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Rieducare il mostro - L’origine del male


L’origine del male

Nel caso Izzo, per quanto è reso noto dalla cronaca, vi sono aspetti inquietanti che sovrappongono ciò che nella percezione comune deve rimanere ben separato. Il criminale collabora con la giustizia: a più riprese dichiara, millanta, si conquista un ruolo discutibile ma certo diverso rispetto a quello dell’irrecuperabile. Sembra preso dall’ansia di compiacere i desideri sotterranei dell’ordinamento giudiziario: stragi di Stato o di mafia meritano una rivelazione, una confidenza carpita in carcere, un sapere che l’ex ragazzo dei Parioli non può tacere, a mostrare che la detenzione, come spesso succede ai condannati a lunghe pene, ha consentito a mondi separati di avvicinarsi fino a parlare la stessa lingua, a usare i medesimi codici. L’ergastolano spesso fornisce pareri legali ai compagni di cella, mostra di aver percorso un iter formativo che lo pone in posizione sbilenca, a metà tra la norma criminale e quella penale. Addirittura, fuori dal carcere, veste i panni dell’educatore, si occupa di miserie sociali e difficoltà familiari, tende una mano alle donne del popolo, quelle che una volta disprezzava apertamente come sinonimo di nullità. Qui le letture unilineari, le combinazioni di scienza e burocrazia, mostrano la corda: i magistrati devono certificare la cessata pericolosità sociale del condannato, ma dispongono di uno sguardo che pretende di essere esterno pur essendo dentro la situazione, un panopticon miope che postula conoscenze e saperi non sorretti dal tarlo del dubbio. Scrive Foucault, a conclusione del suo Sorvegliare e punire: “Le nozioni di istituzione, di repressione, di rigetto, di esclusione, di emarginazione, non sono in grado di descrivere la formazione, nel cuore stesso della città carceraria, di insidiose dolcezze, di cattiverie poco confessabili, di piccole astuzie, di processi calcolati, di tecniche, di ‘scienze’ in fin dei conti, che permettono la fabbricazione dell’individuo disciplinare” [9]. La natura malvagia del delinquente è, insomma, il braghettone idoneo a nascondere il prodotto di un processo formativo in cui convivono regole e trasgressioni piegate a forgiare l’umano entro una docilità che non esclude il crimine, ma anzi ne utilizza a pieno la spendibilità come mezzo di controllo sociale.
Produrre il criminale o produrre il buon cittadino sono facce della stessa medaglia: in entrambi i casi si tratta di impedire la ribellione, indirizzarla verso esiti utili al potere, disciplinare e normalizzare gli individui assegnando a ciascuno il posto che compete. Come nelle scuole, anche nel sistema carcerario esiste una forbice di tolleranza che è costituita da quelle piccole astuzie di cui il singolo può servirsi per contrattare con il potere la sua permanenza all’interno del sistema. Lo studente può copiare, compiacere gli insegnanti, simulare il ruolo, e così per il detenuto: educazioni e rieducazioni si stringono la mano nel comune intento di indirizzare le resistenze e disporle dentro apposite griglie di classificazione. Così, il Mostro che infrange ancora la legge è protagonista di una trasgressione apparente: il crimine in realtà produce subito un ulteriore incremento della norma, la rafforza, la ribadisce così da utilizzare funzionalmente un richiamo reciproco tra struttura che produce e corpo prodotto. La ribellione alla legge è, in definitiva, al posto di un’altra ribellione, mancata, omessa, soffocata perché, questa si, pericolosa per l’ordine sociale. Il delinquente, proprio nel momento in cui infrange la legge, le obbedisce profondamente, riconsegna le spinte di rivolta nelle mani del sapere disciplinare e si dispone, perciò, quale oggetto di nuovi trattamenti rieducativi.

