assenza), rispetto alle quali il MIUR deve assumersi dei precisi impegni economici.
Note
[1] C.M. n. 8 del 06.03.2013 Strumenti di intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica. Indicazioni operative; Nota MIUR 1551 del 27.06.2013 - Piano annuale inclusività; Nota MIUR 2563 del 22.11.2013 Strumenti di intervento per alunni con bisogni educativi speciali a.s. 2013-2014- Chiarimenti.
copyright © Educare.it - Anno XIV, N. 1, gennaio 2014
DOI: 10.4440/201312/pasqualotto

