Stop the genocide poster

Il problema dell'aggressività - Ipotesi sull'origine neufisiologica dell'aggressività


Ipotesi sull'origine neufisiologica dell'aggressività

L'amigdala riceve informazioni sia a livello sensoriale dal talamo, sia informazioni a livello superiore dalla corteccia da parte di uno dei sensi, sia informazioni indipendenti dai sensi di livello ancora superiore. L'amigdala non viene coinvolta nella valutazione del significato emotivo degli stimoli perché a quel livello agiscono gli stimoli d'innesco. Se per motivi genetici, cromosomici o di deficit cerebrale, i percorsi talamici di una data persona sono dominanti o comunque separati dai percorsi corticali, la persona potrà formare dei ricordi emotivi sulla base di eventi-stimoli che non coincidono con la percezione cosciente del mondo circostante mediata dalla corteccia. L'elaborazione avviene allora a livello sotto-corticale, il quale rappresenta solo frammenti di stimoli. Questa persona avrà una pessima comprensione delle proprie emozioni e quindi una marcata difficoltà al loro controllo.

Negli stati di forte ansia o paura o emotivamente negativi l'amigdala porta il cervello a lavorare per attivare risposte fisiologiche lasciando poco spazio alla razionalizzazione. Chi di noi è in grado di pensare alla soluzione di un problema quando ci viene comunicata una dolorosa notizia? In quel momento le nostre facoltà intellettive sono particolarmente ridotte.

I comportamenti problematici e aggressivi non trovano una loro origine nel qui ed ora, ovvero non sono il frutto di un interruttore che un giorno è scattato nella mente di una persona, ma è un lungo processo mediato dall'esperienza. La problematica comportamentale non è una malattia che un giorno ci colpisce, ma è una costruzione che via via si sviluppa nel bambino e che diventa una parte integrante del suo modo di relazionarsi con gli altri e la realtà. Questa affermazione potrà risultare banale, ma serve per dire che ci sono molti aspetti del comportamento aggressivo che non possono essere letti alla luce di ciò che avviene in questo preciso momento nella vita di questa persona, ma che hanno un'origine storica molto più datata. Ecco allora alla luce di quanto detto finora che il nostro problema non è di leggere il comportamento problematico solo alla luce degli aspetti del contesto in cui questo scaturisce, ma alla luce dei meccanismi di risposta che si sono strutturati negli anni. Questo cambia completamente la prospettiva dell'intervento.

Ma attenzione, la lettura che io ne ho dato, è comunque riduttiva, in quanto ha considerato un solo aspetto: quello neurofisiologico. Ci permette però di fare osservazioni interessanti per quanto riguarda l'aspetto cognitivo e comportamentale sugli interventi contenitivi o punitivi. Far capire ad un bambino che una cosa non va fatta e vedere lo stesso che dopo pochi minuti la compie comunque mette a dura prova la nostra logica. Spesso diciamo: "non ha capito". Forse il bambino ha capito, ma quando si ripresenta quella situazione, più forte della comprensione e delle punizioni ricevute, sono gli aspetti di soddisfacimento del piacere o della curiosità che attivano un circuito di risposta che obnubila la parte cognitiva e quindi anche il tentativo di far comprendere. Questo non significa che una persona è senza il controllo della ragione, ma è senza il controllo di una parte della ragione, quella normativa del "si deve" o "non si deve".