Crimine e immaginario sociale

Uno dei tratti distintivi della modernità è, si dice talvolta banalmente, la comunicazione. Le informazioni si diffondono, veloci e capillari, in un flusso incessante di eventi. Fatti prevedibili accanto a episodi inattesi: se i primi rassicurano, e provocano nel buon uomo della maggioranza silenziosa un moto di tronfio distacco, i secondi spiazzano, incrinano le certezze. Il delitto insensato appartiene a questa seconda categoria, tanto che il fascino della cronaca nera e della letteratura riconducibile al giallo e al poliziesco risiede proprio nel fornire un quadro di interpretazione in cui confinare il delitto. Ispettori e investigatori svolgono attraverso gli schermi televisivi una funzione pedagogica: rappresentano ancora, nella società senza padri, la Legge paterna, quell’insegnamento che sottrae l’uomo ai territori materni, troppo vicini all’istintività animale, e lo consegna a un ordine sociale e simbolico. L’accesso al Nome del Padre è, nella visione di Jacques Lacan, la chiusura del processo edipico [10]: una battaglia che avviene attorno al potere dettato dal Fallo, e non è un caso che il delitto insensato sia spesso a sfondo sessuale, così da riportare sulla scena del presente un discorso rimasto aperto. Se il soggetto si costituisce, lacanianamente, attraverso la scissione tra l’unità originaria e la maschera sociale, l’interdetto continua a ribollire sotto la coltre. L’accettazione della Legge non è mai né indolore né completa, e offre continue cadute all’indietro, imbuti pulsionali che rivelano l’inadeguatezza dei modelli scientifici e di quella razionalità occidentale che ha voluto ergersi a solo metro costitutivo e regolativo del mondo. Il criminale che addossa su di sé e incarna le crepe dell’ordine simbolico è così un figuro che consegna a tutti un messaggio che proviene dall’infanzia dell’umanità: di qui il fascino, morboso o zeppo di distinguo, suscettibile di esorcismi o punizioni esemplari, del mostro che agisce senza una logica e, facendolo, incrina la generale identificazione in un ordine condiviso. Tra tutti i delitti, quello senza movente logico è il più imbarazzante, e per contenerlo si deve ricorrere alle griglie discutibili della malattia o del raptus, postulare una speciale natura malvagia che è sopravvissuta, come nel caso che qui si discute, a poderosi trattamenti rieducativi.
Ma rieducare senza comprendere genera sarcofaghi vuoti e procedure ripiegate su se stesse. Occorre ampliare lo sguardo, e fare i conti, davvero, con l’insensatezza del delitto. La letteratura, nelle sue forme più alte, ha dato a tutti noi delle chiavi interpretative: qui basti ricordare l’omicidio compiuto dal protagonista de Lo straniero, il romanzo in cui Albert Camus disegna un’umanità colpita da anestesia affettiva, dove nulla, dal gesto più comune alla stessa vita umana, ha senso. Il signor Mersault, a cui mancano legami e radici, uccide un arabo: delitto senza ragione, compiuto con la stessa indifferenza con cui sono narcotizzati i normali eventi dell’esistenza. Al processo, l’imputato dice che è stato il sole ad illuminare la lama del coltello dell’arabo e a fargli, premere, per riflesso, il grilletto. “Dentro questa correlazione tra la luce-la verità-il potere-l’uccisione dell’altro, si costituisce tutto un percorso della cultura occidentale” [11] in cui la sottomissione all’autorità genera soggetti senza volto, disponibili a qualsiasi crimine nella più assoluta indifferenza.
Riprendendo il linguaggio freudiano, si può dire che la mancata uccisione del padre, ossia l’insufficiente rottura del legame con il potere, conduce a una sorta di omicidio-suicidio: omicidio che si direziona verso gli inermi o le donne, accomunati dallo stesso disprezzo, e suicidio che si traduce nell’annichilimento delle facoltà soggettive, così da consegnare ai rituali dell’autorità esecutori anonimi e irresponsabili. Il secolo scorso, con le adunate oceaniche e gli stermini di massa, ha posto tragicamente la questione del rapporto tra l’autoritarismo e il crimine: basti qui citare le opere fondamentali di Bettelheim, Arendt e Adorno [12].