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La scuola di fronte ai BES, tra luci ed ombre - I BES: un concetto “politico”, non clinico

I BES: un concetto “politico”, non clinico

In questo scenario, occorre essere consapevoli che il rischio di un effetto discriminatorio nell’individuazione di alunni con BES rimane incombente. Come efficacemente rileva D’Alonzo, i BES possono essere pensati come ad una “nuova categoria che va ad aggiungersi ad altre categorie (DSA, disabili, ADHD)”, generando di fatto una nuova distinzione artificiosa tra gli alunni di una classe, decisamente controproducente ai fini dell’inclusione. Crediamo si debba imparare da quanto successo negli ultimi anni con i DSA nelle nostre scuole, quando non di rado ogni difficoltà di letto-scrittura è stata troppo sbrigativamente ricondotta da molti insegnanti nell’alveo della dislessia, a causa di un pericoloso cambio di paradigma osservativo: chi lavora nella scuola è prima di tutto una figura educativa, non un clinico, e come tale deve riuscire a conservare uno sguardo pedagogico sui propri alunni. Uno sguardo che, come chiarisce D’Alonzo,sa cogliere le difficoltà (le nota) e le interpreta in chiave prognostica (che è cosa ben diversa dall’approccio diagnostico).

Dobbiamo riconoscere che il rischio di un nuovo etichettamento è insito già nel termine “speciale” presente nella definizione di BES. Nella lingua italiana infatti l’aggettivo “speciale” è connotato in modo opposto a “normale” ed innesca inconsapevolmente un pensiero discriminatorio. Se ne è accorta anche l’UNESCO, cui si deve l’ufficializzazione della definizione Special Educational Nees attraverso la Conferenza di Salamanca del 1994. Già negli anni 2000 l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, in diversi documenti, raccomandava di sostituire la definizione di BES con Education for all.

Goussot si chiede se non sia preferibile parlare di “bisogni specifici” (come nella tradizione francofona) oppure, in riferimento alla composizione multietnica e pluriculturale delle popolazione scolastica, di “bisogni nuovi”. In ordine alla qualificazione “educativa” di tali bisogni, Goussot chiarisce che “i bisogni educativi sono quelli che riguardano gli apprendimenti (nelle diverse sfere dello sviluppo cognitivo, psicomotorio, socio-affettivo, linguistico-comunicativo, relazionale) e la formazione di una personalità competente in grado di fare funzionare al meglio possibile le proprie capacità e di diventare se stessa”.

Sulla base di tutto ciò è allora quanto mai necessario imparare a pensare ai BES non come concetto clinico ma “pedagogico-politico”. Come sostiene Ianes, la prospettiva dei bisogni educativi speciali deve permettere il “riconoscimento dei reali bisogni degli alunni, aldilà delle etichette diagnostiche”: operazione non immediata in un contesto culturale (prima ancora che normativo) in cui agli alunni certificati sono oggi assicurate attenzioni e risorse che sono invece precluse, per esempio, ad alunni che presentano uno svantaggio socioculturale tale da precludere loro il successo scolastico.

Caldin spinge la lettura politica dei BES sui temi dei diritti umani e della giustizia: “un approccio basato sui diritti, anziché sul bisogno (speciale e non) correla esplicitamente alla realizzazione di ciascun diritto del bambino una responsabilità comune differenziata, a carico di molteplici soggetti, istituzionali e non istituzionali, che obbliga a lavorare in rete, in modo integrato. […] Nella prospettiva dei diritti umani, ogni bambino ha gli stessi diritti, ma ogni bambino, non solo quello disabile, ha bisogni diversi, in relazione alle proprie abilità, al luogo dove è nato, alla situazione politica, economica, sociale, culturale dove vive”.

In definitiva, i provvedimenti ministeriali sui BES devono essere letti nell’ottica della costruzione di una scuola veramente inclusiva per tutti e per ciascuno. A ben vedere, ciò altro non è che l’attualizzazione del celebre motto di Don Lorenzo Milani, secondo il quale “non c'è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali (da Lettera a una professoressa). Nella scuola inclusiva, democraticamente intesa, tutti gli alunni hanno il diritto di essere visti come portatori di “bisogni particolari” in virtù della loro singolarità: occorre pertanto ogni sforzo didattico, relazionale, organizzativo nella classe e nell’Istituto affinché riescano ad affrontare efficacemente il percorso scolastico.

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