- Categoria: Adolescenza e disagio giovanile
- Scritto da Angela Di Lalla
Affamate d'amore: l'anoressia
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È un luogo comune considerare l’anoressia una malattia dovuta ai moderni canoni estetici, indotta dalla moda e dal desiderio di piacere in senso estetico. In questo scritto si adotta una prospettiva secondo la quale l’anoressia nervosa è considerata una patologia dalle origini molto più profonde, legate al rapporto con gli affetti più cari e con se stessi. Si presenta un approccio di cura che, oltre che psicologico, è pedagogico e sistemico: a partire dalla famiglia si opera a favore per una riprogettazione dell’esistenza non solo della persona anoressica ma di tutti i soggetti coinvolti.
Pane non è amore
L’anoressia nervosa (dal greco an-oregein, che significa essere incapaci di tendere le braccia, di cercare) è una patologia psichica tipica dell’età adolescenziale, che comporta una distorta visione dell’immagine corporea profondamente lontana da quella ideale.
Il sintomo più evidente è il rifiuto del cibo, non dovuto ad un mancato senso di fame, ma alla costruzione di «un’identità” basata su una rigida autodisciplina che andrebbe in crisi se cedesse al desiderio di mangiare»[1].
L’anoressia ha in sé origini profonde ed è spesso legata al rapporto con la madre. Alcuni psichiatri ritengono che nel periodo dell’allattamento sia venuta a mancare alla bambina la presenza affettiva e il coinvolgimento psichico della madre, che sono alla base di uno sviluppo sano: in questo caso il rapporto si riduce al solo nutrimento fisico, che si carica di significati ambivalenti e angoscianti.
La delusione del primo rapporto si ripercuote sullo svezzamento: la bambina, non riuscendo a separarsi e a rendersi autonoma dalla madre, si identifica con lei in una relazione vischiosa di amore e odio che le impedisce di realizzare una propria identità ben distinta ed integra.
Al momento della pubertà, quando la ragazza dovrebbe realizzare in pieno la sua identità sessuale, emergono tutti i problemi, non risolti, di rapporto con la figura materna: rifiutando il cibo, e quindi la materialità del corpo, ella rifiuta di crescere, di essere donna, forse per l’angoscia di diventare come la madre; ma è una ribellione che non la rende libera, poiché in realtà continua a vivere un rapporto ossessivo di dipendenza dal proprio corpo e dalla propria madre.
«Il comportamento anoressico dà la sensazione di uno sforzo costante per mantenersi in “carreggiata”; l’atteggiamento è quello di un guidatore insicuro, impegnato a non sbandare, ma a un certo punto l’ansia per la sua sensazione di capacità come guidatore è tale che rinuncia all’auto»[2].
La stessa malata non è consapevole, non ammette la gravità e profondità del suo problema e perciò sono controproducenti le insistenze ansiose dei familiari che la spingono a mangiare. E’ utile, piuttosto, un intervento psicoterapeutico.

