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  • Categoria: Bambini

Bambini a lavoro: uno sguardo d’insieme al fenomeno dello sfruttamento lavorativo minorile

Il secolo appena trascorso è stato definito non a caso il Secolo dell’infanzia. Numerose infatti le prospettive psicopedagogiche ad appannaggio del bambino, così come altrettanto significative le varie normative e Convenzioni per l’infanzia caratterizzanti soprattutto il secondo Novecento. Nonostante l’impegno delle varie ONG e degli stati contraenti la Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia (ONU 1989) sono ancora milioni i bambini nel mondo costretti a subire quelle che ILO nella Convenzione n. 182 ha definito come “Le peggiori forme di sfruttamento all’infanzia”(1).

L’ILO, nell’art 4 della C182, identifica queste forme di sfruttamento in (2):

  • vendita o tratta di minori;
  • schiavitù per debito;
  • lavoro forzato o obbligatorio;
  • impiego di bambini in conflitti armati;
  • sfruttamento sessuale;
  • pedopornografia;
  • produzione e traffico di stupefacenti.

In questa sede mi occuperò delle prime tre forme di sfruttamento sopra citate, rientranti nel fenomeno del così detto Child Labour, ovvero l’aberrante fenomeno dello sfruttamento minorile lavorativo, proponendo al lettore un quadro generale tra alcune delle più diffuse tipologie lavorative che coinvolgono i minori nel mondo.

Lo sfruttamento minorile in fabbrica e nelle cave

Secondo le stime ILO sono circa 25.000.000 i bambini nel mondo costretti a quello che è stato definito il fenomeno del Child Labour. Tale fenomeno si differenzia dal Child Work in quanto quest’ultimo è legato spesso alla tradizione culturale delle famiglie, pensiamo al lavoro nei campi svolto dai bambini in Mozambico, e quindi non dannoso per la salute dei minori i quali, grazie al sostegno delle ONG, spesso riescono a conciliare lavoro e scuola (3). Il Child Labour invece si rifà ad una condizione di violenza all’infanzia, in quanto le attività svolte dal minore rischiano di inficiarne la salute psicofisica e di comprometterne l’accesso a livelli, anche pur bassi, di scolarizzazione.

Quali sono dunque queste forme di sfruttamento lavorativo? Vediamone le più significative.
Il lavoro in fabbrica è sicuramente la forma di sfruttamento che più si è evoluta negli ultimi due secoli. Già l’intellettuale Engles nel periodo industriale inglese notò quanto la mano d’opera infantile fosse tra le più richieste, evidenziando le disumane condizioni in cui questi bambini erano costretti a lavorare, maneggiando liquidi tossici e mortali, e soccombendo ad orari folli (4); una tradizione, quella del lavoro minorile in fabbrica che purtroppo non accenna a diminuire. Ad oggi per esempio, l’80% di palloni prodotti in Pakistan sono stati cuciti dalle mani di minori di 11 anni. Palloni da calcio dunque utilizzati in tutto il mondo a discapito delle disumane condizioni lavorative dei bambini i quali in una giornata cuciono in media tre palloni da calcio che vengono pagati non più di mezzo dollaro l’uno. Una retribuzione estremamente esigua se consideriamo che ogni famiglia pakistana è in media composta da sette membri e quasi sempre, due figli di questi devono svolgere tale attività (5).

Non meno fortunati i bambini che lavorano in cave e miniere. Proprio ILO nel rapporto Scavare per sopravvivere sottolinea la particolare pericolosità di queste forme di lavoro in cui i bambini sono costretti a lavorare in condizioni igieniche allarmanti, chiamati a prestazioni pericolosissime per la propria vita; un’attività riconosciuta ad altissimo rischio per gli adulti, lo diventa ancor più per i bambini esponendoli ogni giorno alla possibilità di ferirsi gravemente e di morire (6).
Parlando di cifre, secondo le stime dell’International Labour Organization circa un milione di bambini in tutto il mondo lavorano in cave e miniere riportando conseguenze psico-fisiche gravissime per tutta la vita (7). Tale fenomeno trova una larga diffusione anche in Nepal, come testimonia il caso della piccola Urgencia, una minore intervistata da ILO e costretta a spaccare pietre e lastricare strade fin da piccolissima; ora che ha 12 anni davanti a se non vede altra strada che quella dello sfruttamento a vita: la scuola infatti è un lusso che pochi bambini del Sudan si possono permettere (8).
Tali forme di sfruttamento, come quello in fabbrica ed in cave e miniere, si sono evolute nel tempo mantenendo però la stessa mano d’opera, l’infanzia. Effettivamente il lavoro cosiddetto “estrattivo” è sempre andato di pari passo con lo sfruttamento dell’infanzia. Pensiamo a quanto il boom economico del XIX e d’inizio XX Secolo in Inghilterra e negli Stati Uniti, così come in Europa, ha visto migliaia di bambini lavorare in opifici, industrie tessili, cave e pozzi.