- Categoria: Adolescenza e disagio giovanile
- Scritto da Angela Di Lalla
Affamate d'amore: l'anoressia - Educare all’amore
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Educare all’amore
Spesso l’anoressia non viene neanche considerata una malattia mentale e si scaricano tutte le colpe sulla società colpevole di esaltare modelli di bellezza al limite; sugli addetti moda che fanno indossare gli abiti a modelle-manichino costrette a rigidissimi regimi alimentari, o sulla televisione che propina modelli di femminilità vuoti.
Ma non solo. Ciò che realmente dovrebbe essere considerato è la scissione dell’io, la personalizzazione, l’ambivalenza, l’anaffettività, tutti sintomi che facilmente possono essere associati alla sindrome bordenline o ancora peggio alla schizofrenia.
Il supporto psichiatrico e psicologico è perciò fondamentale, così come quello pedagogico.
Nel supporto alle malate di anoressia è indispensabile parlare dei valori fondamentali sui quali si fonda il significato dell’esistenza umana[14]. Anche se certi valori sono interiorizzati nel corso della crescita, è anche vero che l’essere umano ha la capacità di modificarsi, di migliorarsi, di mutare la personalità. L’obiettivo deve essere far comprendere l’importanza della sofferenza, non come modo per espiare le proprie colpe, ma punto di partenza per allontanarsi da una situazione di disagio e per «lottare per una vita più gratificante»[15].
L’intervento pedagogico può aiutare le ragazze anoressiche a riprogettarsi come persone nella comprensione e nell’attuazione dei valori fondamentali dell’esistenza.
Come già accennato, il disagio dell’anoressia mentale riguarda tutta la famiglia: perciò è necessario operare interventi educativi atti a innescare quel paradigma di cambiamento sistemico tanto auspicato dalla pedagogia post moderna. Se l’intervento psicologico è mirato all’elaborazione dell’esperienze vissute ed all’individuazione dei blocchi che frenano lo sviluppo della personalità, la proposta educativa deve sia accompagnare il soggetto a riprogettare la propria vita, sia “curare” il contesto familiare entro cui la patologia è cresciuta. A questo proposito si consideri che non c’è peggior situazione che quella di disaccordo tra padre e madre nell’attribuire un significato alla malattia della figlia, poiché il conflitto tra i genitori viene sfruttato dalla ragazza a suo favore vanificando i processi raggiunti.
In questa prospettiva è auspicabile un ruolo più attivo degli esperti dell’educazione, sia nella riabilitazione che nella prevenzione di questa drammatica “difficoltà di vivere”.
Note:
[1] Di Sabatino D. – Cigala Fulgosi F., La psicologia, Armando Editore, Roma 2005, p. 271.
[2] www.eduprof.it , Anoressia nervosa: un handicap indotto.
[3] Bruch H., La gabbia d’oro. L’enigma dell’anoressia mentale, Feltrinelli, Milano 1989, p. 53.
[4]Ivi, p. 55.
[5] Ivi, p. 58.
[6] Bruch H, Op. cit, p. 63.
[7] Ibidem.
[8] Cambi F., a cura di, Soggetto come persona, Carocci editore, Roma 2007, p. 26.
[9] De Clercq F., Tutto il pane del mondo, Bompiani, 2001.
[10] De Clercq F., Donne invisibili. L’anoressia, la sofferenza, la vita, Rizzoli, Milano 2005 p. 28.
[11] Ivi, p. 37.
[12] Bruch H., Op. cit., p. 16.
[13] De Clercq F., cit., p. 111.
[14] www.eduprof.it
[15] Ibidem.
Autore: Angela Di Lalla, laureata in Scienze dell'Educazione e della Formazione presso l'Università degli Studi di Chieti nel 2011 e laureanda in Scienze Pedagogiche e Progettazione Educativa presso l'Università degli Studi di Foggia.
copyright © Educare.it - Anno XIII, N. 10, ottobre 2013

