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Affamate d'amore: l'anoressia

È un luogo comune considerare l’anoressia una malattia dovuta ai moderni canoni estetici, indotta dalla moda e dal desiderio di piacere in senso estetico. In questo scritto si adotta una prospettiva secondo la quale l’anoressia nervosa è considerata una patologia dalle origini molto più profonde, legate al rapporto con gli affetti più cari e con se stessi. Si presenta un approccio di cura che, oltre che psicologico, è pedagogico e sistemico: a partire dalla famiglia si opera a favore per una riprogettazione dell’esistenza non solo della persona anoressica ma di tutti i soggetti coinvolti.

 

Pane non è amore

L’anoressia nervosa (dal greco an-oregein, che significa essere incapaci di tendere le braccia, di cercare) è una patologia psichica tipica dell’età adolescenziale, che comporta una distorta visione dell’immagine corporea profondamente lontana da quella ideale.

Il sintomo più evidente è il rifiuto del cibo, non dovuto ad un mancato senso di fame, ma alla costruzione di «un’identità” basata su una rigida autodisciplina che andrebbe in crisi se cedesse al desiderio di mangiare»[1].

L’anoressia ha in sé origini profonde ed è spesso legata al rapporto con la madre. Alcuni psichiatri ritengono che nel periodo dell’allattamento sia venuta a mancare alla bambina la presenza affettiva e il coinvolgimento psichico della madre, che sono alla base di uno sviluppo sano: in questo caso il rapporto si riduce al solo nutrimento fisico, che si carica di significati ambivalenti e angoscianti.

La delusione del primo rapporto si ripercuote sullo svezzamento: la bambina, non riuscendo a separarsi e a rendersi autonoma dalla madre, si identifica con lei in una relazione vischiosa di amore e odio che le impedisce di realizzare una propria identità ben distinta ed integra.

Al momento della pubertà, quando la ragazza dovrebbe realizzare in pieno la sua identità sessuale, emergono tutti i problemi, non risolti, di rapporto con la figura materna: rifiutando il cibo, e quindi la materialità del corpo, ella rifiuta di crescere, di essere donna, forse per l’angoscia di diventare come la madre; ma è una ribellione che non la rende libera, poiché in realtà continua a vivere un rapporto ossessivo di dipendenza dal proprio corpo e dalla propria madre.

«Il comportamento anoressico dà la sensazione di uno sforzo costante per mantenersi in “carreggiata”; l’atteggiamento è quello di un guidatore insicuro, impegnato a non sbandare, ma a un certo punto l’ansia per la sua sensazione di capacità come guidatore è tale che rinuncia all’auto»[2].

La stessa malata non è consapevole, non ammette la gravità e profondità del suo problema e perciò sono controproducenti le insistenze ansiose dei familiari che la spingono a mangiare. E’ utile, piuttosto, un intervento psicoterapeutico.


 

Un amore di bambina

Spesso le ragazze anoressiche sono state le tipiche brave bambine, buone a casa, prime della classe. «Molti genitori affermavano senza esitazione che questa, la figlia ammalata, era stata la migliore dei fratelli, aveva dato maggiori soddisfazioni e gli aveva rassicurati sulla loro sagacia di genitori»[3].

Il loro più grande tormento è perdere l’amore dei genitori che giorno dopo giorno cercano di meritare, in quanto non si sentono mai all’altezza di quanto ricevono. In un certo senso la malattia è un mezzo, un modo per restare o ritornare bambini, in una situazione “protetta” sia sul piano fisico che su quello affettivo, cognitivo e sociale.

Scavando nel passato di queste ragazze non si trovano “macchie scure”: sono state bambine che mai hanno dato problemi, particolarmente per quel che riguarda il cibo: mai rifiuto, mai resistenze. Lo stesso vale per altri campi come quello della pulizia, dell’obbedienze, delle buone maniere. In definitiva bambine perfette nel cui comportamento c’è poco dell’indole infantile: volubile, egocentrica e non di rado capricciosa.

Bruch sostiene che «il contributo del bambino stesso al suo sviluppo dovrebbe essere preso in considerazione fin dalla nascita»[4], cioè occorre prendere in seria considerazione i bisogni psicologici quando si presentano. Nelle ragazze anoressiche questo contributo non è stato riconosciuto, anzi probabilmente è stato messo da parte al tal punto da essere cancellato; durante la crescita i loro bisogni sono stati indirizzati sulle offerte del genitore: non chiedono, non hanno desideri, il loro unico desiderio è desiderare ciò che i genitori desiderano per loro. «Tutta l’infanzia della futura anoressica ha per sfondo il bisogno di indovinare il pensiero altrui e fare ciò che altri sembrano aspettarsi»[5].

