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La "speciale normalità" narrata nella fiaba

L’utilizzo della fiaba con alunni diversabili o, più specificatamente, in contesti di “speciale normalità [1]”, laddove, cioè, sussistono dei “Bisogni Educativi Speciali [2]”, è ormai comprovata nei suoi risultati positivi al fine di perseguire la cosiddetta “integrazione di qualità”, integrazione che interessa non solo gli alunni con difficoltà ma tutti gli attori coinvolti nel processo di apprendimento: gli insegnanti, tutti gli alunni, i famigliari, l’organizzazione scolastica nel suo complesso.

L’integrazione di qualità è qualità positiva nei diversi campi di espressione della persona in difficoltà: “[…] è un essere presente significativamente dal punto di vista relazionale (essere accolto, avere ruoli veri, amicizie, collaborazioni ecc.), ma anche da quello cognitivo (imparare cose nuove, imparare a pensare, a risolvere problemi, sviluppare nuove capacità e competenze dettate da bisogni peculiari dell’alunno in difficoltà e dalle finalità della scuola) e psicologico (crescere nell’autostima, nell’autoefficacia, nell’identità, nell’espressione delle emozioni, ecc.) [3]”.
Un’integrazione di qualità implica una didattica di qualità, ossia una didattica “speciale” che inneschi nell’alunno degli input all’azione.

Nella complessa e articolata lista di anzidetti input troviamo pure le storie, i dialoghi, le narrazioni, l’antropomorfizzazione, ecc., tra i cui veicoli può annoverarsi, nell’insieme, la letteratura e, specificamente, la fiaba.
La letteratura fiabesca rappresenta un modello di approccio con il mondo contingente strutturato in modo da suggerire la necessità di non fermarsi al significato ma di cercare il “significante” in esso celato [4], essa, infatti, permette di confrontarsi con le molteplici facce della realtà [5] e, specie nei bambini con difficoltà, come affermava B. Bettelheim, di ridare un significato alla loro esistenza [6] agendo significativamente sulla sfera cognitiva, psicologica e relazionale. La fiaba è un “mezzo magico” [7] attraverso cui si affronta la dura condizione del vivere quotidiano e si delinea un progetto di rielaborazioni delle frustrazioni del reale, dove: “[…] il tema utopico sconfina  nell’esigenza di ricostruire l’immagine di sé senza perderla, senza perdersi, intrattenendo un legame intenso con il sentimento di ricordo d’infanzia [8]”.

In un mondo che sembra aver perso fiducia nella propria competenza di narrare e di trasmettere esperienze, la possibilità di salvezza viene proprio dalla fiaba, che consente di far prevalere il modo sui contenuti, ovvero la freschezza e la genuinità dell’emozione e della fantasia sulla presunta pregnanza dei contenuti che, in fondo, è sempre frutto di una valutazione arbitraria dei contenuti stessi [9].
È in questo che consiste la “specialità” della fiaba, ovvero nella propria capacità di parlare simultaneamente a tutti i livelli della personalità umana, comunicando in modo da raggiungere sia la mente “ineducata” del bambino - parlando al suo Io, incoraggiandone lo sviluppo e placando, nel contempo, pressioni preconsce e inconsce - sia quella del sofisticato adulto.
Il diritto dei bambini ad avere una fiaba quale dono gratuito, come ha osservato anche Lévi-Strauss [10], permane indiscutibile diritto nei bambini con diversabilità.