- Categoria: Adolescenza e disagio giovanile
- Scritto da Angela Di Lalla
Affamate d'amore: l'anoressia - Amore e odio
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Amore e odio
Le malate anoressiche sono affette dalla cosiddetta “dieta cronica” (dieting) ovvero un disturbo caratterizzato da un controllo esasperato del peso e da sentimenti di angoscia ogni volta che questo varia. Le persone che monitorano in questo modo ossessivo il loro peso svolgono apparentemente una vita normale, che tuttavia risulta polarizzata verso questo unico interesse e viene limitata dalle esigenze della dieta; può risultare molto problematico, ad esempio, uscire a cena con amici e condurre una vita sociale accettabile.
«Ho trasferito le mie ansie sul cibo, sulle dimensioni del mio corpo: il suo peso e la sua circonferenza. Sono vittima di una tossicodipendenza da cibo, che distrugge la mia salute; nessuna medicina mi può dare sollievo. Non digerisco niente, ormai da anni, solo un po’ di latte che, però, ingurgito sempre troppo caldo. Il colorito della mia pelle è sempre più giallo, gli occhi cerchiati e arrossati, la pelle disidratata e tesa»[9]. Così si descrive Fabiola De Clercq nel libro che racconta i lunghi anni da malattia che ha vissuto intitolato “Tutto il pane del mondo”, perché è questo il problema delle ragazze anoressiche: hanno come unico pensiero il cibo, amato e odiato, che serve loro da valvola di sfogo per tutto il dolore che si portano dentro.
Il comportamento anoressico è perciò fortemente contraddittorio: al suo principiarsi si alternano grandi abbuffate (abitualmente solitarie) a digiuni prolungati. Man mano che passa il tempo astenersi dal cibo diventa la regola, si diventa del tutto incapaci di accudire il proprio corpo, «trascinato come una zavorra ingombrante»[10] perché diventa il mezzo attraverso il quale espiare le proprie colpe e attirare l’attenzione su quello che si è in profondità. Il corpo deve essere distrutto perché solo distruggendolo si sente qualcosa: quel dolore che permette la consapevolezza dell’esistenza.
Le persone anoressiche possiedono una rabbia che solo verso se stesse possono scaricare. Tutte le delusioni, il poco amore e la poca considerazione che negli anni hanno accumulato dentro, scoppia nel rifiuto del cibo e spesso nell’atto del vomito. Si vomitano i pensieri, ci si annulla anche e soprattutto dal punto di vista intellettuale in un «voler esserci senza essere, annullarsi per essere viste»[11], per far capire a chi sta intorno che quella fame che hanno, quel cibo che rifiutano non sono altro che fame di affetto, che le divora ma che allo stesso tempo chiede, supplica nella sola maniera di cui esse sono capaci.
Purtroppo questa fame ha origini lontane, non è contemporanea all’insorgere della malattia ma così antica, così immensa da non poter più essere soddisfatta. Per questi motivi, le ragazze anoressiche, cominciano ad operare un controllo totale di sé, si costringono a sacrifici limite, mettono in atto un progetto fatto di estenuanti esercizi fisici che hanno come unico scopo bruciare calorie e produrre un’enorme stanchezza che solo loro possono e devono sentire. Il mondo le deve vedere sempre forti e capaci di privarsi di ogni piacere che per gli altri sembra indispensabile. Si convincono di essere inattaccabili, perché capaci di resistere alle tentazioni anche se la paura di tornare vulnerabili è costante. Si deve essere perfetti, rappresentare quell’ideale sempre richiesto durante l’infanzia che, ora si cerca di ricreare attraverso un corpo perfetto, la magrezza diventa un valore attraverso cui gli altri le riconoscono e le rispettano. Rinunciare a tutto permette loro di distinguersi dalla massa giudicante. Riuscire nell’impresa di dimagrire significa raggiungere un obiettivo per ottenere il consenso di tutti; fare il pieno di ammirazione significa riuscire a riempirsi di quell’amore fino ad allora assente; controllare la fame permette loro di crearsi un’identità e un’autonomia di pensiero che è mancata in passato.
A prima vista sembrano piene di energia e vigore perché capaci di “un’impresa”. Questa è la considerazione che hanno di loro stesse quanto più perseguono il loro obiettivo. La magrezza diventa il loro orgoglio, l’unica fonte di felicità.
Riporto le parole di una ragazza anoressica di ventuno anni raccolte dallo psichiatra Hilde Bruch: «mi piace avere questa malattia e la voglio. Non riesco a persuadermi di essere malata e che ci sia qualcosa da cui debba guarire»[12].
Sicuramente c’è, nell’anoressia mentale, un elemento di esibizionismo: non mangiare permette di sincerarsi se a qualcuno importa veramente di loro. Inoltre il digiuno le fa sentire ancora più sottili e se la sofferenza incombe cercano di convincersi che sentire fame è un bene e di godere di questa sensazione, si trattano come schiave a cui si nega ogni piacere.
Quando non riescono a trattenersi dal mangiare ricorrono alla devastante pratica del vomito. «Vomitare il cibo che si sceglie da sé; e che furtivamente si infila dentro al proprio corpo alla rinfusa, diventa la metafora dell’incapacità di accettare l’intollerabile confusione alla quale si è esposti, l’impossibilità di digerirla»[13].

