- Categoria: Adolescenza e disagio giovanile
Bataille: i piedi torti del pensiero. Formarsi attraverso la lacerazione - La comunicazione tra vita e ragione
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La comunicazione tra vita e ragione
Lo sguardo si volge, come succederà per Adorno e Horkheimer, verso i coni d'ombra dei lumi, verso quel processo che ha operato una torsione tale da restituire, in luogo del sapere critico, un sapere che soggiace come monumento, ai cui piedi si svolgono ancora rituali e sacrifici che trasudano superstizione. La sfida all'idolo, al Moloch, va condotta rovesciando il procedimento kantiano: laddove questo separa con nettezza la razionalità dalla sensibilità, con un'operazione intenta a evitare commistioni tra essere senziente ed essere pensante, Bataille propone l'apertura di canali comunicativi tra vita e ragione. Non più, quindi, la scissione tra mente e corpo, ma un rimando reciproco capace di recuperare il palpito desiderante e inscriverlo dentro i processi di conoscenza. Si tratta di "riaprire il passaggio, bloccato dalla ragione solo calcolante, tra i due versanti costitutivi dell'umano" [15]: dismisura e utile, violenza del desiderio e cautela della ragione, oscuro anelare e visione distinta, Dioniso e Apollo. Fare del sapere un sapere sentito [16] in grado di rifondare la conoscenza attraverso un nuovo processo critico che renda conto in modo più puntuale di ciò che forma l'umano.
Un processo da condursi innanzitutto verso quel sapere mummificato che si fregia dei titoli di compiutezza e obiettività; a scrutarci dentro si vede che al fondo di ciò che si spaccia per razionale vi è un coacervo di irrazionalità che farebbe impallidire lo sciamano e il cartomante di provincia. Lo spiega efficacemente, sulla scia di Bataille, Papparo:
"Chiudendosi nel rigore del proprio campo limitato, ridendo dei profani ai quali il codice del sapere scientifico è in qualche misura precluso, ironizzando sulle ragioni comuni che innervano le condotte quotidiane dei non addetti ai lavori, e non riuscendo mai peraltro a rivolgere il riso e l'ironia che indirizza ai profani verso se stesso – giacché il rischio sarebbe un indebolimento o la caduta della volontà di rigore che lo anima – lo scienziato finisce col travolgere, nella furia anatomico-parcellizzante del suo discorso, quell'inquietudine o angoscia del conoscere che, sola, secondo Bataille, rende umano il sapere" [17].
Il modello elaborato da Bataille cerca di recuperare ciò che la conoscenza strumentale lascia allo stato di latenza. L'inquietudine e l'angoscia del conoscere indicano un vibrare del corpo desiderante nel mezzo della battaglia per il sapere: nulla di amorfo, di quieto, nessuna rassicurante patina di oggettività può sorreggere una domanda di conoscenza che somiglia a quella del "neonato che si getta nella vita prima di saperne nulla" [18].
Siamo nei luoghi già percorsi, secoli prima, da Giordano Bruno: "L'uomo vive nell'ombra, in una condizione che può essere stazionaria e quieta o di beatitudine asinina ma, se raggiunto dallo sguardo divino, si avverte campo di battaglia in cui un dissidio interiore, il disquarto di sé, che sospinge freneticamente alla ricerca di un'esperienza anch'essa ombrosa, ma questa volta comunicante con la dimensione del vero soprasostanziale. Un'esperienza condotta a partire dalla scissione e dal desiderio, che porta con veemenza e instabilità, attraverso sentieri che prevedono anche le vie del peccato e della caduta, alla contemplazione di un riflesso divino" [19].
