- Categoria: Studi e articoli sulla disabilità
La "speciale normalità" narrata nella fiaba - La veste simbolica della diversabilità
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La veste simbolica della diversabilità
Nelle raccolte di fiabe raccontate ai bambini – dalla fiaba popolare trascritta a quella d’autore fino allo sconfinamento del fiabesco nella letteratura per l’infanzia - la diversabilità assume il più delle volte una “veste” simbolica, essa, cioè, seppur non essendo elusa, viene estrinsecata metaforicamente in modo che il fruitore possa “scivolare oltre il Qui per avvicendarsi fra i sorprendenti paesaggi dell’Altrove [11]”, esperendo introspettivamente le diverse fisionomie delle categorie del sorprendente, dell’irreale, del meraviglioso, dell’ignoto, ecc., cosicché il proprio immaginario possa essere scevro da ogni condizionamento esterno.
Nelle fiabe le figure della diversità sono molto frequenti, diversità rappresentata non solo dai classici personaggi mostruosi e spaventosi quali strega, orco, babau, lupo cattivo, uomo nero, ecc., ma anche da eroi e da eroine celati sotto fattezze animali, oppure deformi o afflitti da strane infermità.
Dall’infanzia povera ed emaciata narrata da G. Basile nella Napoli barocca e seicentesca, quando i bambini, specchio degli stati inferiori della società, sono oggetto di divertimento per la gente colta, nobile e cortigiana del tempo, alle donne vecchie e deformi, descritte dallo stesso scrittore, “[…] i cui corpi recitano la sofferenza della deformità [12]”, che le storie le narrano (le narratrici storpie del Pentamerone) [13], ma anche donne magiche e potenti, come la fata Melusina, che tramandano la loro deformità ai figli con corpi storpi e mostruosi.
La deformità, dunque, è stata sempre presente, sin dalle origini, nella fiaba - o meglio nella letteratura popolare da cui il fiabesco prende corpo – anche allorquando la fiaba è entrata a far parte della letteratura per l’infanzia (orientativamente intorno al Seicento), ovvero quando le fiabe, lascito della letteratura bassa e popolare, si riabilitano come storie per l’infanzia.
Dalla favola del popolo alla favola per bambini, ovvero dai racconti orali più antichi, provenienti essenzialmente dai ceti sociali inferiori, a quelli che divennero poi la letteratura per i bambini borghesi del XIX secolo, la subalternità e la diversità – che spesso assume i caratteri di diversabilità – rappresentano una costante; in merito, si ricordano le parole di D. Richter che affermò: “La letteratura che i borghesi propongono ai loro figli nasce dalla cultura degli oppressi [14]”.
Con C. Perrault, attraverso il “rifugio” nell’Altrove [15], vengono rappresentati temi altrimenti oggetto di censura, quali la diversità, l’handicap, la sessualità, la necrofilia, la follia, ecc.; lo scrittore, infatti, riesce attraverso la fiaba e con il fantastico, a dire cose che non si oserebbero toccare in altri generi letterari. Ricordiamo qui la fiaba di Enrichetto dal ciuffo dove Perrault contrappone due tipi diversi di handicap: quello fisico di Enrichetto “[…] così brutto e così male imbastito da far dubitare per un pezzo se avesse fattezze di bestia o di cristiano”, e quello psichico della principessa, molto bella, ma senza “neppure l’ombra dello spirito [16]”.
Nelle fiabe dei Grimm [17] ci sono molti bambini “scambiati”: il bambino sano è stato rubato dagli elfi e al suo posto è stato collocato un bambino quantomeno strano. Ci sono bambini che non possono essere toccati perché pungono, come GianPorcospino, vivendo in un loro mondo, riuscendo ad avere famigliarità solamente con qualche animale della foresta; diversabilità fisica (la fiaba I dodici fratelli, dove il mutismo è presentato come una forma di espiazione per un errore commesso involontariamente) e diversabilità mentale (Gianni testa fina, Storia di uno che se ne andò in cerca della paura) attraverso le fiabe hanno una voce e un volto diverso.
Un topos ricorrente nei racconti per l’infanzia, è l’animalità - l’umano trasformato in animale, per incantesimo o qualsivoglia sortilegio – che sottende spesso una diversabilità, una subnormalità che rende diversi e, dunque, emarginati, a cui si accompagna la trasmutazione in umanità; gli elementi che attivano anzidetta metamorfosi, dunque “salvifici”, sono rinvenibili, sostanzialmente, nell’amore o nella completa accettazione da parte dell’altro che permetta un reintegro del diverso nella società (la fiaba che incarna appieno il tema della metamorfosi è La Bella e la Bestia di Perrault).
Appare evidente, dunque, che “di fiaba c’è bisogno [18]”, specie in contesti di “speciale normalità”, ovvero laddove vi sono bambini con dei comportamenti-problema [19], al fine di dare una voce nuova a questi temi.