Crescendo molte ragazze sono assolutamente convinte di non essere come gli altri le vorrebbero e a questa idea si adeguano, cercando in tutti i modi di soddisfare le aspettative altrui. Per questo non riescono a raggiungere un’autonomia adeguata alla loro età: sono incapaci di un pensiero proprio, sono ancorate a convinzioni morali e modi di pensare della prima infanzia e ciò conduce ad una rigida interpretazione della vita e dei rapporti interumani. Non è una questione di intelligenza, tant’è vero che spesso sono presenti ottimi risultati a livello scolastico. Quello che manca, secondo Vygotskij, è un’interazione sociale che eserciti una mediazione tra le proprie rappresentazioni interiori e la realtà. Ne è la riprova il fatto che la vita sentimentale delle ragazze che soffrono di anoressia è stata quasi sempre deficitaria, «spesso hanno avuto tutta una serie di amicizie, ma sempre una sola amica per volta e con ogni nuova amica sviluppano interessi diversi e una diversa personalità»[6].

Un’anoressica racconta: “cercavo di riflettere di fronte a chiunque si trovasse con me l’immagine che loro si facevano di me, di fare ciò che loro si aspettavano da me”[7]. In loro manca quel “darsi forma”, quel “volersi persona”[8] di cui parla Franco Cambi.

E’ importante considerare il fatto che molte di queste ragazze, durante l’infanzia non siano state particolarmente soggette a malanni fisici. Ciò le porta ora a pensare che siano sintomo di debolezza e questo ha impedito loro di riconoscere i segnali, anche “emotivi” che il corpo manda causando un dualismo corpo-mente, che vede la seconda componente superiore e capace di tenere sotto controllo quel corpo indisciplinato e disprezzato.


 

Amore e odio

Le malate anoressiche sono affette dalla cosiddetta “dieta cronica” (dieting) ovvero un disturbo caratterizzato da un controllo esasperato del peso e da sentimenti di angoscia ogni volta che questo varia. Le persone che monitorano in questo modo ossessivo il loro peso svolgono apparentemente una vita normale, che tuttavia risulta polarizzata verso questo unico interesse e viene limitata dalle esigenze della dieta; può risultare molto problematico, ad esempio, uscire a cena con amici e condurre una vita sociale accettabile.

«Ho trasferito le mie ansie sul cibo, sulle dimensioni del mio corpo: il suo peso e la sua circonferenza. Sono vittima di una tossicodipendenza da cibo, che distrugge la mia salute; nessuna medicina mi può dare sollievo. Non digerisco niente, ormai da anni, solo un po’ di latte che, però, ingurgito sempre troppo caldo. Il colorito della mia pelle è sempre più giallo, gli occhi cerchiati e arrossati, la pelle disidratata e tesa»[9]. Così si descrive Fabiola De Clercq nel libro che racconta i lunghi anni da malattia che ha vissuto intitolato “Tutto il pane del mondo”, perché è questo il problema delle ragazze anoressiche: hanno come unico pensiero il cibo, amato e odiato, che serve loro da valvola di sfogo per tutto il dolore che si portano dentro.

Il comportamento anoressico è perciò fortemente contraddittorio: al suo principiarsi si alternano grandi abbuffate (abitualmente solitarie) a digiuni prolungati. Man mano che passa il tempo astenersi dal cibo diventa la regola, si diventa del tutto incapaci di accudire il proprio corpo, «trascinato come una zavorra ingombrante»[10] perché diventa il mezzo attraverso il quale espiare le proprie colpe e attirare l’attenzione su quello che si è in profondità. Il corpo deve essere distrutto perché solo distruggendolo si sente qualcosa: quel dolore che permette la consapevolezza dell’esistenza.

Le persone anoressiche possiedono una rabbia che solo verso se stesse possono scaricare. Tutte le delusioni, il poco amore e la poca considerazione che negli anni hanno accumulato dentro, scoppia nel rifiuto del cibo e spesso nell’atto del vomito. Si vomitano i pensieri, ci si annulla anche e soprattutto dal punto di vista intellettuale in un «voler esserci senza essere, annullarsi per essere viste»[11], per far capire a chi sta intorno che quella fame che hanno, quel cibo che rifiutano non sono altro che fame di affetto, che le divora ma che allo stesso tempo chiede, supplica nella sola maniera di cui esse sono capaci.

Purtroppo questa fame ha origini lontane, non è contemporanea all’insorgere della malattia ma così antica, così immensa da non poter più essere soddisfatta. Per questi motivi, le ragazze anoressiche, cominciano ad operare un controllo totale di sé, si costringono a sacrifici limite, mettono in atto un progetto fatto di estenuanti esercizi fisici che hanno come unico scopo bruciare calorie e produrre un’enorme stanchezza che solo loro possono e devono sentire. Il mondo le deve vedere sempre forti e capaci di privarsi di ogni piacere che per gli altri sembra indispensabile. Si convincono di essere inattaccabili, perché capaci di resistere alle tentazioni anche se la paura di tornare vulnerabili è costante. Si deve essere perfetti, rappresentare quell’ideale sempre richiesto durante l’infanzia che, ora si cerca di ricreare attraverso un corpo perfetto, la magrezza diventa un valore attraverso cui gli altri le riconoscono e le rispettano. Rinunciare a tutto permette loro di distinguersi dalla massa giudicante. Riuscire nell’impresa di dimagrire significa raggiungere un obiettivo per ottenere il consenso di tutti; fare il pieno di ammirazione significa riuscire a riempirsi di quell’amore fino ad allora assente; controllare la fame permette loro di crearsi un’identità e un’autonomia di pensiero che è mancata in passato.

