Stop the genocide poster

  • Categoria: Bambini

Bambini a lavoro: uno sguardo d’insieme al fenomeno dello sfruttamento lavorativo minorile - Il lavoro in strada

Il lavoro in strada

Il lavoro in strada coinvolge milioni di bambini in tutto il mondo ed è probabilmente la forma di sfruttamento all’infanzia che, geograficamente, investe più zone. Se forme di sfruttamento di lavoro in fabbrica o nelle miniere risultano ormai lontane dalla realtà di molte città europee, il fenomeno dei bambini di strada continua a manifestarsi con forza anche nei Paesi considerati all’avanguardia della civilizzazione. Basti pensare ai mendicanti, lustrascarpe e venditori ambulanti che popolano le grosse metropoli occidentali spesso nell’indifferenza degli abitanti del luogo, ormai abituati a tali situazioni.

Ma quali sono le cause che portano i bambini a lavorare in strada? La regina di queste è sicuramente la povertà, ma non dobbiamo dimenticarci di altri due fattori, quello religioso-culturale e quello legato ad eventi tragici come guerre o disastri naturali. Proprio l’UNICEF - nel suo progetto “Bambini di strada” volto a togliere dalla strada i bambini rimasti soli in conseguenza della sanguinosa guerra civile in Congo - stima che nella sola capitale Kinshasa sono circa 13.800 i bambini di strada che vivono di espedienti come lavorare nei mercatini, elemosinare e compiere piccoli furti (9); in questi casi dunque i bambini vivono spesso soli, elemosinando e cercando rifugio in qualche struttura. La guerra dunque, in ogni sua fase, è una delle cause più forti di questa forma di sfruttamento; non è un caso che la Repubblica Democratica del Congo registri il numero maggiore di bambini di strada, sintomo di una lacerazione familiare causata da anni di guerra civile e di dittatura militare.
In altri casi invece, quelli legati ad un fattore economico, è il genitore stesso che vende i propri figli a degli aguzzini pronti a sfruttarli, siamo di fronte quindi ad una delle peggiori forme i sfruttamento all’infanzia, la schiavitù per debito.
Emblematico in questo senso il caso dei bambini del Bangladesh, i cosiddetti Tokai. “Tokai Kora” nella lingua locale significa “raccogliere cose”: i minori, una volta venduti dai genitori ad un nuovo padrone, dovranno raccogliere spazzatura giorno e notte sperando di assolvere ad un debito, quello del pagamento ai loro genitori, i cui interessi aumentano enormemente giorno dopo giorno, rendendoli schiavi a vita (10).

Tra le zone più a rischio, come mostra ILO nel programma UCW (Understading Child’s Work 2006) vi è sicuramente la regione del Dakar, in Senegal, dove il vagabondaggio dei minori assume forme complesse e culturalmente radicate (11). I circa 8.000 bambini che in questa zona vivono situazioni di vagabondaggio sono spesso reclutati come allievi da istruire alle leggi coraniche, un pretesto per il quale i genitori affidano fin da piccolissimi i figli a dei presunti mentori della religione islamica, i quali spesso si mostrano dei meri aguzzini intenti a sfruttare i minori così detti talibè. Talib in arabo significa “colui che chiede”, ed è un’attività tutt’altro che marginale in Senegal poiché questi piccoli lavoratori rappresentano circa il 90% dei bambini di strada. Il meccanismo di reclutamento quindi inizia con la famiglia che affida i figli a delle persone considerate “guide spirituali” del Corano, i così detti marabut, i quali dovrebbero assolvere ad una funzione di tipo pedagogico-religioso ed insegnare ai piccoli a leggere il Corano. Ad incrementare tale sfruttamento vi è alla base un travisamento del testo sacro islamico in quanto l’elemosina nel Corano è considerata una forma di massima umiltà da dover emulare. Ogni talibè ha una cifra giornaliera, generalmente equivalente a 50 centesimi di euro (cifra cospicua se consideriamo che in Senegal si vive con 2 euro al giorno) da dover conseguire, pena la violenza fisica (12).