La tensione verso la conoscenza non deve farsi troppo accomodante verso il reale, cioè non deve inseguire l'adesione ma l'impossibile, che qui non significa irrazionale ma obiettivo alto, scalata che travalica i limiti stessi della plausibilità. Un romanziere contemporaneo, Philippe Forest [20], spiega, sulla scia di Lacan e Bataille, come intendere il rapporto tra reale e impossibile: dividiamo 10 per 3, oltre la virgola resterà sempre qualcosa che lascerà il calcolo incompiuto. Il reale è il resto di cui il sapere non sa venire a capo. Il resto che la realtà non vuole, lo scarto, il debordante, la ferita, l'anomalia, il punto maledetto dove si guasta il pensiero o dove il senso si disfa sono il dominio del romanzo, ossia l'impossibile. Tutto quello per cui mancano le parole, l'osceno, l'eccedente, il rifiuto, il cadavere, quello da cui si è soliti distogliere lo sguardo, il rimosso. Ogni apertura, perturbazione o discontinuità dell'esperienza allarga il varco che conduce dalla realtà al reale. Il reale come alternativa al realismo, soglia delle possibilità e quindi di un sapere vivo, non acquietato dal banchetto dell'esistente.
Bibliografia
[1] La grotta è un luogo archetipico dell'umanità, in cui convergono una serie di visioni, dal riparo al grembo materno, dalla reclusione alle ombre. Si gioca qui, sul limitare tra dentro e fuori, una pedagogia del non visibile, che si avvale di una seconda vista che "rende invece le forme libere dalle cose, e a loro volta le cose libere dalla schiavitù dell'utile, gratuite, felici, paradisiache, direbbe Walter Benjamin, un mistico pure lui, anche se metropolitano e moderno" (Marchetti L., Il pensiero all'aria aperta, Palomar, Bari, 2002, p. 31).
[2] "Le favole di La Fontane ci aiutano a ricordare che ancora ieri gli animali parlavano. Esiste un mondo animale, in cui l'uomo era un tempo integrato. [...] L'umanità ne è venuta fuori, fondando la sua superiorità sull'oblio di quell'animalità poetica e sul disprezzo della bestia, priva della poesia dell'essere selvaggio, ridotta a livello delle cose, asservita, abbattuta, smerciata" (Bataille G., L'aldilà del serio, Guida, Napoli, 1998, pp. 372-373).
[3] Ivi, p. 502.
[4] Ivi, p. 382.
[5] Ivi, p. 237.
[6] Ivi, p. 143.
[7] "La morte dell'animale è il divenire della coscienza" (Hegel G. W. F., Filosofia della natura, tr. it., a cura di A. Tassi, Milano, 1994, p. 144).
[8] Papparo F. C., Incanto e misura. Per una lettura di Georges Bataille, Ed. Scientifiche Italiane, Napoli, 1997, p. 165.
[9] Ivi, p. VII. Sono parole di Aldo Masullo nella prefazione all'opera di Papparo.
[10] Ivi, p. 2. Il passaggio appartiene all'Epilogo filosofico.
[11] Kant I., Che cos'è l'Illuminismo?, articolo pubblicato nel 1784 sulla rivista Berlinische Monatsschrift, in Scritti politici, tr. it. a cura di G. Solari e G. Vidari, Utet, Torino, 1956.
[12] Papparo F. C., Incanto..., cit., p. 3.
[13] Mantegazza R., La fine..., cit., p. 41.
[14] Papparo F. C., Incanto..., cit., p. 28.
[15] Ivi., p. 32.
[16] Abbiamo fatto riferimento, in altra parte di questo lavoro, a quel 'mondo di mezzo', sospeso tra sonno e veglia, afferrato per un attimo nell'istante della conoscibilità e subito caduto (come l'angelo di Klee che ha tanto ispirato Benjamin), un mondo liminare che richiede un "sapere paradossale, un sapere sentito, che unisce al potere della ragione vigile la forza della sensazione e della memoria" (Rella F., Metamorfosi. Immagini del pensiero, Feltrinelli, Milano, 1984, p. 50).
[17] Papparo F. C., Incanto..., cit., p. 33.
[18] A, VII, p. 536.
[19] Amato G., Pedagogia critica e modello autobiografico. Un recupero di Walter Benjamin, Bonanno, Roma-Catania, 2004.
[20] Cfr. Forest P., Il romanzo, il reale, 2003 e il successivo Il romanzo, l'Io, 2004
copyright © Educare.it - Anno X, Numero 5, Aprile 2010