A prima vista sembrano piene di energia e vigore perché capaci di “un’impresa”. Questa è la considerazione che hanno di loro stesse quanto più perseguono il loro obiettivo. La magrezza diventa il loro orgoglio, l’unica fonte di felicità.

Riporto le parole di una ragazza anoressica di ventuno anni raccolte dallo psichiatra Hilde Bruch: «mi piace avere questa malattia e la voglio. Non riesco a persuadermi di essere malata e che ci sia qualcosa da cui debba guarire»[12].

Sicuramente c’è, nell’anoressia mentale, un elemento di esibizionismo: non mangiare permette di sincerarsi se a qualcuno importa veramente di loro. Inoltre il digiuno le fa sentire ancora più sottili e se la sofferenza incombe cercano di convincersi che sentire fame è un bene e di godere di questa sensazione, si trattano come schiave a cui si nega ogni piacere.

Quando non riescono a trattenersi dal mangiare ricorrono alla devastante pratica del vomito. «Vomitare il cibo che si sceglie da sé; e che furtivamente si infila dentro al proprio corpo alla rinfusa, diventa la metafora dell’incapacità di accettare l’intollerabile confusione alla quale si è esposti, l’impossibilità di digerirla»[13].


 

Educare all’amore

Spesso l’anoressia non viene neanche considerata una malattia mentale e si scaricano tutte le colpe sulla società colpevole di esaltare modelli di bellezza al limite; sugli addetti moda che fanno indossare gli abiti a modelle-manichino costrette a rigidissimi regimi alimentari, o sulla televisione che propina modelli di femminilità vuoti.

Ma non solo. Ciò che realmente dovrebbe essere considerato è la scissione dell’io, la personalizzazione, l’ambivalenza, l’anaffettività, tutti sintomi che facilmente possono essere associati alla sindrome bordenline o ancora peggio alla schizofrenia.

Il supporto psichiatrico e psicologico è perciò fondamentale, così come quello pedagogico.

Nel supporto alle malate di anoressia è indispensabile parlare dei valori fondamentali sui quali si fonda il significato dell’esistenza umana[14]. Anche se certi valori sono interiorizzati nel corso della crescita, è anche vero che l’essere umano ha la capacità di modificarsi, di migliorarsi, di mutare la personalità. L’obiettivo deve essere far comprendere l’importanza della sofferenza, non come modo per espiare le proprie colpe, ma punto di partenza per allontanarsi da una situazione di disagio e per «lottare per una vita più gratificante»[15].

L’intervento pedagogico può aiutare le ragazze anoressiche a riprogettarsi come persone nella comprensione e nell’attuazione dei valori fondamentali dell’esistenza.

Come già accennato, il disagio dell’anoressia mentale riguarda tutta la famiglia: perciò è necessario operare interventi educativi atti a innescare quel paradigma di cambiamento sistemico tanto auspicato dalla pedagogia post moderna. Se l’intervento psicologico è mirato all’elaborazione dell’esperienze vissute ed all’individuazione dei blocchi che frenano lo sviluppo della personalità, la proposta educativa deve sia accompagnare il soggetto a riprogettare la propria vita, sia “curare” il contesto familiare entro cui la patologia è cresciuta. A questo proposito si consideri che non c’è peggior situazione che quella di disaccordo tra padre e madre nell’attribuire un significato alla malattia della figlia, poiché il conflitto tra i genitori viene sfruttato dalla ragazza a suo favore vanificando i processi raggiunti.

In questa prospettiva è auspicabile un ruolo più attivo degli esperti dell’educazione, sia nella riabilitazione che nella prevenzione di questa drammatica “difficoltà di vivere”.

 


Note:

[1] Di Sabatino D. – Cigala Fulgosi F., La psicologia, Armando Editore, Roma 2005, p. 271.

[2] www.eduprof.it , Anoressia nervosa: un handicap indotto.

[3] Bruch H., La gabbia d’oro. L’enigma dell’anoressia mentale, Feltrinelli, Milano 1989, p. 53.

[4]Ivi, p. 55.

[5] Ivi, p. 58.

[6] Bruch H, Op. cit, p. 63.

[7] Ibidem.

[8] Cambi F., a cura di, Soggetto come persona, Carocci editore, Roma 2007, p. 26.

[9] De Clercq F., Tutto il pane del mondo, Bompiani, 2001.

[10] De Clercq F., Donne invisibili. L’anoressia, la sofferenza, la vita, Rizzoli, Milano 2005 p. 28.

[11] Ivi, p. 37.

[12] Bruch H., Op. cit., p. 16.

[13] De Clercq F., cit., p. 111.

[14] www.eduprof.it

[15] Ibidem.


Autore: Angela Di Lalla, laureata in Scienze dell'Educazione e della Formazione presso l'Università degli Studi di Chieti nel 2011 e laureanda in Scienze Pedagogiche e Progettazione Educativa presso l'Università degli Studi di Foggia.


copyright © Educare.it - Anno XIII, N. 10, ottobre 2013