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Affamate d'amore: l'anoressia - Un amore di bambina

 

Un amore di bambina

Spesso le ragazze anoressiche sono state le tipiche brave bambine, buone a casa, prime della classe. «Molti genitori affermavano senza esitazione che questa, la figlia ammalata, era stata la migliore dei fratelli, aveva dato maggiori soddisfazioni e gli aveva rassicurati sulla loro sagacia di genitori»[3].

Il loro più grande tormento è perdere l’amore dei genitori che giorno dopo giorno cercano di meritare, in quanto non si sentono mai all’altezza di quanto ricevono. In un certo senso la malattia è un mezzo, un modo per restare o ritornare bambini, in una situazione “protetta” sia sul piano fisico che su quello affettivo, cognitivo e sociale.

Scavando nel passato di queste ragazze non si trovano “macchie scure”: sono state bambine che mai hanno dato problemi, particolarmente per quel che riguarda il cibo: mai rifiuto, mai resistenze. Lo stesso vale per altri campi come quello della pulizia, dell’obbedienze, delle buone maniere. In definitiva bambine perfette nel cui comportamento c’è poco dell’indole infantile: volubile, egocentrica e non di rado capricciosa.

Bruch sostiene che «il contributo del bambino stesso al suo sviluppo dovrebbe essere preso in considerazione fin dalla nascita»[4], cioè occorre prendere in seria considerazione i bisogni psicologici quando si presentano. Nelle ragazze anoressiche questo contributo non è stato riconosciuto, anzi probabilmente è stato messo da parte al tal punto da essere cancellato; durante la crescita i loro bisogni sono stati indirizzati sulle offerte del genitore: non chiedono, non hanno desideri, il loro unico desiderio è desiderare ciò che i genitori desiderano per loro. «Tutta l’infanzia della futura anoressica ha per sfondo il bisogno di indovinare il pensiero altrui e fare ciò che altri sembrano aspettarsi»[5].

Crescendo molte ragazze sono assolutamente convinte di non essere come gli altri le vorrebbero e a questa idea si adeguano, cercando in tutti i modi di soddisfare le aspettative altrui. Per questo non riescono a raggiungere un’autonomia adeguata alla loro età: sono incapaci di un pensiero proprio, sono ancorate a convinzioni morali e modi di pensare della prima infanzia e ciò conduce ad una rigida interpretazione della vita e dei rapporti interumani. Non è una questione di intelligenza, tant’è vero che spesso sono presenti ottimi risultati a livello scolastico. Quello che manca, secondo Vygotskij, è un’interazione sociale che eserciti una mediazione tra le proprie rappresentazioni interiori e la realtà. Ne è la riprova il fatto che la vita sentimentale delle ragazze che soffrono di anoressia è stata quasi sempre deficitaria, «spesso hanno avuto tutta una serie di amicizie, ma sempre una sola amica per volta e con ogni nuova amica sviluppano interessi diversi e una diversa personalità»[6].

Un’anoressica racconta: “cercavo di riflettere di fronte a chiunque si trovasse con me l’immagine che loro si facevano di me, di fare ciò che loro si aspettavano da me”[7]. In loro manca quel “darsi forma”, quel “volersi persona”[8] di cui parla Franco Cambi.

E’ importante considerare il fatto che molte di queste ragazze, durante l’infanzia non siano state particolarmente soggette a malanni fisici. Ciò le porta ora a pensare che siano sintomo di debolezza e questo ha impedito loro di riconoscere i segnali, anche “emotivi” che il corpo manda causando un dualismo corpo-mente, che vede la seconda componente superiore e capace di tenere sotto controllo quel corpo indisciplinato e disprezzato.