- Categoria: Adolescenza e disagio giovanile
Bataille: i piedi torti del pensiero. Formarsi attraverso la lacerazione - Al di quà del soggetto, il bambino
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Al di quà del soggetto, il bambino
La configurazione dell'animale richiama quella dell'infanzia, un aldiquà del soggetto, dove l'incompiutezza si apre ad interrogare gli enigmi del mondo. Il bambino è, per Bataille come per Benjamin, un essere mimetico, capace di praticare rapporti con le cose non ancora sotto il marchio della strumentalità, e per questo in grado di elaborare rappresentazioni del mondo e del suo apparire cariche di meraviglia e partecipazione. La capacità visiva infantile, proprio in quella sua insufficienza sul versante di ciò che chiamiamo realismo, consente di cogliere ciò che sfugge all'occhio adulto. Nel piccolo e nel minuscolo, inteso sia come sguardo non ancora formato che come frammento dell'esperienza, si rivela una totalità non ancora marchiata dall'addestramento pedagogico: questo spiega la capacità infantile di intrattenere rapporti onirici col mondo, di coltivare slanci e passioni che andranno perdute nel corso dello sviluppo, di sentire l'enigma delle cose partecipandovi con un sentimento di fratellanza, quello che avvicina il piccolo umano al mondo animale, ai fili d'erba e al movimento scomposto delle nuvole.
Lo slancio verso l'infinito, cioè la propensione ancora non addomesticata a varcare i limiti, è tratto infantile e arcaico, che spesso soggiace silente sotto i trattamenti prolungati e intensivi dell'educazione, resiste ai suoi ferri e al disegno di un mondo chiuso nella categoria dell'utile. È proprio la rinuncia a questa catena dell'utile, alla delimitazioni dell'umano dentro il giogo di una logica strumentale, che permette a bambini e artisti di accedere a forme diverse di sapere: forme fluttuanti, aperte, spalancate al mondo e alla creazione, affezionate alla meraviglia, desiderose di andare oltre i limiti del possibile.
Si tratta di fermare il tempo, ossia i dominatori del tempo, perché sotto questo dominio prevale una cecità, non avvertita dai più, che impone di prostrarsi e infiacchire l'umano negli angusti spazi di un presente piatto e bugiardo. L'emozione, che tanto è al centro dei discorsi dell'uomo contemporaneo, tutto preso a coltivare narcisismi prodotti in serie e freddi palpiti da scambiare nei rituali del divertimentificio con colleghi ugualmente algidi, deve sfidare i limiti della ragione, forzare la mano alla plausibilità, perché solo la via del paradosso consente di viverla davvero e sognarla, "come la sogna il bambino misurando la finestra della sua camera alla profondità della notte" [5].
I piedi-torti della ragione
La via indicata da Bataille per riprendere questo intimo sentire è un vero discrimine pedagogico, un argine che separa la formazione tesa a piegare da quella volta a liberare: come già per Lacan, è una via che deve necessariamente attraversare il linguaggio, e quindi confrontarsi anche con l'apparato normativo che vi è inscritto, ma privilegia un dire non-funzionale, aldilà dell'utile, fuori dalla logica contabile dei mercanti di realtà, ribelle a qualsiasi chiusura. Questo linguaggio amico del paradosso e slanciato verso l'improbabile fa di chi lo coltiva un hauter, un autore. Non un clone o un servo sazio, ma un vagabondo alla ricerca della sua ombra, capace quindi di ascese e cadute impensabili per coloro che hanno rinunciato al folle cammino della conoscenza. Obiettivo da perseguire anche con un pizzico di ostinata incoscienza: "non mi importa se i piedi-torti del pensiero non mi seguono e se a volte le facilitazioni della poesia danno l'illusione di ruzzoloni impeccabili, tanto peggio. L'ultima parola della filosofia spetta a quelli che, saggiamente, perdono la testa. Questa caduta rovinosa non è la morte ma la soddisfazione" [6].
Parlare, nell'epoca della tecnica soverchiante e degli automatismi che invadono l'umano fin nei recessi più intimi, di piedi-torti della ragione è puntare l'indice accusatorio verso un modello di sviluppo che ha rotto l'antica amicizia tra uomo e animale, e considera la bestia solo per il suo valore strumentale, come cosa. Un uomo che ha dimenticato il rimorso e la commozione del primitivo, che uccideva la bestia per nutrirsene, provando assieme a lei il brivido della comune appartenenza al mondo: il contemporaneo è chiuso in una ragione zoppa, che limitando il campo del sentire a impulso nervoso ha di fatto impedito alla conoscenza di accedere alla sua dimensione tempestosa, quella fatta di crepacci e vette.
Sembra una descrizione di certe atmosfere scolastiche, dove la ragione prevalente è quella strumentale legata all'acquisizione di voti, posizioni, salvacondotti: scienza monoculare che produce mancanze, formazioni monche. Tenere aperta la tensione tra intimità e realtà significa allora ipotizzare una gradazione della coscienza, una via di continuità in luogo della netta separazione. Un tempo e un linguaggio capaci di mettere in rapporto la dimensione intima e oscura con quella chiara e diurna: a questo obiettivo tende la riflessione intorno al salto [7] tra animale e umano, quel fondamentale atto di formazione che occorre recuperare per riuscire a vedere ciò che ci è occulto ma che pure preme, spesso in modo a noi incomprensibile, alla nostra percezione e alla coscienza.
Si tratta di tradurre quello spazio mediano tra la cosa e la rappresentazione, ossia tra l'apparizione del mondo e la sua vocalizzazione. Un attimo prima del linguaggio, come succede durante l'analisi, in quello spazio plastico in cui avviene il travaso delle esperienze in sapere; sulla soglia tra dentro e fuori, al limite sottilissimo in cui si formano le prime costellazioni di senso che poi si organizzano in cultura.

