- Categoria: Adolescenza e disagio giovanile
Bataille: i piedi torti del pensiero. Formarsi attraverso la lacerazione - Quale educazione?
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Quale educazione?
Si è visto che l'informe serve a Bataille per dissolvere il reale discorsivo, rivelarne la fodera che solitamente sfugge. È un modello di pensiero ritmato dalla disfatta, audacemente proteso verso il proprio punto di crisi, disposto a pagare in termini di angoscia la sfida elevata alle rappresentazioni chiuse.
Appunto, un equilibrio funambolico, sospeso sul vuoto, pericolosamente inclinato verso i propri limiti, disposto a urtarci: uno sforzo dettato da una domanda bruciante, il riconoscimento, ossia quel desiderio di sentirsi parte di un mondo che ora appare ostile, riluttante ad accogliere se non come stolida pedina di un gioco già scritto.
Il movimento di Bataille è una chiara manovra di sabotaggio: "incastra nel cuore del pensiero una rappresentazione vuota che, lavorando silenziosamente, produce punti di cedimento nella barriera" [12]. Siamo di fronte a una teoria della resistenza che già anticipa quella di Foucault. Se il potere è oggi disseminato in una miriade di pratiche e discorsi, in una coltre acefala che invade nei recessi più minuti i rapporti tra le persone, le menti e i corpi, l'unica maniera per ricavare spazi liberi consiste nel fare pressione sulle giunture, insinuarsi negli interstizi, sobillare le crepe affinché aprano voragini. Giocare a dissolvere fino a toccare pericolosamente i cedimenti della struttura.
In campo pedagogico ciò significa riprendere il discorso delle origini, andare a vedere le rappresentazioni disegnate nella caverna dell'educazione e risvegliarne il sogno, così da mostrare la parzialità dell'oggi e scrostare l'indistinzione che la annega in una pratica neutra, asettica, senza alternative. "Se ciò di cui un idolo non può parlare è la sua storia (e dunque la sua contingenza e la sua non-necessità), oggi l'educazione è il vero idolo del presente, è l'oggetto del quale nulla si può dire dell'origine che si perde negli spazi sacri della vocazione o che semplicemente si dà senza ulteriore spiegazione" [13].
Riaprire le ferite, cioè rifiutare l'adesione al presente, comporta la denuncia e l'abiura del sapere monumentale, del sapere fattosi feticcio, corpo antiquario, morto possesso, e liberare le forze che vi sono imprigionate. Non si tratta di predicare un ritorno al passato, ma proprio di liberarsene, allo stesso modo con cui Nietzsche ha inteso dare un calcio a tutta una tradizione divenuta reliquiario: Bataille parla a proposito di darsi una chance, perché liberare il tempo presente dalle mummie che ci consegnano un falso passato vuol dire accedere a una formazione diversa, non più soggiogata dal peso di una coscienza irrigidita. Come nell'analisi freudiana, si punta ad ampliare la coscienza muovendole contro, andando a scoprire il punto di rottura e quanto in essa vi è di posticcio, cioè quella incrostazione che fa della coscienza una servitù e del sapere uno schermo distorcente.
La proposta batailliana non è, come parte della critica ha frettolosamente inteso, un ritorno alla dimensione leggiadra dell'inconsapevolezza o un'apologia dell'irrazionalismo. È al contrario un tentativo di rinforzare le pareti scricchiolanti della ragione, sfidandola sul suo terreno fino all'audacia. "Non soltanto propongo di andare più lontano, ma vorrei mostrare che la sola cosa possibile ora è andare fino in fondo, precisamente in direzione opposta all'inconsapevolezza" [14]: si tratta di uscire dal razionalismo usando la razionalità più lucida e temeraria, forzare l'oscurità dell'umano fino a scorgere il punto di impasse, cioè quel luogo che trasforma la ragione in acquiescenza al dominio e lo sguardo lucido in sudditanza.

